Sii te stesso, chi? – Pirandello, Jung e il mito tossico dell’autenticità
C’è un uomo che si guarda allo specchio con fare interrogativo. Si scruta attentamente, non riesce a togliersi gli occhi di dosso, come se la figura che sta osservando fosse per lui uno sconosciuto. Ha appena ricevuto una rivelazione che lo ha turbato: il suo naso pende leggermente verso destra, rendendo il suo viso asimmetrico, ma lui non si era mai visto così. È stata sua moglie a fargli notare questa caratteristica: è una delle persone che dovrebbe conoscerlo meglio e ha sempre visto in lui un piccolo difetto di cui egli non si era mai accorto.
Ne deriva un profondo turbamento, così intrusivo che non può fare a meno di confidarsi con un amico, che però, invece di rassicurarlo, sembra a sua volta quasi stupito che egli non si fosse mai accorto di quel suo difetto. Se uno dei suoi più cari amici, persino sua moglie, lo avevano sempre visto in modi che egli non avrebbe mai potuto immaginare, chissà che immagine avevano di lui tutti gli altri, anche quelli con cui era entrato in contatto anche solo superficialmente. Si potrebbe quasi arrivare a pensare, suppone, che di lui esistano tante versioni diverse quante le persone che lo conoscono: qual è allora, quella vera? Chi è lui, veramente?
Il mito del «vero io»
Qualcuno avrà sicuramente già riconosciuto in questo breve ritratto il protagonista di Uno, nessuno e centomila, il celebre romanzo di Luigi Pirandello che proprio quest’anno è giunto al centenario dalla sua prima pubblicazione. Si tratta dell’opera in cui l’autore siciliano delinea meglio i problemi legati alla costruzione e percezione dell’identità, soprattutto rispetto al nostro essere nel mondo, insieme agli altri. Nel corso del racconto Vitangelo decide progressivamente di distruggere, una a una, tutte le diverse immagini che gli altri si sono fatti di lui, immagini che lui difficilmente può conoscere e che gli è – ovviamente – impossibile controllare.
L’intento di Moscarda sembra essere un inno all’autenticità, a quel «sii te stesso» che sentiamo risuonare ovunque, quasi fosse un imperativo morale: i social, i libri di self-help, tutta quella “psicologia pop” sempre più pervasiva con il suo linguaggio sembrano volerci convincere che da qualche parte esista un Io integro, coerente, vero e la nostra missione sia scoprirlo e liberarlo. Ma la storia di Moscarda con il suo esito ci dimostra il lato più negativo e pericoloso di questa retorica.

Maschere e bugie
Vitangelo, infatti, non troverà mai il suo io vero, anzi, in quella ricerca disperata finirà per dissolversi. Ma questa dissoluzione forse non è una sconfitta personale, bensì la dimostrazione che quell’Io non esisteva, o almeno non nel modo in cui lo stava cercando. Per comprendere meglio questa idea potrebbe venirci in aiuto Carl Gustav Jung, che proprio negli stessi anni stava sviluppando le sue teorie sulla psiche. In alcuni suoi saggi, come L’Io e l’inconscio (1928) infatti, lo psichiatra elabora il concetto di Persona – dalla parola latina con cui si indicavano le maschere del teatro romano – per indicare quella struttura psichica che usiamo per abitare il mondo sociale: al lavoro, in famiglia, con gli amici o di fronte agli estranei.
Non si tratta, per Jung di ipocrisia, ma di una necessità, una postura indispensabile per “stare al mondo”. È curioso come nello stesso periodo anche Pirandello, che con Jung non ha avuto contatti documentati, parlasse di maschere per intendere esattamente lo stesso concetto: uno dalla letteratura e l’altro dalla psicologia analitica, stavano entrambi smontando la stessa illusione riguardo il nostro ideale di autenticità.
Essere o recitare?
Il problema, allora, non è indossare una (o più) maschere. Esse sono la forma con cui ci rendiamo presentabili al mondo e senza le quali non potremmo relazionarci con nessuno. È piuttosto, secondo Jung, credere di essere la maschera, cioè identificarsi così totalmente con il proprio ruolo sociale da perdere contatto con tutto ciò che ne rimane fuori. Non fare l’imprenditore ma essere un imprenditore; non fare il medico ma identificarsi in tutto e per tutto con ciò che il ruolo impone.
Ma il problema speculare, quello che Moscarda incarna in modo quasi estremo, è il tentativo opposto: togliersi tutte le maschere in nome di un io autentico che si dovrebbe trovare sotto. Jung ci dice che quell’io non c’è. O meglio: non nel modo in cui lo immaginiamo: solido, unitario, recuperabile. Ciò che troviamo togliendo le maschere non è il vero Io, ma un vuoto a cui la Persona era chiamata a dare forma.

Trappola per adolescenti
Questa tensione tra le maschere necessarie e la ricerca di una pretesa autenticità non riguarda solo Moscarda ma potrebbe interessarci tutti, in particolar modo gli adolescenti. È proprio quella, infatti, l’età in cui si forma davvero l’identità: si prova un’identità con gli amici e un’altra in famiglia, si indossa un personaggio sui social e se ne abbandona un altro a fine estate. E, per dirla con Jung, questo non è segno di incertezza o ipocrisia, ma è esattamente il lavoro che si dovrebbe fare. Un lavoro che diventa però sempre più difficile in un mondo che vede ragazze e ragazzi quasi “strattonati” tra due fronti: da una parte il moltiplicarsi continuo delle maschere da indossare, non più solo nel mondo reale, ma anche in quello virtuale; dall’altra, l’imperativo culturale di mostrarsi autentici, per come si è davvero, con quel «Sii te stesso!» che viene ripetuto sempre, come un mantra.
È una trappola, che molti adolescenti possono vivere in realtà come un fallimento personale, come se, non riuscendo a trovare chi sono “davvero”, ci fosse qualcosa che non va in loro. Pirandello e Jung, insieme, ci dicono invece che forse ci stiamo chiedendo la cosa sbagliata. L’Io non deve essere trovato ma costruito, continuamente, anche attraverso le maschere che scegliamo, abitiamo e, quando necessario, lasciamo andare.
Abitare le maschere
Forse allora il nostro compito non dovrebbe essere trovare chi siamo – e aiutare i più giovani a farlo – ma qualcosa di più onesto e più utile: indossare le maschere con la consapevolezza che trovarsi a recitare una parte non è ipocrisia, ma può diventare una grande occasione di libertà. In fondo, la vera differenza è tra essere imprigionati in un ruolo oppure sceglierlo: Moscarda fallisce perché vuole uscire da tutte le molteplici identità che gli sono state attribuite, mentre la saggezza, forse, sta nell’imparare a cambiarle. A garantirgli la libertà non è stato, infatti, cercare a tutti i costi il volto che credeva celato sotto le maschere; forse avrebbe avuto solo bisogno di smettere di cercarlo e cominciare a sceglierlo.
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