I “no” che fanno bene all’infanzia

I “no” che fanno bene all’infanzia

È sera. Siamo stanchi. Nostro figlio chiede: «Ancora cinque minuti di tablet?». In quel momento sappiamo perfettamente che la risposta sensata sarebbe un no. Eppure esitiamo. Temiamo il pianto, la scenata, il senso di colpa. In fondo siamo stanchi anche a noi. E cediamo. Lo sappiamo, ma pensiamo che tanto per una sera che vuoi che sia?

È da questa fatica quotidiana, apparentemente minima ma profondamente educativa, che prende avvio I no che aiutano a crescere libro simbolo di Asha Phillips, psicoanalista infantile. Un libro diventato negli anni un piccolo classico per chi si occupa di infanzia.

Non giudicare, solo osservare

Phillips, psicoterapeuta da tempo al lavoro con bambini e genitori, non giudica e non impartisce lezioni. Osserva. E rileva come la nostra generazione di adulti fatichi enormemente a dire di no, pur sapendo che i limiti sono una componente strutturale della crescita. Il testo è breve, scorrevole, ricco di esempi concreti: scene di vita quotidiana in cui un “no” ben posto incide più di molti “sì” concessi per stanchezza o per evitare un conflitto.

Al centro vi è un’idea semplice ma contro-intuitiva: non tutti i no, ma alcuni no — pochi, chiari, coerenti — rappresentano un dono di sicurezza, non una privazione. Senza confini, sostiene l’autrice, il bambino resta in una posizione di onnipotenza, convinto che tutto gli sia dovuto; con limiti spiegati e mantenuti scopre invece l’esistenza di un mondo esterno fatto di altre persone, regole e tempi da rispettare.

È forse oggi la cosa più difficile dire dio no e porre die confini. I bambini non arrivano con il libretto di istruzioni e fare il genitore rimane ancora oggi il mestiere più difficile del mondo. Cercare aiuto in testi, capire soprattutto quali sono i nostri limiti e cercare sempre di fare la cosa migliore per il proprio figlio, anche se non ci piace, anche se “di pancia” non la sceglieremo mai. Per dare loro dei limiti dobbiamo prima affrontare i nostri.

Le fasi dell’infanzia

Il libro attraversa le diverse fasi dell’infanzia — dal neonato all’ingresso a scuola fino alla preadolescenza — mostrando come il bisogno di limiti si trasformi nel tempo. C’è il no al seno o al biberon quando non c’è reale fame, il no al “dormire sempre nel lettone”, il no ai capricci al supermercato, il no agli schermi senza orari definiti. In ciascun caso Phillips analizza cosa accade quando si cede sistematicamente e cosa accade quando l’adulto, con calma ma con fermezza, mantiene la propria posizione.

Perché è così difficile dire no?

Una ragione riguarda la paura di compromettere il legame: molti genitori confondono il limite con il rifiuto e temono che il bambino si senta non amato. Un’altra è il senso di colpa: viviamo con l’idea di dover “dare tutto” ai figli, e ogni frustrazione sembra una mancanza. Infine, c’è la fatica concreta: il no apre un conflitto, richiede tempo, energia e capacità di reggere il pianto; il sì, al contrario, spegne il problema nell’immediato ma non lo risolve. Lo rinvia.

Phillips invita a rovesciare la prospettiva. Un bambino che non incontra mai un limite rischia di trovarsi disarmato di fronte ai no del mondo: un insegnante esigente, un datore di lavoro severo, una relazione che termina. Il no familiare diventa così una palestra emotiva: uno spazio protetto in cui sperimentare la frustrazione sapendo di restare comunque amati.

Il messaggio non è un invito alla perfezione educativa. Il libro normalizza errori, ripensamenti, incoerenze: tutti, prima o poi, cediamo per stanchezza o pronunciamo un no dettato solo dal nervosismo. Ciò che conta, suggerisce l’autrice, è la direzione complessiva: provare a dire qualche no in più pensando al futuro del bambino, non soltanto alla quiete del momento.

I no che aiutano a crescere è un testo che alleggerisce il senso di colpa e restituisce dignità al ruolo adulto. Ricorda che dietro un no spiegato con chiarezza non c’è durezza, ma fiducia: fiducia nella capacità dei bambini di tollerare un limite, attraversare la rabbia e, progressivamente, crescere.

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Paola Proietti

Classe '77, giornalista professionista dal 2008. Ho lavorato in radio, televisione e, vista l'età, anche per la vecchia carta stampata. Orgogliosamente romana, nel 2015 mi trasferisco, per amore, in Svizzera, a Ginevra, dove rivoluziono la mia vita e il mio lavoro. Mamma di due bambine, lotto costantemente con l'accento francese e scopro ogni giorno un pezzo di me, da vera multitasking expat.

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