Alle 5.30 sono diventato mio zio

Alle 5.30 sono diventato mio zio

Il passaggio fu netto.

Non graduale, non educativo. Netto come uno strappo.

Alle medie eravamo bambini che facevano finta di essere già qualcosa.

Al liceo eravamo un numero che cercava di sopravvivere agli adulti.

Fino a giugno parlavamo di figurine, di come Zeman, appena contrattualizzato, avrebbe schierato il tridente della Roma, se Francesco Totti fosse realmente the next big thing. A settembre c’erano ragazzi maggiorenni che fumavano sulle scale, si baciavano con la lingua e ridevano di te anche solo per le scarpe che portavi.

Io sapevo fare una cosa sola: scrivere.

E scrivevo. Scrivevo. Scrivevo.

Non uscivo mai.

Mio padre accompagnava mio fratello, dieci anni, agli allenamenti di calcio come fosse un investimento a lungo termine. Io restavo a casa, senza che nessuno se ne preoccupasse. In fondo non avevo sempre vissuto così? Senza dare pensieri a nessuno?

Ogni tanto qualcuno, sull’uscio di casa, forse per dovere, mi diceva:

  • Perché non esci? Vai in piazza con gli altri ragazzi –

Non avevo il motorino. Abitavo in campagna. Non conoscevo nessuno nel mio paese. Da anni avevo deciso di studiare in una cittadina vicina, perdendo il contatto con i miei coetanei come si perde un numero di telefono: senza accorgersene.

Ero solo.

Solissimo.

Ma non sarebbe stato sempre così?

In più c’era il metodo di studio. Nuovo. Ostile. Non entrava. Mi faceva male. Io, che ero sempre stato il primo della classe, prendevo brutti voti nonostante l’impegno. Studiavo tutto il pomeriggio. Non facevo sport, non facevo nulla, non vivevo. Eppure non bastava mai. Il fallimento aveva una forma concreta: il registro.

Poi arrivarono le ragazze.

Truccate. Ben vestite. Sicure. Io non avevo una lira e vestivo con tute comprate al mercato da mia nonna. E scoprii, con un ritardo imbarazzante, che il mondo guardava come eri messo, non cosa avevi in testa. E questo sarebbe durato a lungo: fino a ben dopo l’università.

Chi ci aveva mai fatto caso prima? Mi sembrava di avere intorno solo rumore. E’ questa l’adolescenza?

Così mi rifugiai nei libri.

Leggevo più pagine di quante ne possedessi. Spendevo ogni banconota in mio possesso nelle librerie. La biblioteca la frequentavo poco: mi piaceva scegliere, comprare, portare via qualcosa.

A Natale mi fiondai in “A Christmas Carol” di Dickens in lingua originale. Sarebbe stato argomento di un compito in classe e non volevo farmi trovare impreparato. Non nel mio mondo, quello della letteratura.

Per non togliere spazio alle altre materie, nelle quali ero nettamente più in difficoltà, avevo relegato la lettura al mattino presto. Mi svegliavo alle cinque, sempre, non importava se la cifra sul calendario fosse colorata di rosso o di nero. Mi bastava un’oretta: leggevo quelle pagine fotocopiate, con il vocabolario accanto e una coperta sulle gambe e poi mi preparavo al primo appuntamento del mattino: l’autobus delle 7.20. Una mattina uscii mentre tutti dormivano. Qualcuno stava male, qualcuno non lavorava. Nessuno mi accompagnò. Mi sentii enorme e minuscolo insieme. Responsabile. E troppo solo.

Non avevo accompagnatori o autisti, non sempre almeno. Un chilometro a piedi, in discesa. Al freddo. Vestito di cappotti non proprio all’altezza e con le cuffie alle orecchie un lettore cd, pesantissimo, in tasca. Ascoltavo artisti sconosciuti, spacciati, a parole, durante gli intervalli di scuola. Rintracciarli, nei pochissimi negozi di dischi esistenti ai Castelli era impresa ardua. Ci si affidava agli scambi a mano e alla forza di una rete agli albori, ma già ricca di contenuti e sorprese.

Verso altri lidi era la mia traccia.

In un momento in cui Fabri Fibra era ben lontano dal main stream.

In un momento in cui si ascoltava Barbie Girl degli Aqua o La Copa de la Vida di Rickye Martin.

I miei gusti musicali mi spingevano verso la solitudine e la derisione.

Ma non si sarebbe ripetuto anche questo in futuro?

Alle 5.30 sentivo sempre mio zio sbattere la porta.

Andava a lavorare nelle celle frigorifere di un grossista. Mi chiedevo come facesse ad accettare tutto quel freddo per poi tornare a casa da una donna che non amava, che gli urlava addosso con una voce sgraziata, incomprensibile, gutturale. Che lo costringeva a dormire sul divano. Che non perdeva occasione per umiliarlo davanti a tutti.

Mi sentii fortunato.

Mi chiesi come ci si sentisse a essere mio zio.

E questo dubbio mi ha perseguitato per anni.

Ora lo so.

Ora sono io quello che esce alle 5.30.

Non lavoro in una cella frigorifera. Ho scelto la mia donna. Ma ogni mattina, mentre preparo il primo caffè e maledico la vita con precisione chirurgica, mi chiedo se da qualche parte esista un ragazzo che mi percepisce. Che sente i miei movimenti. Che mi giudica senza conoscermi, come facevo io.

Ci penso ogni mattina.

Sono diventato mio zio.

L’unica cosa che mi spaventa davvero è mia figlia.

Non voglio che sia lei a guardarmi così.

Gabriele Ziantoni  #DisperatamenteMalinconico

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Gabriele Ziantoni

Giornalista per hobby, polemico per professione, speaker per necessità. Gabriele Ziantoni nasce a Marino, un piccolo paese in provincia di Roma, il 12 dicembre 1983. Solitario, testardo e vagamente intollerante, vive con una penna in mano e un foglio bianco davanti agli occhi fin da quando ne ha memoria. Dopo varie esperienze nel campo del giornalismo, soprattutto sportivo, dal 2011 affronta in maniera ondivaga il rapporto con il suo secondo amore dopo la scrittura: quello con la radio. Direttore Artistico di New Sound Level 90 FM, ha all’attivo tre libri: “Un secondo dopo l’altro” (L’Erudita, 2017), “Nonostante tutto” (L’Erudita, 2019) e “Rudi Voller. Il Tedesco Volante” (Perrone, 2020).

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