Volevo sognarmi lontana: Clizia Fornasier racconta di radici e ribellione
È uscito in libreria il 13 giugno 2025 “Volevo sognarmi lontana” (HarperCollins), il nuovo romanzo di Clizia Fornasier che racconta di radici, di ribellione e della ricerca di un altrove. Questa è però anche una storia familiare che parla di donne e di coraggio, di legami che resistono al tempo e a una terra capace di inghiottire tutto, anche i sogni più grandi.
Laura ha da poco compiuto diciotto anni, ha capelli neri e lunghi e grandi occhi a mandorla. È inquieta e bellissima, e sogna una vita oltre la linea dell’autostrada. Una notte, Laura scompare e di lei rimangono solo due lettere, una per Romina, la sua sorellina, e una per la madre, Nives: “ho bisogno di sognarmi lontana”.
Abbiamo incontrato l’autrice per farci raccontare il cuore del suo romanzo e le ultime novità che riguardano il suo percorso artistico.
“Volevo sognarmi lontana” è il tuo secondo romanzo. La protagonista, Laura, lascia il suo luogo di origine alla ricerca di un altrove che le appartenga. Quando e in che modo questa storia è arrivata a te?
E’ arrivata una notte. Dormivo in un luogo diverso dal solito, sul soppalco dei miei ragazzi. Penso che le idee arrivino con maggiore facilità quando si sta sopra a qualcosa. Ero andata a coricarmi suggestionata da un film che avevo visto e che era ambientato nella campagna della Corea del Sud. Ho cominciato a pensare ai campi della mia terra, il Veneto, all’orizzonte che non sai misurare perché niente sembra tagliarlo, se non delle strade, larghe, di cemento scuro. Negli anni ’90 tante nuove strade hanno sottratto terra ai contadini. Terra e buio. Ho pensato a chi è rimasto in quelle case, ai margini delle autostrade, ai giovani che hanno cominciato a chiedersi cosa ci fosse alla fine di quelle strisce d’asfalto e ai vecchi che maledicevano tutta quella luce. Ho avvertito una forte inquietudine.
Questo libro descrive la vita di provincia, un contesto agricolo, grandi sogni e un desiderio di fuga che si fa strada prepotentemente. Quanto c’è di autobiografico in questo romanzo?
Non penso esistano romanzi estranei alla vita di un autore. La tentazione di parlare di storie esotiche, ambientate in luoghi sconosciuti è sempre in agguato ma non c’è niente di meglio che raccontare di ciò che si conosce. Non esiste mondo poco interessante. Io sono cresciuta in provincia, ho letto e visto tanto cinema. I film, i romanzi sono stati la mia autostrada, le mie luci e le mie finestre sull’universo.
Eppure davanti alla mia camera c’era un vigneto, quello di mio nonno, strade bianche, estati di vendemmie, tra le chiacchiere dei vecchi che raccontavano il passato, i pettegolezzi del presente e le leggende senza tempo. Siamo muri nelle cui crepe si insinuano persone e ambienti come pampini, come germogli. Io sono fatta di quei posti anche se ho radicato altrove. E tutta quella distanza è stata lo spazio in cui la mia molla si è potuta caricare e tentare infine lo slancio in avanti, verso il “sogno”.
Descrivi la ribellione di Laura, la quiete della sorella Romina e la severità della loro madre Nives. Tre donne diverse per le quali hai saputo approfondire indole e sentimenti. Sono personaggi che permettono di comprendere che in ognuno di noi convivono fragilità e resilienza…
Sì, è vero. In fondo dentro di noi le ospitiamo tutte e tre. Anche le persone apparentemente più quadrate, in equilibrio, possono essere incrinate da un momento sbagliato. Siamo come un vigneto, in fondo. Abbiamo bisogno di cure costanti, sieri contro i parassiti, abbiamo bisogno di silenzio, di un vomere che ci districhi radici e pensieri, di sole, di acqua e temiamo la violenza delle grandinate.

Il Veneto, anche con elementi del suo dialetto, è altrettanto protagonista di questo libro. Cosa ti ha fatto decidere aggiungere questa identità linguistica all’opera?
Quando sono nata mio padre ha proibito ai nonni, con cui trascorrevo molte ore della mia giornata, di parlarmi in dialetto. Voleva che parlassi “bene” e che acquisissi il meno possibile la cantilena tipica della nostra parlata. La sera mi venivano raccontate storie della buonanotte tassativamente in italiano corretto (le mie preferite erano quelle più “creepy”, si direbbe oggi) e io ho sempre amato le parole, soprattutto quelle di uso non comune. A cinque anni sfogliavo il dizionario per cercarle.
Dopo una vita trascorsa cercando di mimetizzarmi tra gli “apolidi”, ho sentito la necessità di parlare di radici. Questa storia accade lì e ogni luogo ha la sua lingua. Il veneto nel cinema è sempre messo in bocca agli stolti, una cosa che mi ha sempre irritata. Il dialetto che non ho mai potuto parlare ma che mi ha cresciuta, ha tanto da raccontare. Dentro ci sono concetti intraducibili, suoni evocativi lasciati sospesi con parole tronche, dure. Il Veneto è stato uno strumento fondamentale per cesellare i profili di questa vicenda.
La tua attività autoriale spazia dal romanzo alla sceneggiatura. Il 18 luglio al Fara Film Festival e a settembre di quest’anno alla Mostra del Cinema di Venezia, presenterai la tua opera prima “Pippo Non Lo Sa – Sulle orme di Marco Polo”, un cortometraggio scritto e diretto a quattro mani con il tuo compagno Attilio Fontana. Cosa accomuna e cosa distingue questi due linguaggi narrativi? Dove ti trovi più a tuo agio?
Penso i due linguaggi siano molto differenti. Me ne sono accorta nell’ascoltare alcune battute recitate che su carta erano poesia, ma che in bocca agli attori suonavano molto diverse. Il cinema è visivo e il silenzio che in un romanzo è pieno di suggestioni, descrizioni, in un film è semplicemente silenzio. Alle parole del silenzio ci pensano gli sguardi, le inquadrature, il montaggio. Serve orecchio, passione e serve aver visto una montagna di cinema.


Non possiamo sentirci innovativi o semplicemente pronti senza aver prima compreso e approfondito ciò che ci ha lasciato il passato. Credo però che tutto sia fondato sul racconto. La storia è l’ape regina di ogni forma di intrattenimento. Se una storia è buona, siamo già sulla buona strada. Se te la cavi con la narrazione, allora forse avrai anche un buon film. Io amo raccontare storie e se queste riescono a tradursi in “pellicola”, mi sento una donna davvero felice.
Ci puoi dire se hai un luogo “segreto” o “del cuore” dove preferisci scrivere?
Scrivo spesso sul divano di casa. Nell’angolo del divano. Mi piace stare negli angoli quando scrivo. La schiena contro qualcosa. Chissà, forse se sento che lo spazio per due lati si occupa di me, sostenendomi, la testa si sente più libera. Forse quando la schiena ha da dove spingere, mi sembra di poter soffiare la storia in avanti. Le idee invece mi vengono soprattutto verso il crepuscolo e se sono in luoghi sospesi. Alberi, soppalchi, ma mi accontento anche di una finestra. La notte e quei luoghi, sono più leggeri e sono incastrati tra il mondo reale e quello delle storie che ancora devono venire. Io sto lì e con la mia canna immaginaria, pesco nel buio.
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