La guerra spiegata ai bambini

La guerra spiegata ai bambini

Mai, e dico mai, avrei immaginato di dover spiegare alle mie figlie cosa è la guerra.

Oggi è diventato inevitabile.

Come la spieghi una cosa che tu stessa hai studiato sui libri di storia? Come la spieghi una cosa che finora hai sempre visto da lontano? Ed ora invece è troppo vicino a te.

Già il 27 gennaio scorso, in occasione della Giornata della Memoria, sono stata indecisa se parlare alle mie bambine di cosa significasse quella ricorrenza. 10 e 8 anni mi sembrano ancora pochi per capire. Per comprendere veramente. Per questo ho desistito. Pensavo: “Non hanno neanche il concetto di guerra, come glielo spiego?”

Insomma, non volevo commettere errori. Ero anche un po’ impaurita perché una mia coetanea aveva cercato già di spiegare questa cosa alle sue figlie. Il risultato è stato disastroso. Alla fine ho pensato che era meglio lasciar perdere ed aspettare tempi più maturi.

Questa guerra è diversa

Questa volta è diverso. Perché sono 10 giorni che la televisione è perennemente accesa, a casa mia. Non riesco a non ascoltare. A non seguire. Ed ovviamente le mia bambine chiedono. Vedono la gente scappare, i bambini in lacrime, le città distrutte, le bombe che cadono.

Sentono le urla, percepiscono la violenza di gesti e parole. E chiedono. Fanno domande. Giustamente.

Il mio stato d’animo non riesce a tirar fuori spiegazioni semplici. Ma loro ne hanno bisogno. Quindi ho iniziato a dare delle piccole spiegazioni, anche se non perfettamente complete. Diciamo che tendo a tralsciare i dettagli.

La guerra preoccupa i bambini. Suscita paure. Scatena domande

Mi sono scervellata, ma anche cercato aiuto. Una possibile spiegazione potrebbe essere che ci sono politici che aspirano al potere e che sono pronti a usare la violenza per conquistare altri Paesi o per portare avanti i loro interessi. In ogni caso i bambini più piccoli capiscono meglio cos’è la guerra se i genitori la descrivono come un brutto litigio tra adulti. Allo stesso tempo bisogna sottolineare che la violenza non è mai una soluzione. Dopo aver spiegato una cosa del genere la seconda domanda è stata ” Mamma chi sono i politici”?

Ho cercato di cavarmela egregiamente, anzi direi civilmente su quest’ultima domanda. Sta di fatto che poi ho capito quanto il nostro stato d’animo possa influire su quello che comunichiamo. Alla fine, complice anche un’amica psicologa, ho cercato di farmi dare alcuni consigli che vi elenco qui sotto.

  • Prendete sul serio la paura dei bambini. Con loro si dovrebbe parlare della guerra solo se lo chiedono espressamente. I dettagli crudeli dovrebbero essere evitati il più possibile.
  • Se un bambino è preoccupato e pone domande, i genitori dovrebbero rispondere onestamente e non cercare di abbellire nulla.
  • In quanto genitori o persone di riferimento cercate di trasmettere calma e sicurezza.
  • Lasciate che i bambini esprimano le loro emozioni. Confortateli sempre.
  • Le loro antenne sono infallibili e se i genitori sono preoccupati, lo percepiscono. I genitori dovrebbero chiedersi inoltre cosa significa la guerra per loro e come affrontano la questione. ( E questa per me è la parte più difficile). Non fatene un tabù, ma esprimete le vostre preoccupazioni con parole adatte ai bambini.
  • Fate qualcosa con loro che possa dargli un certo sollievo. Ad esempio, potete accendere insieme una candela per le persone in Ucraina o andare in un centro di raccolta a portare beni di prima necessità (cosa che ho fatto con loro).

Dopo la pioggia

Dopo la pioggia viene il sereno,
brilla in cielo l’arcobaleno:
è come un ponte imbandierato
e il sole vi passa, festeggiato.
È bello guardare a naso in su
le sue bandiere rosse e blu.
Però lo si vede – questo è il male –
soltanto dopo il temporale.
Non sarebbe più conveniente
il temporale non farlo per niente?
Un arcobaleno senza tempesta,
questa si che sarebbe una festa.
Sarebbe una festa per tutta la terra
fare la pace prima della guerra.

Gianni Rodari

Non è semplice. Non è facile. La mia paura più grande è che questa guerra possa degenerare. A quel punto le parole saranno ancora più difficile da far uscire. Ma il coraggio non deve mancare mai. Se ne avete bisogno, se pensate di averlo perduto, fate come me. Guardate i volti di quelle mamme ucraine che si sono messe in viaggio con i loro figli.

Ecco, basta guardare loro. E cercare di non avere paura.

#ostinatamenteEclettica

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Paola Proietti

Classe '77, giornalista professionista dal 2008. Ho lavorato in radio, televisione e, vista l'età, anche per la vecchia carta stampata. Orgogliosamente romana, nel 2015 mi trasferisco, per amore, in Svizzera, a Ginevra, dove rivoluziono la mia vita e il mio lavoro. Mamma di due bambine, lotto costantemente con l'accento francese e scopro ogni giorno un pezzo di me, da vera multitasking expat.

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