Storie da raccontare/15 – Tutta un’altra storia…

Storie da raccontare/15 – Tutta un’altra storia…

Tempo di lettura: 10 minuti

Canzone consigliata: La Notte Vola – Lorella Cuccarini

Mancavano solo poche centinaia di metri e finalmente sarebbe tornato a casa. Il caldo, che aveva rassicurato la giornata come un abbraccio, andava sparendo: gli ultimi spiccioli di Inverno cominciarono a cadere nelle tasche della sera e il tintinnio delle monete si trasformò in una leggera brezza, piacevole solo se combattuta con una giacca a vento. Giorgio la indossava e schiacciandosi il mento sul petto, infilò il naso sotto la zip, stringendosi al suo interno. Il pallone, lacerato più che consumato, gli sporgeva su un fianco. Amico fraterno e unico compagno di giochi da sempre e per sempre. 

Stava facendo buio. La notte aveva mangiato, quasi per intero, la luminosità che il sole di una Primavera appena iniziata non aveva smesso di donare con allegria. Quasi a benedire il ritorno delle rondini, che in formazione di volo a V, lasciavano i posti destinati a subire la glacialità del freddo per ritrovarsi in altri più caldi. Una forma animale di “vivere alla giornata”, di affrontare l’esistenza come fosse un’unica lunga estate. Anche Giorgio le aveva salutate, agitando la mano in aria al grido di “Bentornate!” prima di battere un calcio di rigore. Che ad essere sinceri si era infranto sul palo. L’errore era contato il giusto: non sarebbe finito nei suoi ricordi base. Era un semplice tiro di riscaldamento mentre alle sue spalle i compagni lanciavano dita al centro di un cerchio per decidere a chi spettava il campo e a chi la palla e lo scarto.

Giorgio, 8 anni da compiere nel dicembre successivo, oltrepassò il cancelletto del suo condominio e saltando con agilità una grata destinata allo scolo dell’acqua piovana, si infilò nel portico. Il citofono lo aspettava, quasi sorridendo. Gli stava simpatico quello strano aggeggio dal quale spuntavano mille bottoni. A volte non era capace di resistergli e li schiacciava tutti contemporaneamente, prima di scappare a gambe levate privo di destinazione e con un’euforia in corpo che in futuro gli sarebbe ricapitato difficilmente di provare.

Non era quella, però, la serata per darsi a del vandalismo acustico e il ragazzino, dopo aver resistito al solito istinto di distruzione, schiacciò il secondo tasto, quello che lo collegava a casa sua. Due movimenti rapidi dell’indice e il portone rispose quasi automaticamente frizzando. Giorgio poggiò il gomito sinistro sul vetro della porta e spinse con tutta la forza che possedeva. Prima di entrare nell’androne, però, si voltò indietro non potendo fare a meno di notare la strana atmosfera in cui il suo quartiere sembrava essere sprofondato.

L’aria era ferma, il silenzio totale. Né una macchina per strada, tanto meno persone a passeggio. Era strano. Tutto sembrava in attesa di qualcosa.

La porta di casa era appena aperta ma nessuno lo attendeva all’ingresso per salutarlo. Nessuna presenza nemmeno lungo il corridoio, buio, che conduceva al salone, unica stanza illuminata di tutto l’appartamento. Altra cosa bizzarra. Ma che stava succedendo? Dov’erano tutti?

Giorgio si tolse la giacca affidandola all’attaccapanni, poggiò il pallone a terra e si avventurò alla ricerca di qualcuno. Dal fondo del tunnel sembrava alzarsi una nuvola di fumo, annunciato da un odore deciso e penetrante. Non poteva essere diversamente: il papà stava fumando in casa. La situazione non doveva essere delle migliori: Gianni si accendeva una sigaretta al chiuso solo quando c’era un qualcosa di molo [111] difficile da tollerare. Nel frattempo si sentiva solo il gracchiare di una voce metallica: “…mentre Desideri batte questa punizione… colpo di testa di Muzzi poi Berthold, Voller… e la palla finisce fuori…”

Giorgio entrò in salone proprio nell’esatto istante in cui il papà era intento a sfogare la sua frustrazione contro il muro. Gianni era in piedi e si agitava nervosamente, camminando tra i divani, rigirandosi uno zippo tra le dita delle mani[112] , mentre la “paglia” gli pendeva pericolosamente dalle labbra. Di fronte al divano la televisione era accesa. Su un campo di calcio due squadre: una in maglia rossa e l’altra con il completo giallo. Il punteggio era fermo sull’1-1. Il ragazzino capì subito che aveva a disposizione due, massimo tre domande da rivolgere al padre, poi avrebbe dovuto mantenere il silenzio fino al triplice fischio.

– Chi gioca papà? – azzardò

– La Roma e il Broendby, una formazione danese – rispose il padre tenendo gli occhi fissi sulla tv –

– E a noi come va? –

– Non benissimo, ci serve un gol per andare in finale di Coppa Uefa, ma manca poco…-

Giorgio aveva utilizzato il “noi” solo per far piacere al padre: per quanto il calcio gli piacesse da starci male non aveva ancora scelto per quale squadra tifare. A scuola tutti erano pazzi per il Milan degli olandesi o per l’Inter dei record di Trapattoni. In pochi esultavano per la Roma e nessuno sembrava voler rischiare legandosi alla Lazio. Lui s’era preso del tempo. Sognava di accatastare trofei e vittorie come fossero fumetti e la Roma non è che festeggiasse poi così tanto alla fine di ogni anno. Scegliere una squadra diversa da quella che suo padre seguiva da bambino, però, gli sembrava un torto. In più era affascinato dai colori di quella maglia e da quel “pennellone” lì davanti i cui baffi gli ispiravano simpatia. Rudi Voller, si chiamava. Il “tedesco volante”, lo chiamavano.

Giorgio fece un riassunto delle puntate precedenti che più o meno recitava così: papà era nervoso, la Roma giocava una semifinale di Coppa Uefa, aveva bisogno di un gol per passare il turno e il tempo era agli sgoccioli. Tutti ottimi motivi per sedersi a terra e fare silenzio.

Sotto il tavolo c’era un punto esatto in cui i tubi del riscaldamento erano più vicini alla superficie. Era il suo rifugio preferito: un posto tranquillo, dove stare nascosti e guardare la tv senza prendere freddo. Lo scelse di nuovo e incrociando le dita dietro la nuca si allungò scoprendosi in attesa. Come la casa, come il quartiere.

La voce, intanto, continuava a gracchiare: “…comunque battuto il corner, mischia, la palla arriva a Rizzitelli, Rizzitelli il diagonale… trova ancora pronto Schmeichel in angolo”

– E che diavolo!!! – esclamò il padre lanciando per aria un cuscino – non è possibile! Li stiamo facendo a pezzi eppure non riusciamo a segnare!! –

Aveva ragione: la Roma attaccava senza soluzione di continuità ma non sfondava. In porta con i gialli c’era un gigante biondo che sembrava invasato per quanta foga ci metteva nel parare ogni pallone. Il resto dei compagni non era da meno: un ragazzo danese, evidentemente dotato di ali, si era lanciato sulla linea di porta deviando con la testa, in tuffo, un tiro troppo destinato alla rete per essere ritrovato da qualche altra parte. Incredibile.

Giorgio, improvvisamente, si scoprì teso. Eccitato. Mai come quella volta partecipe di qualcosa. E mentre la tensione saliva spessa come il fumo delle sigarette di Gianni, il ragazzo fece i conti con una nuova sensazione. Era ammirato. Dal sudore e dal fango sulla faccia, le braccia e le gambe di quegli eroi dalla maglia rossa bordata di giallo. In più lo stadio Olimpico lo affascinava: 58.000 spettatori ricchi d’amore che non la smettevano di credere nel miracolo. La Curva Sud, poi, era commovente. Cantava da novanta minuti: con la sola forza di 20.000 gole sembrava voler trascinare i suoi verso un obiettivo che piano piano scivolava sempre di più nell’incavo di un imbuto. Se non era amore quello.

Fu la questione di un attimo e la vita di Giorgio prese una piega decisa e decisiva. La scelta fu così naturale da sembrare semplice e scontata. Chiaramente non era nessuna delle due cose. All’ennesimo salvataggio in extremis del Broendby, all’ennesima occasione terminata con un’imprecazione del padre e un pugno a terra del giocatore, il ragazzo decise.

La Roma sarebbe stata la squadra del suo cuore. Per sempre.

Giorgio lo ignorava, ma quel pomeriggio di fine Aprile lo avrebbe ricordato a lungo. A volte maledicendosi, a volte ringraziando Dio o chi per lui.

A suggellare quel giuramento d’amore, accadde l’impossibile.

“Pellegrini ha spazio, quindi può spingersi in avanti, effettua un traversone… testa di Berthold… mischia…arriva Desideri… palla per Rizzitelli… GOL!! GOL DI RIZZITELLI”

Il boato, uno dei più forti di sempre, non fu di una casa, una strada, un quartiere. Ma di una città intera. Giorgio, dimenticando dove si era sdraiato, saltò in piedi fracassandosi la testa sotto il tavolo. Gianni, invece, come liberato da un qualche demone cominciò ad ululare, poi lanciò lo zippo contro il muro e schiacciò la sigaretta a terra con la punta del piede. La moglie, al rientro, non sarebbe stata felicissima. Solo dopo qualche secondo si rese contò che il figlio, ridendo, si stava strofinando la mano sulla nuca nel tentativo di far passare un dolore tanto intenso quanto stupido. Si chinò sotto il tavolo e in ginocchio lo abbracciò stringendolo a sé.

– Stai bene, Giò?- chiese

– Sì, Pà – rispose il ragazzino – Ma guarda che non ha fatto gol Rizzitelli. Ha segnato Voller!! Il telecronista si è sbagliato, vedi? –

I due abbracciati si voltarono verso il televisore: il tedesco volante era planato a terra, sfinito, le braccia levate al cielo, un compagno a cavalcioni. Una scena memorabile che né il padre né il figlio avrebbero mai cancellato dai loro cuori.

Giorgio non lo sapeva, ma non sarebbe andata sempre così: con la gioia di un gol al novantesimo e un abbraccio tanto intenso quanto indimenticabile. Questa, però, è tutta un’altra storia…

Gabriele Ziantoni #DisperatamenteMalinconico

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Gabriele Ziantoni

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