Malinconia….degli anni ’80: un racconto tra ricordi e cambiamenti

Malinconia….degli anni ’80: un racconto tra ricordi e cambiamenti

La mia relazione con la malinconia è legata ai fantastici, stupendi e indimenticabili anni ’80. Non è un’emozione triste, né una mancanza dolorosa. È più simile a un luogo interiore, un punto fermo che so di poter raggiungere quando tutto diventa troppo veloce.

Anni ’80: quando i ricordi diventano una lente sul presente

Col tempo ho capito che i ricordi degli anni ’80 non servono a tornare indietro, ma a guardare avanti in modo diverso. Ogni volta che ripenso a quel periodo, noto quanto fosse più semplice respirare, quanto bastasse poco per sentirsi presenti. Oggi invece mi accorgo spesso che il presente scivola via mentre lo vivo, come se non riuscissi mai davvero ad afferrarlo. È allora che la malinconia torna a bussare.

Sono classe ’77 quindi so già che questo articolo nonriguarda tutti. Chi non li ha vissuti, gli anni’80, ci vede oggi solo come dei boomer. Quando ero bambina il tempo aveva un altro peso. Le mattine sembravano lunghe, i pomeriggi ancora di più. Non ricordo orologi o appuntamenti precisi. Ricordo invece la luce, le biciclette che appoggiavamo ovunque, il caldo delle estati che non finivano mai e la libertà di uscire di casa senza dover spiegare nulla a nessuno. Era una vita che non sapevamo definire, ma che ci riempiva al punto da non capire nemmeno quanto fosse speciale.

L’indipendenza che avevamo senza accorgercene

Negli anni ’80 nessuno parlava di autonomia infantile, ma la vivevamo ogni giorno. Uscivamo da soli, esploravamo, ci arrangiavamo. Se cadevamo ci rialzavamo da soli. Se litigavamo imparavamo a fare pace. Non c’erano telefoni che ci controllavano, non c’erano adulti che sapevano sempre dove fossimo. Era un mondo che ci lasciava fare, e forse è proprio da lì che viene quella forza che ancora oggi a volte ritrovo nei momenti più difficili.

La mia memoria sonora degli anni ’80 è fatta di cassette che frusciavano, di matite che riavvolgono il nastro delle TDK da 90 minuti, di tasti che scattavano, di brani registrati male, spesso alla radio pronti a spingere rec and play appena partiva la nota della canzone preferita. Non c’era la perfezione del digitale, c’era l’imperfezione che però diventava parte dell’esperienza. La musica mi accompagnava senza chiedermi nulla, e forse proprio per questo crea tanta malinconia ogni volta che ci ripenso.

Il quartiere come mondo a parte

Gli amici non si cercavano con un messaggio, si chiamavano dal basso urlando il loro nome. O citofonando, nel migliore dei casi. A volte uscivano, a volte no. Ma non esisteva l’ansia del rifiuto, né il peso del confronto continuo. Stavamo insieme perché era la normalità, non un evento da incastrare fra mille impegni. Quelle persone facevano parte del paesaggio, come le panchine del cortile o il rumore della strada.

Nel quartiere, sulla strada, imparavamo a cadere, a discutere, a risolvere problemi, a fare squadra. Crescevamo senza che nessuno lo notasse davvero. Oggi queste strade esistono ancora, ma non hanno più lo stesso ruolo.

Crescere tra due epoche diverse

Siamo l’unica generazione che ha vissuto due mondi diversi. Quando la tecnologia è arrivata, io ero ancora abbastanza giovane da non capirla del tutto ma abbastanza grande da percepire che fosse una rivoluzione. Il computer, Internet, i primi telefoni cellulari: sono entrati piano, senza rumore, ma una volta arrivati hanno cambiato tutto. D’un tratto la vita ha iniziato a spostarsi su uno schermo e a correre più veloce del normale.

La mia generazione è la generazione del “prima e dopo”. Abbiamo conosciuto una vita senza tecnologia, fatta di presenza, strada, attese, silenzi, e subito dopo una vita piena di connessioni, notifiche, velocità. Questa doppia identità ci rende nostalgici ma anche consapevoli. La malinconia di quegli anni nasce anni proprio da questo: dal sapere che abbiamo vissuto qualcosa che non tornerà più.

Ieri e oggi

Oggi tutto è immediato, tutto è veloce, tutto richiede attenzione. La lentezza di quegli anni non esiste più e spesso mi ritrovo a cercarla, anche solo inconsciamente. Mi manca quella sensazione di vivere il presente con calma, senza la pressione di dover essere ovunque e fare tutto. Quello che mi manca non sono gli oggetti o le mode. Mi manca il modo in cui vivevamo quei momenti. Mi manca l’autenticità delle emozioni, la spontaneità delle relazioni, la leggerezza di esistere senza voler apparire.

Ogni tanto provo a rallentare. Non sempre ci riesco, ma quando succede sento di tornare un po’ in quel tempo. Faccio un respiro, ascolto il silenzio, guardo le cose con più calma. È un modo per recuperare quella parte di me che gli anni moderni rischiano di coprire.

La malinconia di quegli anni non è un capriccio nostalgico, ma una parte di me che continua a parlare. È una lente che mi ricorda cosa contava davvero, quando il mondo era piccolo ma il cuore era grande. A volte basta un rumore, un profumo, una vecchia canzone per riportarmi là, in quei pomeriggi in cui tutto sembrava possibile. E ogni volta che succede, mi sento intero.

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Paola Proietti

Classe '77, giornalista professionista dal 2008. Ho lavorato in radio, televisione e, vista l'età, anche per la vecchia carta stampata. Orgogliosamente romana, nel 2015 mi trasferisco, per amore, in Svizzera, a Ginevra, dove rivoluziono la mia vita e il mio lavoro. Mamma di due bambine, lotto costantemente con l'accento francese e scopro ogni giorno un pezzo di me, da vera multitasking expat.

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