Formula 1: malinconia degli anni ‘90 nel libro Parole di corsa di Emiliano Savini

Formula 1: malinconia degli anni ‘90 nel libro Parole di corsa di Emiliano Savini

C’è una caratteristica comune tra chi ha vissuto la Formula 1 anni Novanta e chi la racconta ancora oggi: la malinconia. Un sentimento che non si limita ai ricordi delle gare, ma attraversa tutto ciò che circondava quel mondo.

Sono gli anni in cui la Formula 1 profuma di benzina e di umanità. Un’epoca sospesa tra coraggio e vulnerabilità in cui il paddock mescolava sguardi tesi, tute impregnate di olio, attese interminabili davanti ai box e quel brivido unico che nasceva sapendo che ogni giro poteva essere leggenda o perdita.

È in questo territorio emotivo che affonda le radici Parole di corsa, il libro (edito da Bertoni editore) di Emiliano Savini, che restituisce voce e sfumature ad una stagione irripetibile del motorsport.

Tutto nasce da un viaggio. O meglio, dai primi viaggi verso Monza e Imola, quando la Formula 1 era attesa e aspettativa, entusiasmo e calore umano, adrenalina e appartenenza.

È il settembre del 1990 quando Emiliano, ancora bambino, sale in macchina con lo zio Ezio (“l’avvocato”) e la zia Daniela (“zia Lella”) diretto da Roma a Monza. Non è soltanto l’idea di assistere per la prima volta dal vivo ad una gara ad emozionarlo. Ma ogni piccolo atto che la precede. La notte insonne passata ad immaginare il weekend. Il conto alla rovescia in vista della partenza. E poi, una volta in auto, le cartine stradali lette al contrario, le fermate agli autogrill, i pronostici, le discussioni infervorate su questo o quel pilota, e le risate isteriche prima dello sventolio della bandiera a scacchi.

“Ogni volta che ripenso a quei momenti”, mi racconta emozionato l’autore, “mi perdo nei piccoli dettagli di quei ricordi come un malinconico senza speranza”.

“Dai Mimì (non ricordo il motivo, ma da piccolo ero stato soprannominato Mimì metallurgico) a settembre vieni con noi a Monza”, mi avevano annunciato qualche mese prima gli zii. Da quel momento i giorni passavano lenti e io non riuscivo a dormire pensando a come sarebbe stato stupendo quel fine settimana. Ricordo la mattina della partenza, aspettando mio zio che arrivava a Roma da Condofuri in macchina. Appuntamento a Ciampino da “Zio”, un vecchio ristorante storico che era un riferimento della zona. E poi, finalmente, il viaggio. Con mio cugino Giovanni parlavamo di Nigel Mansell, di Gerhard Berger, discutendo se Prost potesse battere Senna e vincere il Mondiale. Tutto questo mentre mio zio aveva da ridire su come zia leggeva la cartina stradale: “Dani, ma la guardi al contrario? Così mi rimandi in Calabria!”.

Parole di corsa non nasce come un semplice libro sulla Formula 1, ma è frutto della necessità di mettere ordine in un percorso privato. Savini lo definisce “un viaggio personale che ad un certo punto desiderava essere condiviso”. È la storia di un bambino che cresce seguendo i suoi idoli e che, diventato giornalista, li ritrova dall’altra parte del microfono. Li scopre diversi, più esposti, più umani.

Il suo racconto della Formula 1 tra gli anni ‘90 e i 2000 è un percorso guidato non attraverso le classifiche o le statistiche, ma nel dietro le quinte, alla scoperta dell’uomo oltre il casco, della vita dentro i box.

Prima e dopo le interviste annotavo sempre sensazioni e aneddoti. Ad un certo punto della mia vita ho pensato che tutte quelle storie potessero avere un filo conduttore. Stavo vivendo una sfida professionale impegnativa e quello era un modo per ripercorrere dall’esterno un tratto della mia vita e dargli un senso. “È un momento di difficoltà, cosa faccio adesso?”, mi chiedevo. E così ho iniziato a scrivere. Egoisticamente parlando, è stato un percorso catartico.

Le voci dal paddock

Dal cilindro dei ricordi, ad una ad una, le voci del paddock emergono con prepotenza. Un coro composto da campioni, dirigenti, costruttori, figure che hanno segnato il motosport italiano e internazionale.

Ho scelto le interviste che ritenevo giornalisticamente più rilevanti, spesso frutto di lunghe chiacchierate, anche di quaranta minuti. Penso a Emerson Fittipaldi, Max Mosley, Gerhard Berger, Gian Carlo Minardi, per esempio. Uno su tutti però è Bernie Ecclestone. Una rivelazione. Un personaggio che in Tv incuteva timore, ma che poi dal vivo dimostrava sensibilità e dolcezza.

Quella di Ecclestone non è un’eccezione isolata: in quegli anni la Formula 1 era piena di figure che apparivano granitiche dall’esterno, ma che dentro portavano il peso di un ambiente dove ogni weekend si sfiorava il limite.

Le interviste raccolte da Savini mostrano un paddock meno monolitico di quanto si possa pensare: dirigenti, piloti e tecnici vivevano contraddizioni profonde, spesso taciute, che esplosero con drammatica evidenza nel 1994. Un anno che rimane inciso nella memoria come un trauma collettivo.

1994: l’annus horribilis della Formula 1

Dopo le morti di Ayrton Senna e Roland Ratzenberger a Imola, il mondo della F1 è costretto a rivedere la propria relazione con la velocità, il rischio e la sicurezza. Prima del 1994 la pericolosità era considerata parte del gioco. Dopo il 1994 quella percezione crolla: anche i più grandi possono morire da un momento all’altro.

Un “annus horribilis” che costringe quindi l’intero sistema a guardarsi allo specchio. Nelle pagine del libro quel passaggio emerge come uno spartiacque inevitabile.

Era suonato un campanello d’allarme. Ed era diventata forte la consapevolezza che qualcosa andasse cambiato. La FIA, grazie al grande lavoro di Max Mosley, decise a quel punto di puntare molto sulla sicurezza e sull’omologazione delle monoposto in quella direzione. Tra i primi interventi ci fu anche l’introduzione di un limite di velocità in pit lane (fino ad allora non esisteva un limite formale e le vetture potevano superare i 150 km orari) che venne fissato a 80 km orari (60 km/h in circuiti particolari).

Il 1994 non segna, però, solo una svolta nella sicurezza. Cambia anche il modo di raccontare la Formula 1, di avvicinarsi ai suoi protagonisti, di entrare nel paddock. Prima, negli anni ‘80 e ‘90, i piloti si fermavano a parlare senza seguire protocolli, i giornalisti costruivano rapporti nel tempo, spesso al di fuori delle interviste ufficiali. Era un mondo meno filtrato, meno protetto, meno attento all’immagine. Una stagione in cui la narrazione era fatta di persone prima che di personaggi.

La svolta investe anche il linguaggio. La tragedia impone maggiore prudenza, maggiore controllo: le parole diventano più pesate, le interviste più formali, gli uffici stampa assumono un ruolo centrale nel modulare tempi, toni e contenuti delle interviste e delle comunicazioni ufficiali.

Un paesaggio destinato a mutare ulteriormente con l’avvento dei social, che hanno riscritto completamente la distanza tra piloti e pubblico. Da una parte sembrano più vicini, costantemente raggiungibili, raccontati attraverso storie, reel e contenuti. Dall’altra però la comunicazione è più costruita, più strategica, più orientata al brand personale che al vissuto reale. Le interviste non sono più il luogo della confidenza, ma una delle tante superfici narrative in cui i piloti devono muoversi. E il paddock non è più un luogo di scambio spontaneo, ma un ambiente complesso, in cui ciò che passa oltre il filtro è sempre meno.

Emiliano Savini intervista Jarno Trulli – copyright Yoshiko Hashimoto

C’è un altro fronte su cui la Formula 1, nel frattempo, ha cambiato pelle: il rapporto tra pilota e ingegnere. Il libro di Emiliano Savini registra, attraverso le testimonianze, la progressiva trasformazione del ruolo del driver, da protagonista quasi assoluto a parte di un sistema iper tecnologico.

I piloti con cui ho avuto il piacere e l’onore di parlare hanno vissuto un’era di transizione. Jarno Trulli, per esempio, mi raccontava di come fosse difficile pensare a tutta la tecnologia sul volante e allo stesso tempo pensare a come affrontare al meglio il cordolo per fare il tempo più veloce.

Il lato umano della Formula 1

Al centro di Parole di corsa non ci sono solo motori, strategie e risultati. C’è, prima di tutto, la fragilità umana dei protagonisti.

Vorrei che il lettore leggesse un pò di umanità. Nel corso di alcune interviste sono emerse storie di difficoltà personali e momenti di sfida esistenziale. Anche questi personaggi come tutti noi, hanno vissuto dei drammi.

Ed è proprio in questo territorio vulnerabile che affiora uno degli aspetti più nascosti della Formula 1: la paura della morte. Savini racconta di come piloti come Emerson Fittipaldi (che ha perso trentasette colleghi durante la sua carriera) abbiano sviluppato una spiritualità profonda, quasi inevitabile per il semplice fatto di essere ancora vivi. Un’eredità che appartiene soprattutto alle generazioni di piloti cresciute negli anni in cui correre significava convivere ogni weekend con un rischio reale, tangibile. La loro fede, il loro modo di guardare la vita non con arroganza ma con gratitudine, sono la traccia più forte di ciò che non vediamo quando guardiamo una macchina lanciata a trecento all’ora.

Parole di corsa invita il lettore a riconoscere il prezzo umano di quella grandezza: la fatica, i rischi, i lutti, le debolezze nascoste, la verità emotiva che rende ogni storia irripetibile. La consapevolezza che dietro ogni casco c’era, e c’è ancora, un essere umano che corre contro il tempo e contro la paura, con la stessa fragilità che appartiene a tutti noi. Una fragilità che il libro di Savini restituisce con delicatezza. Non è un rimpianto assoluto ma una constatazione: per capire davvero quelle stagioni non bastano le classifiche. Servono le voci, i silenzi e le crepe che Le parole di corsa rimette in fila, una storia alla volta.

#CaparbiamenteSognatrice

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Elisabetta Mazzeo

Elisabetta, classe 1981. Ogni 18 anni un cambiamento. Prima la Calabria, poi Roma, ora Zurigo. Domani chissà. La mia sfida quotidiana? Riuscire nell’impresa di essere contemporaneamente mamma, moglie, giornalista, scrittrice e ora anche blogger. Ore di sonno: poche. Idee: tante. Entusiasta, curiosa, caparbia, sognatrice. Scrivere è un’esigenza. Una lunga gavetta nei quotidiani e nelle tv locali, poi l'approdo come inviata di Sport Mediaset. Non ho dubbi: il mio è il mestiere più bello del mondo. Una passione prima che un lavoro. Oggi ricopro l'inedito ruolo di vicedirettore a distanza di Retesole, l’emittente che mi ha visto crescere umanamente e professionalmente. Divoro libri e due li ho anche scritti, mi nutro di storie di sport, ma non solo. Scatto e colleziono foto, mi alleno quanto basta per non sentirmi in colpa e in compenso macino chilometri armata di scarpe da ginnastica e passeggino. L'arrivo delle mie due figlie ha rimodulato le priorità della mia vita. E adesso è con loro e per loro che continuo a mettere le mie passioni in campo. #CaparbiamenteSognatrice

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