“Tu non puoi capire”: Internò in esclusiva nel podcast di Lucarelli e Cribari sul caso Bergamini

“Tu non puoi capire”: Internò in esclusiva nel podcast di Lucarelli e Cribari sul caso Bergamini

Bergamini e Internò. Denis e Isabella. Dietro la vicenda giudiziaria, i sospetti, le battaglie legali, le tesi e i processi mediatici ci sono prima di tutto due persone. Un calciatore stimato e amato e una giovane donna che vivono una relazione sentimentale intensa.

Il 18 novembre 1989 la tragedia. Nel buio della Strada Statale 106 Jonica, nei pressi di Roseto Capo Spulico, in Calabria, Denis muore investito da un camion. Il caso viene archiviato nell’immediatezza dei fatti come suicidio. Poi nel 2011 su esplicita e incessante richiesta della famiglia Bergamini viene riaperto. È in questa fase che le nuove indagini prendono una piega totalmente diversa dal passato.

La Procura inizia a ipotizzare che la versione del suicidio sia una messa in scena e che la verità sia da cercare proprio nelle dinamiche relazionali tra Denis e Isabella. Da quel momento in poi la figura di Isabella Internò passa gradualmente da testimone a indagata, fino a diventare unica imputata. 

Ed è soprattutto su Isabella, sui suoi silenzi spesso interpretati come implicita confessione di colpa, che accendono i riflettori con una luce nuova Selvaggia Lucarelli e Marco Cribari, autori del podcast “Tu non puoi capire”, prodotto da Boutade Media. Un lavoro giornalistico che prova a ribaltare la prospettiva, con un’intervista esclusiva all’ex fidanzata di Bergamini.

La donna all’epoca dei fatti aveva 19 anni. Attualmente è condannata in primo grado dalla Corte d’Assise di Cosenza a 16 anni di reclusione per omicidio volontario in concorso con ignoti.

Presunta innocente. Fino alla sentenza definitiva di Cassazione.

Il fronte dei colpevolisti la addita già da tempo come “assassina che ha orchestrato un delitto d’onore”. Da novembre 2025, però, una nuova interpretazione del caso Bergamini riecheggia nelle cuffie di migliaia di ascoltatori. Insinuando il dubbio.

Lucarelli e Cribari offrono un controcanto articolato e approfondito rispetto alla narrazione pubblica e mediatica prevalente.

Narrazione che, in questa storia, ha assunto negli anni un peso tale da incidere sulla vicenda stessa.

Quando il magistrato che ha riaperto il caso nel 2017, a indagini ancora in corso, mi spiega Marco Cribari, ha ringraziato la stampa perchè grazie ad essa sosteneva di aver appreso diversi dettagli importanti di questa vicenda che prima gli erano sconosciuti, ho avuto il sentore della gravità del tilt mediatico-giudiziario in atto. Ero certo, a quel punto, che ne sarebbe scaturito qualcosa di terribile.

È un passaggio che segna un punto di svolta: l’informazione che, secondo la testimonianza di Cribari, non si limita più a raccontare ciò che emerge dalle indagini, ma diventa essa stessa fonte di conoscenza per chi indaga.

Le poche e singole voci fuori dal coro vengono isolate. Raccontare il caso Bergamini in modo non allineato al resto delle testate e dei colleghi comporta per il giornalista calabrese un’esclusione professionale e personale.

A partire dal 2009, mi racconta, subisco minacce e tentativi di aggressione fisica (denunciate ai Carabinieri). La Procura mi intercetta per due anni e mi descrive come un depistatore. La mia “colpa”? Quella di aver realizzato una controinchiesta in cui mi limitavo solo a raccontare i fatti, perché bastavano quelli a capire subito che si trattava di un delitto impossibile. Il problema però per loro era proprio quello: i fatti non andavano raccontati. É la vecchia storia del re nudo. Certe montature, proprio perché sgangherate, hanno bisogno dell’unanimità per durare. Basta una sola voce contraria e la gente può accorgersi dell’inganno.

Il podcast “Tu non puoi capire” appare sulla scena come un sasso lanciato in uno stagno che sembrava ormai immobile. Secondo la tesi di Lucarelli e Cribari l’opinione pubblica e gran parte della stampa avrebbero adottato negli anni una prospettiva “monocromatica”, in cui Isabella Internò è stata eletta a carnefice ben prima che un tribunale si pronunciasse.

Su questa storia, nel corso degli anni, sono stati scritti libri, realizzato documentari, persino un cortometraggio, tutti colpevolisti. Senza contare i talk show che, anche a processo in corso, non hanno mai smesso di martellare con le loro tesi sempre e solo colpevoliste. Il processo di primo grado è stato inquinato in modo irrimediabile da questo clima, tant’è che il giorno della sentenza il tribunale era presieduto dagli ultrà del Cosenza con striscioni e fumogeni al seguito. Il podcast è un progetto a cui abbiamo lavorato per anni e racconta nel dettaglio questa allucinazione collettiva che ha portato alla condanna di una donna per un omicidio che non è mai avvenuto.

Per gli autori del podcast il corpo di Bergamini non mente: i segni ritrovati sarebbero compatibili con l’investimento, non con una messinscena successiva a uno strangolamento.

Ma perché allora si è arrivati ad una condanna a 16 anni per Isabella Internò?

Per Marco Cribari la risposta va ricercata in un pregiudizio culturale verso la Calabria dell’epoca, descritta come una terra di codici e silenzi mafiosi, dove un “delitto d’onore” appare come l’unica spiegazione plausibile per una fine così tragica.

Il caso di Denis Bergamini, non a caso, non è mai stato “solo” un processo per omicidio. È una ferita aperta che tocca i nervi scoperti dell’identità di una città, Cosenza, e le dinamiche sociali di un’intera regione. Il perimetro del tribunale è sembrato sempre troppo stretto per contenere le forze che si sono mosse, negli anni, attorno a questa storia.

Bergamini era un calciatore molto amato a Cosenza, puntualizza Marco, per cui una vicenda di cronaca è diventata una battaglia identitaria della tifoseria organizzata. Questa però è anche una storia che mette il Nord contro il Sud, gli uomini contro le donne. Che introduce in modo strumentale temi quali l’amore tossico, il patriarcato e pettegolezzi di provincia, il tutto condito da presunti complotti e depistaggi. Tutti elementi di pura fantasia, spauracchi agitati ad arte che hanno reso mostruosa una vicenda in realtà molto semplice.

In questo contesto, la “piazza” avrebbe giocato quindi un ruolo fondamentale. La battaglia di Donata Bergamini, sorella di Denis, ha saputo catalizzare l’attenzione nazionale, trasformando il caso in una causa civile. Questo ha generato quella che alcuni definiscono “giustizia di popolo”: una pressione mediatica talmente forte che rende complicato, per qualsiasi giudice o perito, emettere sentenze o pareri che vadano contro il sentimento comune.

In pochi, purtroppo, negli anni hanno inteso esercitare l’arte del dubbio. Ha prevalso il modello televisivo del “reggi microfono”. La cronaca giudiziaria è stata delegata al pubblico ministero, alla sorella di Bergamini e al suo avvocato. E dato che i difensori dell’imputata si sono sottratti al processo mediatico ne è venuto fuori un racconto a senso unico che l’opinione pubblica si è bevuta tutta d’un fiato. Eppure, spiega Cribari, sarebbe bastato leggere gli atti dell’inchiesta e poi seguire il processo per capire che la prova scientifica così “scientifica” non era: e che, anzi, le cosiddette “certezze” dei consulenti fanno a pugni con la logica e con le evidenze.

Punto di rottura di “Tu non puoi capire” rispetto alle altre narrazioni della vicenda è sicuramente lo spazio esclusivo che ha potuto riservare alle dichiarazioni di Isabella Internò, la quale ha accettato di raccontare e raccontarsi per la prima volta. La sua voce è il grimaldello che serve agli autori per scardinare quello che definiscono un “processo alle intenzioni”. Lucarelli e Cribari evidenziano come, nonostante decenni di intercettazioni e pedinamenti, non sia mai emersa una prova regina, un complice, o una confessione, se non interpretazioni soggettive di frasi estrapolate dal contesto.

Nel podcast dimostriamo come l’innocenza di Isabella Internò sia dimostrata a prescindere da ciò che racconta lei. Selvaggia Lucarelli non le fa sconti e l’intervista è messa lì, così com’è, senza tagli e manipolazioni. É un documento a mio avviso prezioso soprattutto per gli esperti di Statement analisys, che può offrire conferme o smentite alle loro convinzioni più radicate. Della serie: ecco come si comporta davanti alle telecamere una donna che tutti credono colpevole, ma che in realtà è innocente.

“Tu non puoi capire”, in questo senso, è più di un semplice titolo. Suona come un monito.

Scelta perfetta da parte di Selvaggia. É la frase che Bergamini ripeteva a Isabella ogni qualvolta decideva di allontanarsi da lei, ma al contempo è rivolta idealmente anche all’opinione pubblica per metterla in guardia dagli effetti nefasti della disinformazione organizzata. A pagarne le spese, oggi, sono una donna e i suoi familiari, ma un giorno la stessa tempesta potrebbe abbattersi su un gruppo sociale, etnico o religioso. La stampa ha ancora un potere enorme. A capirlo, però, devono essere in primis i giornalisti.

Lo spauracchio che incombe minaccioso su questa intensa e dolorosa storia che va avanti da 37 anni è la solitudine.

Quella di Denis, un ragazzo biondo e amato da un’intera città che però, nel momento del buio, non ha trovato nessuno capace di decifrare la sua inquietudine. Quella di Isabella, bersaglio immobile di un rancore collettivo che non ha ammesso repliche. E infine la solitudine di un cronista che ha preferito abitare il territorio del dubbio con tutti i rischi del caso.

Intraprendere un percorso controcorrente rispetto alla tesi dominante e alla sentenza di primo grado ha comportato un costo significativo sul piano personale e lavorativo per Marco Cribari, che ringrazio per averci concesso questa lunga intervista.

L’ultima amarezza è stata quella di perdere l’impiego. L’editore del network per cui lavoravo ha tentato in tutti i modi di impedirmi la realizzazione del podcast. Poi ha inteso prendere le distanze da me. Peggio per lui. Qualche momento di sconforto c’è stato, specie nei periodi di grande isolamento. Fuor di retorica però, ognuno porta la sua croce.

Raccontare il caso Bergamini fuori dal coro ha significato per Cribari e Lucarelli essere esposti a critiche feroci e ad un forte isolamento mediatico. Una battaglia garantista, più che innocentista, che ha provato a restituire dignità a una storia che, per troppo tempo, è stata proprietà di tutti tranne che dei suoi protagonisti. Se è vero che la stampa ha il potere di scatenare tempeste, il loro lavoro ci ricorda che il compito più nobile dell’informazione non è confermare le nostre certezze, ma avere il coraggio di restare soli a presidiare la complessità dei fatti. Perché, in fondo, capire è un esercizio faticoso, che richiede il silenzio e la distanza dalle grida della piazza.

#CaparbiamenteSognatrice

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Se vuoi approfondire altri lavori di inchiesta di Selvaggia Lucarelli trovi sul nostro magazine le sue interviste in occasione dell’uscita del libro Il vaso di Pandoro e del podcast Narciso.

Elisabetta Mazzeo

Elisabetta, classe 1981. Ogni 18 anni un cambiamento. Prima la Calabria, poi Roma, ora Zurigo. Domani chissà. La mia sfida quotidiana? Riuscire nell’impresa di essere contemporaneamente mamma, moglie, giornalista, scrittrice e ora anche blogger. Ore di sonno: poche. Idee: tante. Entusiasta, curiosa, caparbia, sognatrice. Scrivere è un’esigenza. Una lunga gavetta nei quotidiani e nelle tv locali, poi l'approdo come inviata di Sport Mediaset. Non ho dubbi: il mio è il mestiere più bello del mondo. Una passione prima che un lavoro. Oggi ricopro l'inedito ruolo di vicedirettore a distanza di Retesole, l’emittente che mi ha visto crescere umanamente e professionalmente. Divoro libri e due li ho anche scritti, mi nutro di storie di sport, ma non solo. Scatto e colleziono foto, mi alleno quanto basta per non sentirmi in colpa e in compenso macino chilometri armata di scarpe da ginnastica e passeggino. L'arrivo delle mie due figlie ha rimodulato le priorità della mia vita. E adesso è con loro e per loro che continuo a mettere le mie passioni in campo. #CaparbiamenteSognatrice

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