Il cassetto basso

Il cassetto basso

Il cassetto più basso della cucina non si apriva mai del tutto. Si fermava sempre a metà, come se qualcosa da dentro lo trattenesse. Da bambina dovevo piegarmi sulle ginocchia, appoggiare le mani sul pavimento freddo e guardare dentro. Gli adulti dicevano che era il cassetto delle cose inutili. Io non ho mai capito cosa intendessero davvero per inutile.

Il cassetto delle cose che non servono più

Dentro c’erano oggetti che avevano smesso di servire ma non di esistere. Elastici induriti, biglietti con scritte quasi cancellate, un gioco rotto, bottoni senza più la loro camicia. Non erano belli. Non erano ordinati. Ma ogni volta che li toccavo sentivo qualcosa fermarsi, come se il tempo facesse un passo indietro solo per me. Da bambina non sapevo spiegare quello che sentivo. Non sapevo dire quando qualcosa mi faceva male o perché certe giornate pesassero più di altre. Però osservavo tutto. Il modo in cui le voci cambiavano tono. I silenzi improvvisi. Le risposte date a metà. L’infanzia è questo: capire molto prima di sapere come dirlo.

Oggetti fermi, tempo che torna indietro

Quando avevo paura non piangevo quasi mai. Restavo ferma. Aprivo quel cassetto e guardavo. Era il mio modo di non sparire. Di restare in un posto mentre intorno succedevano cose che non capivo fino in fondo. Quegli oggetti erano una prova: qualcosa era stato vero, anche se nessuno ne parlava più. Poi ho iniziato a crescere. Ho smesso di piegarmi così facilmente. Ho imparato a stare dritta, a rispondere, a sistemare. Ho chiamato maturità il fatto di non fare domande. Ho imparato a tenere tutto in ordine, anche quello che dentro faceva disordine.

Quel cassetto, però, è rimasto dov’era. L’ho riaperto anni dopo, tornando in quella cucina che mi sembrava improvvisamente più piccola. Il cassetto si è fermato nello stesso punto di sempre. Dentro c’era tutto. Io no. O forse sì, ma in un altro modo. In quel momento ho capito che l’infanzia non passa davvero. Rimane in posti strani, nascosti, dove nessuno guarda. Rimane nelle cose lasciate a metà, nei silenzi che non abbiamo saputo riempire, nelle parti di noi che abbiamo imparato a non disturbare.

Il cassetto più in basso

Ho richiuso il cassetto piano. Non c’era niente da sistemare, niente da buttare. Solo da riconoscere. Da allora, quando mi sento improvvisamente fragile senza sapere perché, so che non sto tornando indietro. Sto solo toccando qualcosa che è rimasto. L’infanzia non chiede di essere spiegata. Chiede solo di non essere lasciata chiusa per sempre.

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Ludovica Moltoni

Psicologa per formazione, educatrice per vocazione, scrittrice per necessità. Ludovica Moltoni nasce a Roma il 10 febbraio 2001. Si specializza in psicologia clinica dell’infanzia e lavora come tutor DSA, muovendosi ogni giorno tra ascolto, parole e mondi interiori spesso invisibili. Scrive racconti come spazio di esplorazione emotiva, dove sogno e realtà si intrecciano senza chiedere permesso. È autrice del libro Tra sogni e realtà.

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