Storie da raccontare/3: Luigi, io ti ho capito

Storie da raccontare/3: Luigi, io ti ho capito

Tempo di lettura: 3 minuti

Canzone consigliata: Lontano Lontano – Luigi Tenco

Da quando ne ho memoria, il 27 gennaio di ogni anno osservo un rito: posto una foto di Luigi Tenco.

Pensieri, riflessioni, stralci di canzoni, persino preghiere: dalla nascita dei Social credo di non aver saltato nemmeno una ricorrenza. Chiamatela pure cerimonia pagana, l’importante è che si svolga in forma privata: a questa funzione non voglio nessuno all’infuori di me. Ecco perché proprio nel 2022, a 55 anni dalla sua scomparsa, ho deciso di interrompere tutto. L’aumento di like, commenti e condivisioni mi ha condotto allo scoperto, togliendomi protezione. Immagino che molti dei miei followers fossero più interessati alla moda che all’empatia, motivo che mi ha spinto a rientrare nella tana. Nell’attesa di passi conosciuti capaci di farmi battere il cuore.

E’ vero: la liturgia ha subito qualche variazione nel corso del tempo ma non credo che in molti se ne siano accorti. Dal 2018, infatti, al volto di Tenco corrucciato, trasformato in maschera da un abile uso di ombre e chiaroscuri, si è aggiunta una frase. Semplice eppure così chiara.

Luigi, io ti ho capito.

E forse ora è anche arrivato il momento di spiegare perché.

Ero in una camera d’albergo, solo, a qualche centinaia di chilometri da casa. Aspettavo: l’indomani sarei stato ospite di una manifestazione letteraria. Ero stato invitato per presentare il mio libro: un romanzo d’esordio che stava bruciando copie e tappe, sorprendendo tutti. Tutti tranne me che da decenni non facevo altro che ripetere di essere uno scrittore prestato al giornalismo. C’era solo da attendere la storia giusta, quella che avrebbe reso il mio talento chiaro anche al resto del mondo: finalmente era arrivata.

Steso sul letto, sfidavo senza voglia i concorrenti di un quiz televisivo che, ne ero certo, facevano solo finta di divertirsi. Simile a una majorette, tra le dita mi giravo una sigaretta cercando la forza per andare in balcone a fumarla. La spinta arrivò dallo smartphone. Anzi dal messaggio di un collega per essere precisi: Gabrié, chiamame che forse sei ancora in tempo.

Capii immediatamente a cosa alludesse: da qualche settimana, il mio editore, in maniera del tutto immotivata, aveva deciso di mettermi nel mirino. La mia conduzione radiofonica aggressiva, una forma di invidia, un nemmeno troppo celato senso di inferiorità. Ho cercato ovunque la spiegazione di questa persecuzione, trovando solo idiozia.

Risulto spesso antipatico agli stupidi. E la cosa è assolutamente reciproca.

Comunque, il fumo lasciava la punta della sigaretta tratteggiando nell’aria dei perfetti angoli di novanta gradi: erano le mie mani a disegnarli. Per quanto la temperatura fosse piuttosto gradevole, non riuscivo in nessuno modo a fermare il mio corpo, scosso da improvvise scariche di freddo prive di origine.

Ascoltai con attenzione il collega, rispondendo con infinite pause silenziose. Di tanto in tanto, mandavo il dorso della mano ad asciugare qualche lacrima che il più delle volte mi finiva tra le labbra mischiandosi al sapore del fumo. La storia era chiara: altro che essere ancora in tempo! Il mio destino lavorativo era segnato con l’aggravante di una serie di infamità delle quali facevo veramente fatica a tenere il conto.

Salutai e rientrai in camera. Poi corsi nel cesso a vomitare, imbrattandomi completamente maglia e pantaloni. Nudo, sdraiato su maioliche fredde che chissà quanti piedi, mani, gambe e capelli avevano incontrato, feci l’unica cosa che mi sembrava sensata: afferrai il telefono per chiedere aiuto.

Le storie di Whatsapp mi diedero il colpo di grazia.

Improvvisamente tornai padrone di me stesso. Mi sollevai quel tanto che bastava per arrivare al beauty case posto sul lavandino e cominciai a tirare fuori le medicine che avevo portato con me. A gambe incrociate, sul letto, iniziai a svuotare i blister e, poi, come fossero caramelle, a ingurgitare le pasticche, distinte in mucchietti per forma e colore.

Non sarebbe bastato.

Corsi al frigobar: le mini bottiglie di vodka trovarono spazio nel bicchiere degli spazzolini da denti, prima di mischiarsi a tutto l’ibuprofene che avevo dietro. Lo sorseggiai brindando alla mia. Sul taccuino dell’hotel scrissi una frase di Cesare Pavese: Perdono tutti e a tutti chiedo perdono e infine mi stesi sul letto ad aspettare.

Fu lo sfondo dell’iPhone a destarmi: Khalisi e Priscilla, le mie gatte, si coccolavano sotto il mio sguardo amorevole. Il pensiero mi arrivò al cervello passando per la spina dorsale: che fine avrebbero fatto i miei mici, se fossi morto? Li avrebbero adottati? Separati, messi in gattile? Oppure sarebbero finiti in un giardino a prendere freddo e a rischiare la vita tra randagi e auto distratte?

Se sono qui a raccontarvi questa storia, evidentemente deve essere andata come potete immaginare. E se anche la vita, nei mesi successivi, mi avrebbe “regalato” dolori molto più intensi, quello è stato l’unico momento in cui sono andato vicino a un gesto simile.

Qualche sera fa, Eleonora, la mia ragazza che spero diventi presto mia moglie, mi ha detto che odio il prossimo solo perché lo considero pavido: io faccio solo scelte coraggiose. Sarà così.

Ma allora perché continuo a pensare che tra me e Luigi, il più coraggioso sia lui?

“Fate che a voi ritorni

Fra i morti per oltraggio

Che al cielo ed alla terra

Mostrarono il coraggio”

(Preghiera in Gennaio – Fabrizio De Andre)

Gabriele Ziantoni #DisperatamenteMalinconico

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Gabriele Ziantoni

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