Avere cura dell’italiano ( o almeno provarci, tra un meeting e un follow-up)
C’è un momento, durante una riunione di lavoro, in cui qualcuno dice: “Facciamo prima un brief, poi ci aggiorniamo offline dopo il check-in con il team”. Tutti annuiscono. Nessuno ride. Nessuno si accorge che in quella frase c’è a malapena una parola in italiano.
Non si tratta di difendere una lingua per puro campanilismo. Si tratta di qualcosa di più sottile e più importante: la consapevolezza che ogni lingua è un modo di stare al mondo, un sistema di pensiero, una forma di identità. E l’italiano — con la sua musicalità, la sua precisione, la sua capacità di sfumare — merita di essere parlato davvero, non solo usato come collante tra un anglicismo e l’altro.
La colonizzazione silenziosa
Il fenomeno non è nuovo. Le lingue si contaminano da sempre: l’italiano è pieno di francesismi, arabismi, latinismi. La differenza è che oggi l’assimilazione avviene a velocità industriale, spinta dalla tecnologia, dai social media, dal mondo del lavoro globalizzato. E avviene quasi senza resistenza critica.
Nel linguaggio professionale la situazione è ormai paradossale. Si parla di meeting invece di riunioni, di issue invece di problemi, di feedback invece di riscontri. Si lavora in smart working — termine che, ironicamente, nemmeno gli anglofoni usano: loro dicono remote work o working from home. Abbiamo importato una parola che non appartiene a nessuno.
La cosa più curiosa è che spesso l’alternativa italiana è più precisa, più elegante, talvolta persino più breve. “Sono esaurito” è immediato, corporeo, efficace. “È out of stock” suona come un referto di magazzino. “Ne parliamo fuori” è limpido. “Ne parliamo offline” evoca un server che si scollega.
Dal campo di calcio agli ospedali
Il contagio linguistico non risparmia nessun ambito. Nel calcio — lo sport più popolare del paese, quello in cui l’italiano aveva costruito un vocabolario ricchissimo e originalissimo — i giornalisti parlano correntemente di clean sheet per dire ciò che si è sempre chiamato “reti inviolate” o, con bella espressione cromatica, “reti bianche”. Un’intera tradizione di telecronaca ridotta a un’espressione inglese che, tradotta letteralmente, significa “lenzuolo pulito”. Con tutto il rispetto per i portieri.
Ma il caso più clamoroso, e forse il più rivelatore, è quello del Covid. Quando la pandemia era ancora un problema italiano, i giornali italiani la raccontavano in italiano: chiusura, blocco, isolamento, quarantena, zona rossa. Poi il virus ha raggiunto i Paesi anglofoni e la stampa angloamericana ha ribattezzato le nostre misure “Italy lockdown”. Da quel momento, incredibilmente, anche noi italiani abbiamo smesso di parlare in italiano della nostra stessa emergenza. I focolai sono diventati cluster, i centri ospedalieri hub, il confinamento lockdown. Le goccioline di saliva si sono trasformate in droplets. Come se la tragedia, per essere presa sul serio, dovesse essere raccontata in inglese.
Non è snobismo. È cura.
Difendere l’italiano non significa chiudersi al mondo. Significa scegliere consapevolmente. Significa accorgersi che quando diciamo “ho cambiato mindset” invece di “ho cambiato modo di pensare”, non stiamo guadagnando in precisione: stiamo solo rinunciando a qualcosa di nostro senza ottenere nulla in cambio.
Dante, Leopardi, Calvino: hanno costruito mondi interi con quella lingua. Una lingua capace di dire abbiocco, culaccino, abbandonarsi — parole per cui il mondo ci invidia e per cui spesso non esiste equivalente in inglese. È un paradosso grottesco: siamo noi, i parlanti di questa lingua, a trattarla come una seconda scelta.
Una proposta semplice
Non serve una crociata. Bastano piccoli gesti di attenzione quotidiana: scegliere riunione invece di meeting, tendenza invece di trend, aggiornamento invece di update. Usare l’italiano non come ripiego, ma come prima scelta — quella consapevole, quella ragionata.
Perché una lingua vive nella misura in cui la si usa. E l’italiano merita di essere usato, non solo conservato come un reperto da museo. Merita di risuonare nelle riunioni di lavoro, nelle chat di gruppo, nelle telecronache di calcio, nei bollettini sanitari. Merita, ogni tanto, di essere semplicemente scelto.
SEGUI DISTANTI MA UNITE! Sulle nostre pagine social: Facebook, Instagram e Telegram.
