Il coraggio di Julian. Diritto e libertà di dire

Il coraggio di Julian. Diritto e libertà di dire

Una sentenza di morte. Giorni, mesi e decenni. Torture psicologiche. Una salute ormai precaria. Detenzioni arbitrarie. Il coraggio. La libertà. Un tributo crudele. WikiLeaks. La Corte di Londra e l’estradizione negli Usa. Una falsa verità e una breve udienza. Sette minuti, 175 anni, 3 tentativi di suicidio. Un pericoloso criminale che svela altri crimini. Gli Usa, l’Iraq e l’Afghanistan. Democrazia e libertà. Giornalismo. Diritto di essere e libertà di dire.

Tutto questo ha un nome e un cognome. Julian Assange.

Giornalista, programmatore e attivista australiano. Cofondatore e caporedattore dell’organizzazione divulgativa WikiLeaks.

Rischia una pesantissima condanna. Sulla sua testa pendono difatti numerosi capi di imputazione per aver contribuito a diffondere documenti riservati, protetti da segreto di Stato, su crimini di guerra commessi dalle forze americane in Iraq e Afghanistan.

Se le guerre possono essere avviate dalle bugie, esse possono essere fermate dalla verità

Julian Assange

Dopo un’udienza di solo sette minuti, il 20 aprile scorso la Westminster Magistrates’ Court di Londra ha emesso l’ordine formale di estradizione negli Stati Uniti per Julian Assange.

Salvo un ricorso dell’ultimo minuto presso l’Alta Corte, la ministra degli Interni, Priti Patel, potrà dare il via libera finale al trasferimento del fondatore di WikiLeaks negli Stati Uniti.

E negli USA lo aspetta una condanna a 175 anni, nel carcere americano più estremo. L’ADX Florence, in Colorado.

Il motivo per cui Julian Assange rischia centinaia di anni di reclusione è perché ha avuto coraggio. La forza e la decisione di rivelare i crimini altrui.

Ha tolto il velo a torture, massacri e stupri. In Iraq e non solo.

Ha avuto l’ardire di mettersi contro il potere. E lui, il potere, ha scelto di mettere a tacere Assange.

Perché il potere non tollera la verità. E fa di tutto per abolire la possibilità di conoscerla. 

Qualcuno ha deciso di zittire il cofondatore di Wikileaks e qualcun altro ha preferito restare in silenzio.

Così Julian Assange si è ritrovato ad essere perseguitato proprio da coloro che si professano difensori dei diritti umani e della libertà di stampa.

E da tre anni è detenuto nella prigione di massima sicurezza di Belmarsh, la cosiddetta “Guantanamo di Londra”. In quello che è l’ultimo capitolo di una lunga saga giudiziaria.

Una vicenda che ha mostrato tanti punti oscuri. Circostanze che hanno fatto sorgere molte domande, sui confini tra la libertà di stampa e la sicurezza nazionale.

Una narrazione umana a cui è difficile restare indifferenti.

coraggio
coraggio

La storia di Julian Assange parte nel 2006, dalla registrazione di WikiLeaks. Gli anni seguenti passano stravolgendo la sua esistenza, professionale e personale.

WikiLeaks è un’organizzazione internazionale che riceve, in modo anonimo, documenti coperti da segreto, di Stato, militare, industriale, bancario. E lo fa grazie a un contenitore protetto da un potente sistema di cifratura. Una volta ricevuti, i documenti vengono poi caricati sul proprio sito web.

Le informazioni pubblicate su WikiLeaks hanno messo in imbarazzo i governi di mezzo mondo. Cina, Turkia, Paesi arabi, Kenia e soprattutto gli Stati Uniti.

La prima volta che l’organizzazione divulgativa cattura l’attenzione della stampa internazionale, è il 2007. Quando pubblica il manuale per le guardie carcerarie di Guantanamo, il buco nero dei diritti umani.

Poi ci sono stati 70 mila documenti confidenziali sulle operazioni della coalizione internazionale in Afghanistan. Un risultato a cui hanno lavorato congiuntamente, con professionalità e coraggio, insieme a WikiLeaks, alcune delle più prestigiose testate mondiali, come New York Times, Guardian, Der Spiegel, Le Monde ed El Pais.

Successivamente è stata la volta di 400 mila carte riservate, sull’invasione dell’Iraq, che provano le violenze delle truppe americane nei confronti dei civili. E anche di 250 mila cablogrammi diplomatici Usa, dai quali emergono giudizi spesso poco lusinghieri sui partner di Washington.

E precisamente il “Cablegate” rende Assange un’icona internazionale della libertà d’espressione.

Purtroppo però lo rende anche bestia nera delle autorità. Ormai nel mirino di molti governi, deve guardarsi le spalle.

Negli Usa inizia anche a serpeggiare l’idea che Assange sia un collaborazionista russo. Un sospetto rafforzato nel 2013, quando suggerisce a Edward Snowden di rifugiarsi a Mosca, consiglio che la talpa dell’Nsa segue.

È alla fine del 2010 che iniziano i guai di Assange con la legge. E non per la pubblicazione di segreti di Stato, ma perché la magistratura svedese, contro di lui, spicca un mandato di cattura europeo.

Denunciato per stupro da due donne svedesi, replica di aver avuto sì rapporti con le accusatrici, ma che erano del tutto consenzienti.

Trovandosi a Londra, si consegna alla polizia britannica il 7 dicembre. E resta detenuto per nove giorni.

In seguito gli vengono concessi prima i domiciliari e poi la libertà vigilata.

Arriva febbraio del 2011 e la procedura per l’estradizione in Svezia viene sottoposta a un tribunale londinese.

Assange a questo punto comprende che dalla Svezia potrebbe essere estradato in seguito negli Stati Uniti, e lì condannato a morte. Così il 19 giugno 2012 decide di rifugiarsi nell’ambasciata ecuadoriana, chiedendo e ottenendo asilo politico all’allora presidente dell’Ecuador, Rafael Correa.

coraggio
coraggio

Malgrado il periodo tumultuoso e difficile, Assange non si ferma.

Con il solito sfrontato e incessante coraggio, nel 2016 WikiLeaks rivela come i dirigenti del Partito Democratico Usa avessero tramato contro il popolare candidato della sinistra, Bernie Sanders, perché Hillary Clinton vincesse le primarie.

Il 2 aprile 2019 arriva l’ennesima batosta. Il nuovo presidente dell’Ecuador, Lenin Moreno, accusa Assange di aver violato le condizioni per l’asilo politico. L’11 aprile la polizia britannica ottiene il permesso di entrare nell’ambasciata per portare via Julian Assange, che il giorno dopo viene privato della cittadinanza ecuadoriana.

A completare il tutto, la difesa delle donne che lo avevano accusato di stupro ottiene una riapertura dell’indagine, che nel frattempo era stata archiviata.

Il 14 aprile 2019 la legale e compagna di Assange, Stella Morris, assicura che il suo cliente è disposto a cooperare con le autorità svedesi, purché sia scongiurato il rischio di estradizione in Usa.

Il 1 maggio l’australiano viene tuttavia condannato a 50 settimane di prigione, da un tribunale di Londra, perché rifugiandosi nell’ambasciata dell’Ecuador aveva violato le condizioni della libertà vigilata.

Scontata quelle settimane di condanna, comunque Assange rimane in custodia in carcere, in attesa del verdetto sull’estradizione.

La cronistoria di Julian Assange adesso diventa pericolosamente incalzante.

A questo punto infatti parte l’offensiva del dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. E il 23 maggio gli USA aggiungono 17 capi d’accusa a quello già spiccato per pirateria informatica, in virtù delle leggi anti-spionaggio.

Accusato di aver messo in pericolo la vita di agenti e soldati Usa, ora Assange rischia 175 anni di prigione.

Il 31 maggio interviene l’Onu, con il relatore speciale sulla tortura, Nils Melzer, che visita il cofondatore di WikiLeaks in carcere e afferma che le sue condizioni presentano “tutti i sintomi della tortura psicologica” e che la sua vita è in pericolo.

Un’impressione che appare confermata il 21 ottobre, quando Assange si presenta in tribunale confuso e balbettante.

Accade intanto che il 19 novembre 2019 la magistratura svedese deve abbandonare l’indagine per violenza sessuale, per mancanza di prove.

Julian Assange deve però terminare di scontare la pena in Gran Bretagna e sulla sua testa pende la spada di Damocle dell’estradizione.

Il 24 febbraio 2020, la giustizia britannica inizia a esaminare la richiesta presentata dagli Stati Uniti.

E cresce la mobilitazione internazionale a favore di Assange, con decine di Ong che ne chiedono la liberazione “immediata”. E con i suoi avvocati che affermano che la richiesta di estradizione ha motivazioni politiche. 

Il 4 gennaio 2021 arriva il verdetto. Resta nel Regno Unito, perché se estradato in Usa potrebbe togliersi la vita. Gli viene però negata la libertà vigilata.

Il dipartimento di Giustizia Usa presenta appello contro il no all’estradizione e, il 10 dicembre 2021, l’Alta Corte di Londra gli dà ragione, ritendendo sufficienti le garanzie di Washington sulle cure adeguate che Assange riceverebbe.

Ed eccoci a oggi.

Gli avvocati di Assange hanno tempo fino al 18 maggio per presentare osservazioni al ministro degli interni britannico Priti Patel, alla quale spetta la decisione finale sulla sua estradizione.

Amnesty International ha dichiarato che un’eventuale approvazione dell’estradizione violerebbe il divieto di tortura. E costituirebbe un precedente allarmante per pubblicisti e giornalisti di ogni parte del mondo.

Agnès Callamard, Segretaria generale di Amnesty International ha espresso preoccupazioni per la salute e la vita di Julian Assange ma anche per la libertà di stampa.

Il Regno Unito è obbligato a non trasferire alcuna persona in un luogo in cui la sua vita o la sua salute sarebbero in pericolo. Il governo di Londra non deve venir meno a questa responsabilità.

Gli Usa hanno palesemente dichiarato che cambieranno le condizioni di detenzione di Assange quando lo riterranno opportuno. Questa ammissione rischia fortemente di procurare ad Assange danni irreversibili al suo benessere fisico e psicologico.  

L’estradizione di Assange avrebbe conseguenze devastanti per la libertà di stampa e per l’opinione pubblica. Che ha il diritto di sapere cosa fanno i governi in suo nome. Diffondere notizie di pubblico interesse è una pietra angolare della libertà di stampa.

Estradare Assange ed esporlo ad accuse di spionaggio per aver pubblicato informazioni riservate rappresenterebbe un pericoloso precedente. E costringerebbe i giornalisti di ogni parte del mondo a guardarsi le spalle”.

coraggio
coraggio

Nel caso in cui Assange fosse estradato negli USA, sarebbero necessarie più riflessioni.

La prima. Nelle prigioni di massima sicurezza, dove sarebbe rinchiuso lui, la norma è l’isolamento prolungato. Una regola che costituisce tortura o altri maltrattamenti vietati dal diritto internazionale.

La seconda, che viene di conseguenza. Assange rischierebbe di subire gravi violazioni dei diritti umani e le garanzie diplomatiche non lo proteggerebbero.

La terza, è elementare. Le rassicurazioni fornite dagli Usa sul trattamento equo di Assange non valgono. Potrebbero essere revocate in ogni momento.

E la quarta. Assange si trovava a Londra quando ha diffuso le notizie nel mirino USA. Dunque, se il governo di Londra consentisse a uno stato estero di esercitare giurisdizione extraterritoriale per processare una persona che ha diffuso informazioni dal Regno Unito, allora altri governi potrebbero sfruttare la stessa strategia giudiziaria. Per imprigionare giornalisti e mettere il bavaglio alla stampa anche oltre i loro confini statali.

That’s my freedom talkin’ (Questa è la mia libertà di parlare)
My freedom walkin’, yeah (La mia libertà cammina, sì)

Freedom – Zucchero Fornaciari

La Libertà di stampa di Julian Assange va di pari passo con la sua figura. Che divide, confonde e fa paura.

Per qualcuno è un eroe, per altri un traditore e un criminale. Per alcuni è un rappresentante della comunicazione moderna, per qualcun altro è solo una gola profonda o una spia.

Di sicuro è un uomo che ha contribuito a portare il giornalismo investigativo in una nuova dimensione. Ha sbugiardato i governi di tutto il mondo. Diventato famoso prima per le rivelazioni contenute in diverse tranche di documenti pubblicati e in seguito per la sua tortuosa vicenda giudiziaria.

Incriminato dalla Svezia per presunti reati sessuali e poi prosciolto. Accusato dall’alleanza angloamericana per violazione dell’Espionage Act del 1917, messo sotto scacco e portato al suicidio.

Ha osato dire no al pensiero unico imperante, guardare dietro la facciata, interrogarsi, investigare, domandare e pubblicare. Ha avuto la colpa di fare il giornalista, scavando un solco profondo con chi dice di esserlo, giornalista.

E adesso è in pericolo la sua vita, la sua libertà e la libertà di stampa. E buon 3 maggio a tutti, la giornata mondiale della libertà di stampa è nel suo nome.

Il coraggio è contagioso

Julian assange

#IrriducibilmenteLibera

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Sabrina Villa

Per Vasco “Cambiare il mondo è quasi impossibile -Si può cambiare solo se stessi - Sembra poco ma se ci riuscissi - Faresti la rivoluzione” . Ecco, in questo lungo periodo di quarantena, molti di noi hanno dovuto imparare nuovi modi, di stare in casa, di comunicare, di esternare i propri sentimenti. Cambiare noi stessi per modificare quello che ci circonda. Tutto si è fermato, in attesa del pronti via, per riallacciare i fili, lì dove si erano interrotti. I pensieri hanno corso liberamente a sogni e desideri, riflessioni e immagini e, con la mente libera, hanno elaborato anche nuovi modi di esternazione e rappresentazione dell’attualità. Questa è la mia rubrica e io sono Sabrina Villa. Nata a Roma e innamorata della mia città. Sono un'eclettica per definizione: architettura, pittura, teatro, cucina, sport, calcio, libri. Mi appassiona tutto. E' stato così anche nel giornalismo, non c'è ambito che non abbia toccato. Ogni settore ha la sua attrattiva. Mi sono cimentata in tv, radio, carta stampata. Oggi, come al solito, mi occupo di tante cose insieme: eventi, comunicazione, organizzazione. La mente è sempre in un irriducibile movimento.

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