Come brace coperta: il romanzo di Alice Malerba
Come una brace viva sotto la cenere, c’è qualcosa che arde sotto la superficie del nuovo romanzo della scrittrice piemontese Alice Malerba. È un sentimento silenzioso, ma potente. Non lo vedi subito, ma si fa sentire, piano. È la forza di ricominciare, ricostruirsi, ripensarsi. Riscatto, resilienza, rinascita. Sono queste le immagini che accompagnano simbolicamente e narrativamente Come Brace coperta (Mondadori, 2025). Un’autentica odissea rurale che mescola fatica, terra, emozioni. Il fango che si insinua nelle case, che cancella la speranza, che abbrutisce gli animi. L’acqua delle risaie che si confonde con il sudore della fronte. E infine l’orizzonte che si ammira dalle colline. Dove l’aria è più fresca, le gambe e il cuore diventano più leggeri, e i desideri diventano possibili.
Una storia che parte dal paesaggio alluvionato del Polesine e arriva fino al Monferrato, passando attraverso corpi, fatiche, silenzi e decisioni radicali.
La genesi del romanzo
In letteratura c’è un’arte rara: saper trasformare la memoria personale in materia narrativa universale. Alice Malerba lo fa con delicatezza e precisione. Il viaggio emozionale al centro del romanzo nasce infatti proprio da una figura autentica:
Quando ho cominciato a buttare giù le prime righe di questo romanzo avevo un’idea molto chiara, mi racconta Alice nel corso della nostra chiacchierata: ispirarmi ad una mia prozia, al suo temperamento, al suo carattere schietto, determinato, la sua forza vitale, la sua resilienza nonostante tutto quello che la vita le ha fatto attraversare. Sapevo che volevo costruire un personaggio forte, contraddittorio sotto certi aspetti, e che la storia dovesse iniziare in Veneto, proprio in suo onore. Perché lei è veneta.

Nora non è però un alter ego. È una lente d’ingrandimento piuttosto, sulle tensioni, i limiti e la forza di cui sono dotate tutte quelle donne che, pur senza teoria o ideologia, sentono che la vita può essere altro da quello che è stato loro promesso o che è stato per loro deciso. Non a caso la sua voce, inizialmente bassa, comincia a crescere nel silenzio della campagna, nelle pieghe del dolore, nella fame di cambiamento.
In lei il fuoco è potenza trattenuta. Identità. Trasformazione. Non una fiamma visibile, ma un’energia silenziosa e inarrestabile.
Dalle nostre parti quelle come Nora si chiamano “bronze cuerte”, braci coperte. Sembrano tanto mansuete ma dentro covano il fuoco vivo.
Il titolo è nato quasi per caso. Stavo cercando una formula espressiva per descrivere il temperamento della protagonista, che è anche la chiave di tutta la vicenda. Cercando tra i modi di dire veneti, mi sono imbattuta in “bronza cuerta”, che significa letteralmente “brace coperta”. Non è un’espressione usata in senso positivo: descrive quelle persone che all’apparenza sembrano tranquille, mansuete, ma che in realtà nascondono una brace accesa, ancora viva, dentro di sé. Come la brace può riaccendere un incendio, anche queste persone possono sprigionare una forza improvvisa. Una forza vitale enorme, ma che va contenuta, gestita, perché può essere anche pericolosa.
Il fango e le radici
Ogni grande storia ha un luogo da cui si fugge. Per Nora è il Polesine. Anno 1951. L’alluvione che devasta i campi e spinge migliaia di famiglie a emigrare per trovare un nuovo lavoro, non è solo evento storico che fa da contorno: è simbolo di una rottura, di uno scollamento. Di un prima e un dopo.
Alice mi introduce al contesto storico che segna l’inizio del romanzo:
La mia prozia era figlia di mezzadri, quindi sapevo che il contesto della mia storia sarebbe stato quello delle campagne e del mondo del bracciantato. Ho iniziato a fare un pò di ricerca storica per capire quali fossero le aree del Veneto con una presenza più significativa di braccianti agricoli tra gli anni Quaranta e Cinquanta. Ed è stato così che, quasi per caso, mi sono imbattuta nella tragedia del novembre 1951: un’alluvione devastante che ha cambiato per sempre la storia di quel territorio, fondamentalmente agricolo.
La tragedia del Polesine diventa, per Alice, lo spunto perfetto per raccontare il tema dell’emigrazione. E il fango diventa una metafora identitaria. Sporco e memoria. Materia narrativa, ma anche psicologica. È l’impronta di chi sei. Puoi provare a lasciarla indietro, ma cammina con te.
Nora passa tutta la vita cercando di ripulirsi da quel fango, di scrollarselo di dosso, come se fosse una vergogna e insieme una condanna.
Dalle paludi del Polesine ai campi allagati del Vercellese. La seconda tappa del viaggio di Nora narra del dolore e della rinascita. Di risaie, di campi allagati, di acqua e fatica. Ma anche di un rifiuto viscerale: il corpo che non accetta più quel contatto, che rigetta la terra come fosse veleno. Il corpo come primo strumento di insurrezione. È la pelle che sceglie. Che scappa.
Nora non riesce a stare in quell’acqua. Quel fango che credeva di essersi lasciata alle spalle torna sotto forma di lavoro, di disagio, di sudore nuovo. Ma è lì che qualcosa cambia. Quel contesto così ostile diventa il punto da cui si genera la sua rinascita.

L’emancipazione e il riscatto femminile
Nora non conosce la parola “femminismo”. Ma la incarna. La sua rivolta non ha linguaggio ideologico, ha urgenza esistenziale. Non vuole dimostrare nulla. Vuole solo salvarsi. La sua non è rivolta politica. È sopravvivenza. Bisogno puro. Fame di vita.
Nora non ragiona in termini di emancipazione. Non si percepisce come parte di un sistema patriarcale: lo subisce e basta. Ma sente che non vuole quel destino, non accetta la passività dei suoi genitori. Vede la rassegnazione, la resa. E quella resa la fa arrabbiare. Non vuole essere come loro. Non può essere come loro.
E così la rabbia diventa motore. Nora non è “contro” qualcosa. È per sé stessa.
Come brace coperta non offre figure rassicuranti, convenzionali, stereotipate. I genitori di Nora, così come gli altri personaggi, non sono identificati né come vittime né come carnefici, ma entrambe le cose. Uno dei tratti più interessanti del romanzo è che non si cerca il colpevole: si ascolta e si abbraccia la complessità dell’animo umano. Tutti fanno male, tutti sbagliano. E tutti, allo stesso tempo, fanno quello che possono.
Il padre di Nora, per esempio, non ha strumenti per gestire la sua rabbia. Quando capisce che è la figlia femmina a trovare una via d’uscita, di riscatto per la loro famiglia, lo vive come un affronto personale. Ma ha anche momenti di tenerezza. Ed è in quei momenti che Nora riesce a vederlo per quello che è: un uomo ferito, e non solo un oppressore. Anche la suocera, Maria, non è solo la donna cinica che appare. È una donna che ha imparato a sopravvivere con gli strumenti che aveva.
Nel cuore del romanzo, tra acqua stagnante e fango, emergono anche personaggi secondari ma fondamentali nell’economia del racconto. Come Lina: una ragazza che porta con sé energia, sfida, e possibilità. Uno specchio potente per Nora, e per chi legge.
Lina è un personaggio altrettanto contraddittorio. Sembra un ragazza frivola, leggera, ma poi ne viene fuori l’aspetto più umano. La sua assoluta liberà sessuale, per i tempi, la rende molto criticata, ma al tempo stesso invidiata. È un corpo estraneo ma necessario a generare movimento.
E poi c’è la figura di Riccardo. Un uomo che non salva, ma accoglie. Che non comanda, ma resta. È un personaggio che resta in silenzio, ma non per debolezza. Consacrazione di un amore che non pretende ma che comprende.
Riccardo è emotivo, piange, lascia spazio. È l’unico uomo che può stare accanto a Nora senza schiacciarla. Come se le dicesse: “So chi sei, e ti accetto così”. È una figura silenziosa, ma determinata.
Luoghi e simboli
Dalla palude al Monferrato. Dai campi umidi alle colline del Barbera, il viaggio di Nora è anche geografico, e il vino (che nel romanzo assume sul finale un ruolo fondamentale) è simbolo di trasformazione.
Volevo creare, mi spiega Alice, un effetto di risalita: da paesaggi piatti e bagnati a colline ariose. La viticoltura, nel romanzo, è molto più di un mestiere. È un cambio di sguardo, di postura, di respiro. Il vino non è salvezza, è fermentazione. È la materia che si nobilita.
Nora, nel corso del romanzo, cambia pelle. Ma non c’è vera trasformazione senza una ricaduta. E Come brace coperta non offre consolazioni facili. Così proprio quando la protagonista sembra aver tagliato il cordone con il passato, scopre una nuova inquietudine: il rapporto con il figlio la espone a una nuova forma di giudizio, il proprio. Nora diventa madre, e in quel ruolo riaffiorano, silenziosi ma nitidi, i tratti dei genitori che aveva tanto combattuto. La maternità è un punto di snodo narrativo e psicologico potentissimo. Senza retorica né pietismo, in questo passaggio Alice ci ricorda che non basta fuggire dalle proprie origini per trasformarsi. A volte serve fermarsi, guardarsi allo specchio, avere il coraggio di ammettere: “sono diventata ciò che temevo”.
Lei, che tanto aveva combattuto per non essere incanalata in un destino già scritto, finisce per replicare lo stesso schema con suo figlio. È stato difficile scrivere quella parte: la giudicavo, soffrivo nel vederla agire così. Ma anche questo è ricominciare: riconoscere le proprie contraddizioni.
In ogni romanzo c’è una parte viva di chi scrive. Alice Malerba non racconta di sé, ma di una tensione che le appartiene: quella tra l’appartenenza e il distacco. Tra ciò che siamo e ciò che vogliamo diventare.
Il riferimento finale a Zurigo (città dove ci incontriamo per realizzare questa intervista) non è casuale.

Vivo costantemente in bilico tra due realtà: l’Italia e la Svizzera. E la ricerca di un senso di appartenenza è qualcosa che sento profondamente.
Al termine della nostra chiacchierata Nora ha praticamente occupato una sedia tutta sua. Si è presa il suo spazio. Così come, pagina dopo pagina, ha fatto nel romanzo. Con i suoi tempi, con i suoi errori, le sue rughe. Le sue battaglie, le sue emozioni. La sua inesauribile spinta a emanciparsi da un ruolo che sembrava già scritto. Ed è esattamente questo il messaggio che l’autrice vuole lasciare: ricominciare non è eroico. Ma è possibile. Per chiunque. È una possibilità che esiste ogni volta che scegliamo di restare vivi.
Come brace coperta è un romanzo che non grida. Ma resta. Non consola, ma accompagna. Non ci dice che tutto andrà bene. Ma che possiamo imparare a tenerci il buono anche dove sembra esserci solo fango. E che, sotto ogni cenere, c’è sempre una brace pronta a tornare fuoco.

#CaparbiamenteSognatrice
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