Mainstream o non mainstream, questo è il dilemma…

Mainstream o non mainstream, questo è il dilemma…

– L’indie? Ma l’indie è morto da tempo. Guarda, non so come la pensi tu ma credo che in Italia, l’indie “vero” l’abbiano fatto solo in due: Niccolò Contessa e Vasco Brondi. Il resto è pop. E anche della peggior specie. La verità, amico mio, è che il mainstream sta distruggendo l’arte e noi ne paghiamo e ne pagheremo le spese –

– Ma non diciamo cazzate! I Beatles erano mainstream: un gruppo di geni che ha cambiato il mondo… –

La frase del mio dirimpettaio mi colpisce in pieno volto. Fulminandomi nella posizione che ho assunto da minuti interminabili: testa incassata tra le spalle per difendere il collo e mani in tasca ad agitarsi al ritmo della conversazione. Il freddo invernale, che solitamente regala ai miei muscoli facciali la paralisi semi-totale, viene spazzato via dalla circolazione sanguigna periferica. Le vene del viso, senza alcun controllo, si riempiono di sangue caldo e imbarazzato: sto arrossendo. Di vergogna. Di  improvvisa consapevolezza.

Il mio interlocutore ha ragione: come diavolo ho fatto a non arrivarci prima e senza aiuti?

Di colpo ho otto anni, sono seduto al tavolo della cucina e mia madre, con due segni secchi della penna risolve l’espressione, mostrandomi come denominatore e numeratore si possano annullare. 

Non divaghiamo, però. E torniamo a questa sera di dicembre, con scenario l’esterno de La Nuvola: il Centro Congressi di Roma, pensato e strutturato dall’archistar Massimiliano Fuksas.

Da qualche anno, entrare in quel “tempio” è diventato molto complicato per me. E per due motivi. Da un lato quell’incredibile mole di conoscenza, alla quale voglio accedere con tutto me stesso, non va molto d’accordo con il mio conto in banca, per niente felice di essere spremuto come un limone a pochi giorni dal Natale. Dall’altro, le presentazioni affollate, i firma copie con file interminabili, i manifesti che annunciano le nuove uscite tra le quali non c’è mai la mia, mi provocano un potentissimo bruciore di stomaco.

Rosico. Invidio. Giudico. Gli altri autori e i loro fans. Mi incazzo. Ci piango. Mi interrogo.

La verità è che vorrei essere mainstream e non lo sono. E allora mi rifugio nel pensiero di autori geniali, incompresi e suicidi. Che hanno venduto, in vita e non, migliaia di copie. Divenendo mainstream, dunque. Un enigma irrisolvibile da fare invidia a “il gatto di Schrödinger”.

– Scrivi una storia semplice, Gabriele. Le tue righe sono potenti ma per niente accessibili. Sei destinato alla nicchia –

– Se gli altri non mi capiscono non è un problema mio… –

Lo sguardo della mia coscienza, che solo accidentalmente coincide con quello di Francesca, una sorella acquisita della quale vi ho già parlato, mi riporta rapidamente alla realtà. Non sono avanti, non sono geniale, non ho nessuna visione del futuro da raccontare agli altri con anni di anticipo. Farei di tutto per essere letto, compreso e apprezzato. Per essere mainstream. Che logora chi non lo è. Come tutte le cose belle e riservate a un’elite.

Il fatto è che non lo so fare. Non saprei scrivere storie diverse da quelle che racconto. Anche perché non sono io a scegliere personaggi e intrecci: sono loro che vengono da me, ricchi di pretese. Non conosco l’alchimia della popolarità. Capirai: al liceo, durante i falò, non ero nemmeno quello che suonava la chitarra mentre gli altri pomiciavano. Ero il tipo lontano, confuso col fondale della foto. Quello che cammina sul bagnasciuga a piedi scalzi e poi tornato a casa, si mette a scrivere su una moleskine consumata. Quello che compare nel mondo delle donne a trent’anni suonati. Cogliendole di sorpresa come il fantasma del castello improvvisamente evocato da chissà quale incantesimo.

“Nel nostro Paese c’è una strana gara all’insuccesso: ho scritto un libro che non ha venduto perché il pubblico non mi capisce, non è all’altezza. Un alibi perfetto che riduce il successo a una forma di tradimento, all’aver ceduto alle lusinghe del pubblico, alla gente, ai grandi numeri …”.

Ci credete se vi dico che questo concetto lo ha espresso Fabio Volo in un’intervista? Sì, Fabio Volo che con l’ultimo libro in uscita, pronto e impilato all’ingresso di ogni libreria per essere regalato a Natale, ha appena festeggiato i suoi vent’anni da scrittore. Fabio Volo, la rappresentazione vivente del mainstream. E quindi del male, a leggerla con lo sguardo degli sconosciuti presuntuosi come me.

C’è stato un momento durante il quale, sebbene per poche ore, nella classifica di Amazon sono stato a diciotto posizioni da Volo. E quindi vicinissimo al podio dei libri più venduti in Italia. Cerco di ricordare: come mi sentivo in quel momento? Bene. Benissimo.

E allora perché rifiuto il mainstream come fosse il male? Perché mi riempio la bocca di parole come “popolare” e “massificato” dando loro un’accezione negativa?

In fondo avere successo significa essere mainstream. O no? Non lo so, mi scoppia la testa. Vado a sentirmi un pezzo di Vasco Brondi: lui è popolare senza esserlo. Deve essere magico.

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Gabriele Ziantoni

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