Il Diavolo veste Prada 2: moda, potere e tutto ciò che resta

Il Diavolo veste Prada 2: moda, potere e tutto ciò che resta

Vent’anni dopo, Il Diavolo veste Prada torna a interrogarsi su moda, potere e desiderio, ma soprattutto sul modo in cui il tempo modifica ciò che credevamo eterno.
Il sequel abbandona la semplice nostalgia per confrontarsi con un presente dominato dalla velocità, dall’iper-esposizione e dalla crisi dell’editoria, restituendo ai suoi personaggi una nuova fragilità.
Tra disillusione, glamour e bisogno ostinato di lasciare un segno, Runway diventa ancora una volta lo specchio di un’intera generazione.

Il cappotto lanciato su una scrivania, un “È tutto!” pronunciato a mezza voce, il rumore secco e geometrico dei tacchi che tagliano il silenzio dei corridoi. Insieme a questi accordi inconfondibili, bastano quattro parole — «Fiori, per la primavera…» — per riattivare all’istante, immutato, l’immaginario legato alla figura di Miranda Priestly e a tutto il peso del suo impero patinato.

A due decenni dal debutto, Il diavolo veste Prada si conferma un’impronta indelebile impressa nella memoria collettiva, capace di ridefinire il modo in cui un’intera generazione ha immaginato il potere, il prestigio e il fascino dell’ambizione.

Il ritorno di Runway, oggi, si rivela l’appuntamento inevitabile con un’eredità d’autore, radicata così a fondo nella nostra sensibilità da aver superato i confini dello schermo per farsi patrimonio intimo delle persone.

Vent’anni dopo, la metamorfosi

Invece di rifugiarsi nella nostalgia e di cristallizzare un mito, Il Diavolo veste Prada 2 sceglie di misurare i suoi protagonisti con tutto ciò che, nel frattempo, è cambiato.

La pellicola li inserisce all’interno di una realtà governata da equilibri completamente differenti.
La moda, l’editoria, il concetto stesso di autorevolezza si muovono ormai secondo regole radicalmente rovesciate, nuove e spietate.

La carta stampata ha smarrito il suo storico primato, rinunciando al ruolo di arbitro del gusto e di fabbrica dell’attesa.
Le riviste hanno perso centralità, il digitale accelera i ritmi e i contenuti vengono consumati con una rapidità pressoché atavica, polverizzati in un corto circuito che riscrive incessantemente il modo di creare, di raccontare e di immaginare.

Questa metamorfosi disperata scandisce l’intero racconto e trova in Nigel — interpretato da un magistrale Stanley Tucci, elegante e malinconico al tempo stesso — una chiave di lettura fondamentale.

Algido e specchiato, si muove tra gli uffici di Runway avvolto nelle sue giacche in velluto rasato, con quel gusto impeccabile e quell’ironia sofisticata che, fattasi ormai matura, lascia emergere una sommessa e più intima rassegnazione.

Attraverso di lui, la narrazione mette a nudo il lato fragile dell’industria culturale: la parabola di chi ha dedicato l’esistenza a edificare il sogno proibito del fashion world, per poi ritrovarsi prigioniero di un ambiente che divora tutto con superficiale compulsione, compresi il talento, la competenza e il capitale umano.

«Runway ha smesso di essere un magazine anni fa, ora è digitale, scaricabile, streamable, e il budget che avevo per i servizi fotografici esotici fatti con Avedon non esiste più; adesso sono fortunato ad avere due giorni al Milk Studios per creare contenuti che le persone scrolleranno mentre fanno pipì.» 

NIGEL KIPLING

L’ingordigia di effimere tendenze, l’imperativo della performance incessante e l’ossessione per la rilevanza finiscono per logorare la componente più autentica e intuitiva dell’ingegno editoriale. Il suo approccio alla moda, infatti, dimora ancora in una dimensione alta, capace di interpretare, di astrarre e di dare forma al senso, in contrasto con uno scenario odierno dominato da un linguaggio sbrigativamente letterale e didascalico.

Di fronte a questa polarizzazione, che premia l’effimero a scapito della visione, Nigel Kipling diventa il volto disilluso e lucido dello smarrimento che percorre la pellicola. Dalla sua figura si delinea una delle inquietudini più tipiche della nostra epoca: il timore di diventare sostituibili. Non soltanto professionalmente, ma anche culturalmente, emotivamente e creativamente. Il suo profilo incarna la percezione che l’acume e la ricchezza intellettuale possano improvvisamente diventare insufficienti in un ecosistema scandito da ritmi sempre più compressi, volti ad azzerare ciò che per lungo tempo aveva rappresentato valore, ricerca e un preciso sense of taste.

La sopravvivenza secondo Emily

Se per Nigel questa spaccatura si traduce in amarezza, è proprio reagendo alle logiche della medesima frattura che il ritorno di Emily Charlton assume un significato particolarmente interessante.

Emily non è più la giovane assistente nevrotica, costretta a sopravvivere ai ritmi impossibili di Runway, ma una figura di potere pienamente inserita nelle logiche del nuovo assetto redazionale.

Il cinismo tagliente, l’ironia senza filtri e quella rabbia sferzante che avevano reso il personaggio memorabile continuano a definirla, ma in questo nuovo capitolo acquistano una sfumatura inedita, più risoluta.

Emily ha imparato ad adattarsi perfettamente a un’industria incapace di fermarsi, incarnando una nuova attitudine al comando: pragmatica, veloce, consapevole dei compromessi necessari per restare influenti.

Ed è forse proprio questo a renderla una delle presenze rivelatrici del film, di quelle che meglio intercettano le tensioni e le insidie dei nuovi media. Miranda e Nigel restano ancorati a un’idea di editoria fondata sul merito, sulla dedizione e sulla dignità del lavoro creativo. Emily, al contrario, rappresenta chi ha compreso fino in fondo i meccanismi del nuovo ordine e ha scelto di sopravvivere al suo interno senza opporvisi davvero.

In fondo, nonostante le strade diverse intraprese nel tempo, Runway è rimasta la sua vera casa, l’unico posto a cui il suo cuore non ha mai smesso di appartenere.

La transizione da promessa di lusso a dispositivo collettivo d’ansia alimenta il crescente disincanto di Miranda e Nigel, sempre più distanti da una macchina che sembra aver sostituito savoir-faire e lungimiranza con la caducità di un’esposizione continua.
Ciononostante, entrambi restano granitici nel loro splendore, anche se il mondo intorno a loro sembra ormai costringerli a volare in economy.

Persino il rapporto tra Emily e Andy riflette questo cambiamento. Dopo le tensioni e le rivalità del passato, il film lascia spazio a una forma inattesa di solidarietà, quasi una tacita consapevolezza di ciò che entrambe hanno perso, sacrificato e imparato, avendo abitato le medesime efferate dinamiche.

<< Lo sai che i carboidrati condivisi non hanno calorie? >>

Emily Charlton

Il magnetismo di Miranda e il valore delle storie

In questo contesto, Miranda Priestly — interpretata dalla per sempre iconica Meryl Streep — conserva una presenza magnetica. Spietata e fiera, il suo ingresso in scena produce ancora quell’effetto tra il reverenziale e il rituale. Per la prima volta, Miranda lascia intravedere qualcosa di diverso, una stanchezza più morbida, più umana, quasi disarmante.

Uno dei passaggi più densi si consuma in auto, durante un confronto con Andy, quando una dichiarazione all’apparenza banale — « Amo il mio lavoro! » — rivela la sua carica drammatica.

Dentro a quelle parole, si concentra l’intera traiettoria del personaggio. Miranda cessa di essere soltanto un simbolo di potere e diventa passione pura, una donna avvinghiata al proprio lavoro, definita dal culto dell’eccellenza, dalla disciplina e anche dalla rinuncia. L’ambizione assume così una forma complessa, fatta di individualità, urgenza e assoluta necessità di esistere in ciò che si realizza ogni giorno.

Il film restituisce qualcosa che il cinema mostra ancora raramente: professioniste innamorate della propria carriera, capaci di abitare la leadership. Figure femminili, che trovano nell’impegno quotidiano uno spazio di espressione personale, di consapevolezza e affermazione di sé.

Anche il legame con Andrea Sachs cambia. Il film supera la lettura più immediata del primo capitolo e si articola in un’intensa dinamica a due. Complessa, in evoluzione, fatta di tensione, ma anche di mutuo riconoscimento.

Tra Miranda e Andy esiste uno squilibrio naturale, ma esiste anche una forma di costruzione reciproca. La dimensione professionale diventa così uno spazio in cui personalità diverse si scontrano, si modificano e finiscono, in qualche modo, per definirsi a vicenda.

In questo punto, la narrazione tocca uno dei suoi temi più attuali: il valore delle storie.

In un mondo divorato dall’iper-rapidità e dagli algoritmi, Il Diavolo veste Prada 2 riafferma la centralità del giornalismo d’autore, dell’intuito redazionale e del racconto della realtà, sottraendo tali presidi a qualsiasi logica puramente commerciale.

Il film si interroga sul significato della creatività oggi, sulla distanza tra produrre contenuti e dare forma a una visione. E lascia intuire che dietro ogni idea realmente significativa continuino a esistere lavoro, esperienza e la verità di occhi che sanno ancora guardare.

Il glamour dopo il glamour

La moda, com’è naturale, si conferma l’idioma profondo del racconto. Ogni accessorio, ogni increspatura del tessuto, ogni accostamento, evoca una fitta trama di sogni e ambizioni. Qui, però, l’estetica si fa più densa, libera dalla dittatura dell’impatto immediato e interamente consegnata a un’idea di espansione.

Il lavoro sui costumi firmato da Molly Rogers delinea un dialogo continuo tra archivio e presente, tra il fascino editoriale dei primi anni Duemila e la moda di oggi, maggiormente articolata, ma più orientata alla quiet luxury e meno ossessionata dal concetto di perfezione.

Ogni look sembra muoversi tra nostalgia e attualità, mantenendo invariata l’identità visiva del primo capitolo, ma lasciandola respirare dentro a un nuovo contesto sociale.

Miranda continua a vestire come una donna che esercita potere attraverso il rigido controllo dell’immagine. I suoi look richiamano il linguaggio delle grandi direttrici di moda: cappotti architettonici, linee pulite, cashmere impeccabili, gioielli importanti e palette quasi monocromatiche. Il suo guardaroba evoca quell’idea di lusso sottile e composto, che oggi domina nuovamente le passerelle, tra riferimenti a The Row, Max Mara e Jean Paul Gaultier, solo per citarne alcuni.

Andy, invece, appare finalmente diversa. Una figura adulta, consapevole, quasi riconciliata con quella persistente sensazione di non sentirsi mai completamente al proprio posto. E, sebbene conservi ancora un tratto di quella millennial idealista degli esordi, le sue scelte abbandonano l’estetica dell’esibizione per avvicinarsi a qualcosa di più essenziale, limpido e vero.

I suoi look si posizionano verso il menswear: tailoring rilassato, completi gessati vintage, cravatte sottili, gilet destrutturati e silhouette fluide, che proiettano l’immagine di una donna in equilibrio con ciò che è diventata.

Si percepisce chiaramente la sua evoluzione attraverso il giornalismo d’inchiesta e il mondo reale, lontano dai canoni perfettamente levigati della vecchia redazione. I riferimenti a Diane Keaton in Io e Annie di Woody Allen — evocati dalla stessa costumista — ne tratteggiano lo stile, mentre brand come Gabriela Hearst, Sacai, Ulla Johnson e Armani costruiscono un guardaroba più vissuto, meno ossessionato dall’apparenza e molto più vicino a un’idea di eleganza contemporanea fatta di personalità, funzionalità e consapevolezza.

Nel riavvicinarsi a Runway, Andy mantiene la sua unicità. Il suo stile non insegue il consenso, ma riflette una donna presente a se stessa, che gioca con la moda per esprimersi, non più per nascondersi.

Allo stesso modo, la pellicola osserva l’industria del fashion da una prospettiva differente. Nel primo capitolo, il sistema appariva quasi irraggiungibile, costruito sulla distanza e sull’aspirazione. Qui, invece, la moda appare più vicina, più delicata, attraversata dalle stesse crisi che colpiscono l’editoria contemporanea. Le Maison storiche convivono con estetiche nuove, il lusso dialoga con il digitale, l’heritage naufraga nelle correnti del tutto e subito.

Per l’Italia compaiono Dolce & Gabbana, Fendi, Brunello Cucinelli e naturalmente Donatella Versace, presenza breve ma fortemente simbolica, quasi incarnazione vivente di quella stagione irripetibile a cavallo tra i due secoli, di cui il film rimane l’archetipo assoluto.

È in questa ridefinizione che la moda assume un significato molto più intimo e narrativo. Gli abiti diventano segni del tempo che scorre, specchi delle persone che li attraversano, frammenti con cui il racconto trattiene ciò che continuiamo a cercare, inseguire e difendere, mentre tutto intorno cambia.

Non è turchese. Non è lapis. È ancora ceruleo.

E poi c’è il ceruleo.

Per chi è cresciuto nei primi anni Duemila, quel colore rappresenta molto più di un semplice maglione. È un’autentica epifania della storia del cinema, la scena che ha impresso un dettaglio cromatico nella cultura pop, svelando la forza invisibile che muove ogni abito.

In quel celebre monologo, scoprivamo che, dietro una sfumatura apparentemente casuale, si nascondevano studio, gerarchie, stratificazione culturale e direzione artistica. Per un’intera generazione, quegli occhi che spiegavano l’azzurro sono stati il primo vero contatto con l’alfabeto profondo della moda.

Nella nuova pellicola, quel famoso punto di azzurro ritorna accanto ad Andy, assumendo, come lei, una forma diversa.

ll capo originale viene recuperato dagli archivi e reinterpretato come un gilet usurato, segnato dal tempo, quasi consumato dagli anni. Le maniche tagliate diventano una metafora potente: l’indumento perde i propri confini, si alleggerisce, si ridefinisce. È lo specchio esatto dell’editoria raccontata nel secondo capitolo, un universo attraversato da ridimensionamenti, slittamenti e costanti riscritture.

C’è una luce nuova che attraversa il celebre pullover, una tonalità più intensa, limpida e d’impatto che, proprio come Andy, sembra aver trovato la pace con il proprio passato, abbandonando l’idea di transizione per farsi espressione di una ritrovata identità.

Eppure, quel ceruleo non svanisce.

Continua a resistere dentro un mondo che si rinnova, dentro un’industria che corre a perdifiato, dentro anime che cercano ancora il proprio baricentro, tra ambizione e desiderio di lasciare un’impronta.

Forse è davvero arrivato il momento di smettere di inseguire un’epoca destinata a non tornare. Eppure, in un’era che è ostaggio dell’incertezza e della deriva dei linguaggi, la storia continua a suggerire qualcosa di prezioso: esiste ancora uno spazio per chi crede nella forza delle intuizioni, nell’incanto di una visione profonda e nel desiderio ostinato di dare forma a ciò che resta.

Per chi continua a proteggere la bellezza dei sogni, anche quando il mondo sembra non avere più tempo per loro.


#IncurabilmenteAppassionata

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Giulia Strazzacappa

Mi chiamo Giulia, ho 33 anni e ogni volta in cui la vita mi indica una strada, io mi chiedo dove portano le altre. Sono inquieta, curiosa e sempre alla ricerca di qualcosa che ancora non so. Dopo il Liceo Classico, ho scelto Giurisprudenza, ma ho presto capito che quella non poteva essere la mia unica direzione. Vivo di adrenalina e di cambiamenti, ma con Il Cortile, il mio negozio, ho trovato un punto fermo in cui le mie passioni prendono forma. Studio per diventare consulente d’immagine e personal shopper accreditata, perché amo riconoscere l'abito perfetto dal sorriso di chi lo indossa. Scrivo di moda per dar voce a ciò che spesso appare, ma che raramente riesce a farsi sentire. Leggo ovunque, ma ho paura di viaggiare. Al di sopra di tutto, però, sono la mamma di Bianca, che mi ha insegnato a credere davvero nei miei sogni, guardando al futuro con occhi pieni di possibilità e cose belle.

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