Sole spento
All’inizio lo temevo. Il buio, intendo.
Accendevo ogni lampada, lasciavo il televisore acceso, anche quando non guardavo niente. Mi bastava sentire una voce che non fosse la mia. Poi ho smesso. Ho cominciato a starci dentro. A lasciarlo colare piano, come vernice densa sulle pareti, sulle mani, sugli occhi.
Non serve molta luce per vedere quello che non vuoi.
La depressione non è assenza. È troppa chiarezza. È l’impossibilità di distogliere lo sguardo da quello che sei diventato. Così ho chiuso le tende, spento il telefono, abbassato le serrande. E per un po’ è stato quasi bello.
Nessuno che mi chiedesse come sto, nessuno da deludere. Solo io, e un respiro lento che non dovevo giustificare.
Poi una voce ha attraversato il buio.
– Papà?
Appena un sussurro. Non l’ho vista, ma sapevo che era lì, dietro quella porta.
– Papà, accendi la luce. Non ti vedo –
Mi sono alzato. Le gambe tremavano come se avessi camminato per giorni. Ho deciso di aprire una finestra.
Fuori, buio. Ne ho aperta un’altra. Stesso buio. Le ho spalancate tutte. Il buio restava lì, fermo, denso, come se anche il cielo si fosse spento.
Allora ho aperto la porta, sono uscito sul pianerottolo. Le scale erano buie. In strada non c’era nessuno. Neanche un rumore, neanche un riflesso. Solo me e quella massa nera che ingoiava tutto.
Mi sono seduto sul marciapiede e ho capito. Le finestre non erano fuori. Erano dentro. Era da lì che il buio entrava. Da lì che la luce non passava più.
Ho chiuso gli occhi, ho pensato al suo volto, al suo modo di dirmi Papà.
Ho provato ad aprirne una. Piccola. Invisibile. E da quella fessura è entrato un raggio. Non grande. Non forte. Ma è bastato. Ha illuminato i suoi occhi. Solo quelli.
E in quello sguardo ho capito che il sole non era più spento.
E che forse non proveniva nemmeno dal sole, la luce che stavo cercando.
Gabriele Ziantoni #DisperatamenteMalinconico
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