La bandiera delle emozioni

La bandiera delle emozioni

Il portabandiera olimpico o Alfiere è l’atleta prescelto da ogni delegazione nazionale per portare la bandiera di quel paese nel corso della sfilata delle nazionali olimpiche durante la Cerimonia di apertura dei Giochi olimpici.

 

La bandiera con i cinque cerchi che sventola al ritmo del vento. La fiaccola del braciere olimpico che arde. L’urlo rumoroso dei tifosi sugli spalti. E quello silenzioso degli appassionati dal divano di casa.

L’emozione di rappresentare il proprio Paese davanti a milioni di persone. Un riconoscimento planetario, un motivo di orgoglio, una medaglia da appuntare al petto. Una responsabilità.

Dallo schermidore Edoardo Mangiarotti agli atleti Sara Simeoni e Pietro Mennea. Dal canoista Antonio Rossi alla nuotatrice Federica Pellegrini. Passando, nella storia più recente, per il ciclista Elia Viviani e la campionessa di tiro al volo Jessica Rossi.

Nomi di atleti che si sono distinti nelle loro discipline ma che possono vantare una soddisfazione personale che va al di là dei risultati sul campo. Il tricolore nelle loro mani come una creatura delicata da mostrare al mondo, sportivo e non solo.

Storie di campioni. Ma anche di mutamenti sociali, di epoche, di culture.

A compiere questo viaggio, singolare e ricco di aneddoti, è stato il giornalista Federico Pasquali, autore del libro “Gli alfieri azzurri. Storia dei portabandiera ai giochi olimpici estivi”.

L’idea è nata a seguito della proposta da parte di una giovane casa editrice, la Harpo, che aveva intenzione di lanciare una collana sportiva, puntando a pubblicare libri storici sullo sport. Dopo un anno di ricerche, ho accertato il fatto che nessuno aveva mai raccolto le storie dei portabandiera italiani, figure altamente simboliche nel periodo olimpico, ma alcune poi dimenticate. E così ho deciso di cimentarmi io in questa avventura.

Una storia che inizia nel lontano 1908. Da allora scherma ed atletica sono gli sport che hanno dato più portabandiera all’Italia (6 volte per ciascuna disciplina). Solo sei volte alfiere italiano è stato una donna.

Un ruolo che si è evoluto nel tempo.

Nelle prime edizioni non era così importante e spesso l’alfiere veniva scelto perché era il più giovane, come accaduto nel 1952 a Miranda Cicognani, o quasi per caso, come accaduto nel 1948 a Giovanni Rocca, una riserva della staffetta veloce italiana in pista. E’ solo dalla metà degli anni ’50 che ha iniziato ad avere un’importanza maggiore e ad essere riconosciuto come una star a livello nazionale.

Per la maggior parte degli atleti prescelti, mi spiega Federico, sfilare con la bandiera del proprio Paese in mano in un’occasione così speciale è considerato più importante che vincere una medaglia d’oro. Sentono il peso di una nazione intera, non solo il giorno della cerimonia inaugurale, ma anche prima e dopo l’Olimpiade.

Quasi sempre è il presidente del CONI che indica il nome del portabandiera. Di consuetudine in passato ci si affidava al personaggio più vincente e popolare, altre volte sono subentrati fattori “politici” di equilibri con le federazioni. Altre volte ancora, la decisione finale è stato frutto di suggerimenti, come capitò al Presidente Giovanni Petrucci nella scelta di Carlton Myers.

Nel libro non mancano gli aneddoti, le curiosità, i retroscena, legati non solo alle vite sportive e private dei protagonisti, ma anche ai Giochi olimpici stessi, alle città che le hanno ospitate, agli stadi, alle cerimonie di apertura.

Molti di questi particolari non si trovano sul web, ma sono frutto di una ricerca intensa effettuata sui rapporti ufficiali di ogni edizione. Uno degli aspetti più complicati nello scrivere un libro del genere, non a caso, è stato trovare date e risultati affidabili delle gare dei portabandiera ai Giochi olimpici e nelle altre competizioni internazionali. Ricostruire i loro curriculum sportivi con esattezza è stata un’impresa. E questo dovrebbe far riflettere su quanto si dia poca importanza ai risultati di atleti straordinari da parte dei media e della governance dello sport.

Ci sono atleti che, per loro natura o personalità, hanno incarnato più di altri la figura del portabandiera olimpico.

Federico Pasquali non ha dubbi:

Nella prima metà del secolo scorso il marciatore Ugo Frigerio. Nella seconda metà e fino ai giorni nostri, Valentina Vezzali e Jury Chechi.

E poi c’è chi è passato alla storia non solo e non tanto per i suoi meriti sportivi, quanto in virtù del fatto di essersi dimostrato un vero campione nella vita di tutti i giorni.

Uno su tutti: Carlo Galimberti, sollevatore di pesi, portabandiera ai Giochi di Amsterdam 1928, che fu un eroe italiano non solo per le vittorie olimpiche, ma per la sua scomparsa avvenuta a Milano mentre, da comandante dei vigili del fuoco, salvò alcune famiglie da un incendio al costo della vita.

“Gli alfieri azzurri” racconta anche le città che hanno ospitato i Giochi Olimpici. I vari contesti storici. Diversi, da edizione in edizione. A segnare la storia dello sport azzurro, più di altre, sicuramente le manifestazioni sportive che si sono svolte a Berlino nel 1936. A Roma, 1960. E Los Angeles, nel 1984.

Berlino. Per la vittoria di Ondina Valla negli 80 metri ostacoli, la prima italiana capace di un oro olimpico nell’atletica leggera, che è la disciplina per eccellenza dell’Olimpiade.

Roma. Per i risultati ma anche per l’atmosfera che riuscirono a creare gli organizzatori mettendo l’atleta in primo piano.

Los Angeles. Sia per le tante medaglie, sia per lo strepitoso successo dell’atleta del secolo, ossia Sara Simeoni.

Sono onorata: rappresentare gli atleti di tutto il mondo è una grande responsabilità

paola egonu

E senza timore di essere smentita, aggiungo io, anche Tokyo 2020 (2021).

Se i Giochi scandiscono il tempo della nostra vita, l’edizione di Tokyo la ricorderemo a lungo come emblema delle nostre vite fuori tempo, causa pandemia. Fra stadi vuoti, protocolli di sicurezza sanitaria, rinunce eccellenti. Ma anche emozioni uniche.

L’Italia ha centrato il suo record di medaglie totali, 40. Gli atleti azzurri hanno compiuto imprese là dove un italiano non si era mai spinto.

Questa edizione ha raccontato storie di valori familiari da custodire. Di resistenza. Redenzione. Di rinascita. Di silenzi interrotti dall’urlo di gioia di una stoccata andata a buon fine o di un traguardo raggiunto prima degli altri.

L’Olimpiade della velocità, quando tutto nelle nostre vite sembrava ormai scorrere lentamente.

Simbolo di un’umanità che ha voglia di rialzare la testa, senza dimenticare ciò che ha imparato negli ultimi mesi. Emblema di un mondo in evoluzione, dove razzismo e discriminazione non dovrebbero più aver modo di esistere. Dove la musica e le danze della cerimonia inaugurale dei Giochi hanno risuonato forte tra le quattro mura delle nostre case, rimandandoci un’immagine su tutte. Quella di Paola Egonu, scelta come portabandiera olimpica in rappresentanza del Vecchio Continente: l’Europa. Un vessillo a cinque cerchi che sa di nuovo, di futuro, di riscatto. Di voglia di ricominciare.

Un tricolore che sventola. La bandiera delle emozioni.

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#CaparbiamenteSognatrice

Elisabetta Mazzeo

Elisabetta, classe 1981. Ogni 18 anni un cambiamento. Prima la Calabria, poi Roma, ora Zurigo. Domani chissà. La mia sfida quotidiana? Riuscire nell’impresa di essere contemporaneamente mamma, moglie, giornalista, scrittrice e ora anche blogger. Ore di sonno: poche. Idee: tante. Entusiasta, curiosa, caparbia, sognatrice. Scrivere è un’esigenza. Una lunga gavetta nei quotidiani e nelle tv locali, poi l'approdo come inviata di Sport Mediaset. Non ho dubbi: il mio è il mestiere più bello del mondo. Una passione prima che un lavoro. Oggi ricopro l'inedito ruolo di vicedirettore a distanza di Retesole, l’emittente che mi ha visto crescere umanamente e professionalmente. Divoro libri e uno l'ho anche scritto, mi nutro di storie di sport, mi diletto in cucina, scatto e colleziono foto, mi alleno quanto basta per non sentirmi in colpa e in compenso macino chilometri armata di scarpe da ginnastica e passeggino. Se fino a tre anni fa la mia vita viaggiava a ritmi frenetici, l’arrivo di mia figlia ha rimodulato le priorità. E adesso è con lei e per lei che continuo a mettere le mie passioni in campo, tra "pensieri e parole".

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