Infanzia: ciò che l’adulto conserva in sé, ma che il mondo cerca di stravolgere
L’infanzia non è soltanto una fase o un periodo della vita. È, prima di tutto, la condizione originaria di ogni essere umano: un punto di partenza che, con la crescita (per fortuna, se attraversata bene), tende a trasformarsi senza però scomparire del tutto. Nell’infanzia convivono vulnerabilità, dipendenza e bisogni, ma anche curiosità, creatività, intuizioni. Oggi, più che mai, l’infanzia sembra chiedere al mondo di plasmare presente e futuro: quasi una “cura” collettiva.
L’infanzia di ieri e quella di oggi
Dal punto di vista sociologico, il modo di intendere l’infanzia è cambiato molto rispetto al passato. Negli anni Duemila, ad esempio, si è diventati più protettivi: basta pensare a quanto la vita dei bambini venga spesso “programmata” dagli adulti tra scuola, pediatra, attività, diritti, regole. L’infanzia, in un certo senso, si deve “gestire”. Tra i punti cardine compaiono anche la corretta alimentazione e lo sport. Tutto questo, forse anche con un po’ di egoismo genitoriale, diventa un progetto: come se iniziassimo a scrivere qualcosa (di positivo, speriamo) durante l’infanzia per loro… e, in parte, anche per noi.
Il bambino, non ancora in possesso di un linguaggio preciso, risponde con il pianto e con il corpo: la gestualità, il rifiuto, il consenso, il sorriso. Spesso ci tocca decifrare messaggi importanti. E allora viene una domanda: e se l’infanzia, con i suoi perché e i suoi dubbi, non fosse qualcosa da superare, ma qualcosa da non perdere? Pensiamo al “fanciullino” di Pascoli: “è dentro di noi un fanciullino che non solo ha brividi, come credeva Cebete Tebano che primo in sé lo scoperse, ma lagrime ancora e tripudi suoi”.
È evidente che nel bambino il pensiero non è separato dalle emozioni: lo chiamiamo “spontaneità”. E forse è proprio questa una risorsa, capace di rimettere in gioco le nostre scommesse quotidiane: certezze, disobbedienze, e persino paradossi che, a uno sguardo adulto, sembrano “formalmente” inconciliabili.
Il linguaggio dell’infanzia

Trattare l’infanzia con un’impronta filosofica significa riconoscerle un linguaggio e un tempo propri. Bachelard parlava di un tempo dell’immaginazione che non rispetta la linearità: un tempo che non coincide con la nostra idea di fluidità, profondità, continuità.
L’infanzia non è soltanto un’età biologica che tutti attraversiamo, ma una condizione umana. Non parla di tutto e del tutto; del resto, un bambino è come un libro dalle pagine bianche che stiamo iniziando a riempire di concetti, esperienze, visioni della vita. Eppure, nella nostra epoca, l’infanzia rischia di diventare anche un oggetto, uno strumento attraverso cui mettersi in luce: bambini fotografati, elogiati, esposti quasi come “numeri” per la gloria dei genitori.
Ed è spesso qui che si apre una crepa: bambini non ascoltati, che non esprimono più parole, ma occhi sofferenti o addomesticati. È una critica, forse inevitabile, al nostro modo di educare: non sempre correggiamo gli errori, e ancor meno ci chiediamo che tipo di adulti siamo. Qual è la nostra idea di felicità? Quali silenzi proponiamo? Quali espressioni sappiamo leggere davvero quando abbiamo davanti l’infanzia?
Prendiamo questo momento di lettura come uno spunto di riflessione. A noi la scelta. L’infanzia nasce, cresce e spesso… aspetta.
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grazie mille per lo spunto in più ed il parallelismo.
sempre prezioso, sempre coerente.
ancora grazie
Antonella
Bellissima riflessione, necessaria. In un mondo che vede l’età infantile come una debolezza, riuscire a scoprirne il lato sincero e spontaneo è un valore aggiunto.
Mi viene in mente che gli insetti sono considerati giovani fin quando hanno la capacità di cambiare, di fare la metamorfosi. Noi, come loro, dovremmo imparare da questo imperativo biologico. Forse rimanere bambini ci salva dalla morte e dalla decadenza, non solo fisica, ma anche morale.
Grazie Antonella