Luigi Tenco e quella morte ancora sospetta a Sanremo

Luigi Tenco e quella morte ancora sospetta a Sanremo


La notte tra il 26 e il 27 gennaio del 1967 nella stanza 219 dell’hotel Savoy viene trovato privo di vita il corpo del cantautore ligure Luigi Tenco.
La notizia è immediata: si tratta di suicidio. Ma il Festival non può fermarsi.

Nonostante alcuni dei concorrenti in gara chiedano la sospensione, i dirigenti dicono no.

Nella sua camera un biglietto con su scritto: «Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale e a una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao Luigi».

A trovare il corpo è Dalida, in quel Sanremo in gara insieme a Luigi Tenco con il brano “Ciao amore ciao”. Rientrava intorno alle due e venti del mattino dopo una cena con i dirigenti della RCA e gli addetti ai lavori.

La notizia fa il giro dell’hotel, dove alloggiano tanti artisti in gara. I primi ad arrivare raccontano di una Dalida furiosa che continua a gridare: “Assassini! Assassini! “.


Di lì a poco le prime indiscrezioni. Due cose saltano subito all’occhio: la calligrafia del biglietto rinvenuto nella stanza e la posizione del corpo. Quando arriva sul posto il commissario Arrigo Molinari, tessera n. 767 della P2 e membro della Gladio, senza nemmeno perquisire la stanza annuncia ai giornalisti presenti che si tratterebbe di suicidio. Il corpo viene frettolosamente traslato.

Ma arriva un contrordine. Il cadavere del cantautore deve essere riportato nella stanza, posizionato esattamente com’è stato trovato; bisogna avviare le procedure del caso, repertare e fotografare la scena del crimine.


Il 29 febbraio 2004 Arrigo Molinari dichiara durante una puntata di Domenica In, intervistato da Paolo Bonolis e riferendosi al caso Tenco: «Di sicuro un suicidio non lo è stato [..]. È stato un omicidio collettivo» e conclude l’intervista con la frase: «bisognerebbe fare chiarezza».

Molinari morirà pochi mesi dopo quell’intervista, il 27 settembre 2005, nell’albergo di sua proprietà ad Andora (Savona), a causa di una rapina notturna organizzata per sottrargli del denaro custodito nella sua stanza. Anche in quel caso rimane qualche ombra di dubbio, per via di alcune rivelazioni che lo stesso rilasciava da tempo su vari temi.

Il punto di Pasquale Ragone


Uno dei massimi esperti a seguire il caso Luigi Tenco è Pasquale Ragone. Criminologo, insieme a Nicola Guarneri é autore di “Le ombre del Silenzio”, di cui vengono pubblicati due volumi.


Ho incontrato Pasquale per porgli alcune domande. Ritengo infatti che bisogna parlarne e scavare sempre di più su questo caso per tenere viva l’attenzione di tutti coloro che non si accontentano di superficiali considerazioni dinnanzi la morte di un ragazzo di soli ventinove anni.

Come mai ha iniziato a lavorare sul caso Tenco?

Ho iniziato quando avevo 18 anni, ovviamente rifacendomi a quelli che erano gli elementi emersi fino a quel momento. Il motivo che mi spinse fu l’evidenza – già nel 2002 – che non si trattava di un suicidio. Una convinzione che è maturata sempre più nel tempo. Soprattutto quando nel 2008 iniziai a cercare in prima persona documenti e testimoni dell’epoca, con l’obiettivo di fare una ricerca capillare sulla vicenda. Mi resi conto che per fare un’indagine seria sul caso Tenco fosse necessario acquisire competenze specifiche poiché la sola volontà non bastava. Fu così che iniziai il percorso nel giornalismo d’inchiesta e successivamente nelle scienze forensi per essere in grado di leggere con occhio critico i documenti e soprattutto gli atti dell’inchiesta.

Quali sono stati i primi passi che ha mosso nell’inchiesta?

Il primo atto ufficiale, considerando il 2007-2008 l’inizio delle ricerche giunte fino ad oggi, fu contattare persone ancora in vita, quindi tramite interviste, che potessero raccontare ciò di cui erano stati testimoni. L’intuizione fu quella giusta perché trovai da subito testimoni oculari che all’epoca dei fatti preferirono rimanere in silenzio, ma che in realtà avevano molto da dire. Basti pensare che alcune di quelle interviste sono ancora oggi la base granitica di questa inchiesta.

Si dice che quella sera il cadavere di Tenco sia stato portato lì già da morto. Cosa è successo nel momento del ritrovamento del cadavere?        

Ma oggi sappiamo che molte informazioni dell’epoca erano un falso, una ricostruzione veloce e approssimativa per chiudere in fretta. La più clamorosa delle informazioni false riguardò la scoperta del cadavere. Non fu assolutamente Dalida a ritrovare il corpo e ad oggi resta ignota la verità sulla prima persona che lo scoprì. L’ipotesi più accreditata negli anni è che a scoprire il corpo fu Lucio Dalla, il quale alloggiava in una camera attigua a quella di Tenco. Ma anche in tal caso, altre domande sorgerebbero. Su tutte: perché si sarebbe recato nella stanza di Tenco? Cosa sentì quella notte al punto che non ne avrebbe mai più parlato?            

   Il cadavere di Luigi Tenco

Di voci sulla possibile dinamica ce ne sono state tante negli anni, ma è proprio in virtù degli elementi di indagine che è possibile oggi dare una precisa sequenza ai fatti, nonostante il tempo intercorso. Di prove sul trasporto del corpo di Tenco da un punto esterno alla stanza purtroppo non ve ne sono. Si badi bene: non vuol dire che non sia accaduto, ma che nel 1967 non furono individuati, fotografati, posti agli atti elementi in grado di indicare una dinamica del genere. Tutti gli elementi li ritroviamo nella stanza di Tenco, compreso il sangue che si vede unicamente nelle fotografie scattate dalla polizia all’epoca. Al massimo, gli unici dubbi si riferiscono a non meglio precisate “scalfitture” al muro, sopra la porta d’ingresso della stanza e al particolare della porta trovata socchiusa.

Secondo lei qual è l’ipotesi quella più accreditata?

Sui motivi dell’omicidio ho effettuato una lunga indagine con il collega Nicola Guarneri. Siamo partiti da affermazioni che tra il 2008 e il 2010 hanno suscitato scalpore nell’ambito del caso Tenco, laddove un sedicente avvocato disse di essere venuto a conoscenza di importanti informazioni sulla vicenda. Secondo lui, Tenco sarebbe stato usato per l’invio di messaggi o soldi in Argentina approfittando dei permessi alla dogana di cui godevano all’epoca i cantanti. Cercammo di capire se fosse la verità e in realtà trovammo dei riscontri, ma non sufficienti ad accreditarla come la verità sulla sua morte.

Ben più fondati invece furono i dubbi sul mondo della discografia, dove tanti, troppi interessi, giravano e trovavano l’incarnazione in personaggi di dubbia moralità. Di sicuro c’è che Tenco avrebbe voluto fare una conferenza stampa il giorno dopo l’eliminazione della sua canzone dal Festival da Sanremo e che avrebbe voluto denunciare persone appartenenti proprio al mondo della discografia.    

 

Lei è stato presente durante la riesumazione del cadavere di Luigi Tenco?

Non ebbi la possibilità di essere presente nella sala il giorno in cui fu fatta l’autopsia, ma ho avuto l’occasione tempo dopo di visionare il video, la registrazione quindi, degli accertamenti svolti. Anche solo vedendo le operazioni in video e soprattutto il corpo di Tenco, l’emozione fu molta. Il corpo del cantautore era quel che tecnicamente si definisce “corificato”, ovvero in condizioni particolari di conservazione. Quasi intatto, come in attesa che qualcuno finalmente togliesse il velo per scoprire cosa fosse accaduto all’epoca. Grazie al suo stato di conservazione, alla Polizia Scientifica fu possibile espletare gli accertamenti ordinati nel dicembre 2005 dal Procuratore di Sanremo. Eppure, credo che quella fu un’occasione persa per dargli giustizia. Ancora una volta, come nel 1967, si notò una fretta non giustificata.

Il solo fatto che fu rinvenuto un foro d’uscita e che si accertò lo sparo avvenuto a brevissima distanza tra l’arma e la testa di Tenco, portò a considerare la sua morte come “un suicidio da manuale”. Non si attesero neanche i risultati della balistica sul bossolo, nemmeno l’esame del biglietto, né quello dei residui dello sparo. Nulla. In poche ore si aprì la bara, si comunicò all’Italia che si trattò di suicidio e si richiuse tutto. Quando poi nel 2009 io e il mio collega leggemmo la documentazione prodotta dalla Polizia Scientifica capimmo che la verità era un’altra e non era certo il suicidio.

Quello che ha visto sul corpo di Tenco è quello che poi riporta la Procura nei suoi atti?           

Dal punto di vista medico-legale gli elementi individuati in sede autoptica furono poi quelli riferiti e ritrovati nella documentazione depositata agli atti dell’inchiesta. Il punto di discordia, semmai, fu sull’interpretazione di quei dati e, in parte, anche sulla procedura per ciò che riguardò i residui dello sparo. Per quest’ultima operazione sarebbe stato opportuno repertare un numero maggiore di campioni, soprattutto sugli abiti – che erano ancora quelli di quando fu scoperto il cadavere – e in numero maggiore nei punti intorno alla regione dello sparo, compreso sulle mani del cantautore e sul fondo della cassa. L’interpretazione dei dati, invece, è ciò che ancora oggi fa discutere.

Innanzitutto, continuando a parlare dei residui dello sparo, sulla mano di Tenco non furono trovate le cosiddette “particelle trimetalliche” che permettono di dire che quella mano sparò. Una sola particella trimetallica, indicativa dell’avvenuto sparo a brevissima distanza tra l’arma e la testa, fu trovata al lato destro del volto di Tenco. Ma ciò non vuol dire nulla, se non che uno sparo fu esploso a brevissima distanza, appunto, al lato destro di Tenco. Eppure, tale elemento non venne considerato opportunamente, tanto che la Procura non dubitò del suicidio.

Ma ciò che fu più clamoroso riguardò l’analisi del bossolo che la Procura indicò essere il bossolo trovato nella stanza di Tenco insieme al corpo del cantautore. La polizia lo esaminò e dichiarò che il colpo mortale fu esploso dall’arma di Tenco. Quando io e il collega Nicola Guarneri consultammo uno dei massimi esperti di Balistica in Italia, dott. Martino Farneti, il suo responso fu inquietante: “L’arma di Tenco? – ci disse candidamente il dott. Farneti – Si vede benissimo che sul bossolo ci sono i segni di un’altra pistola, una Beretta 70”.

Per i meno addentrati al caso, Tenco deteneva regolarmente una Walther PPK-L, mentre i segni sul bossolo sono di una Beretta modello 70. Due armi diverse che lasciano segni diversi sul fondello del bossolo: la Walther lascia un piccolo semicerchio, la Beretta lascia un grosso triangolo. Non c’era nulla da interpretare o da opinare: una questione di geometria elementare. Per essere ancora più sicuri, nel 2010 eseguimmo a Padova degli esami balistici con tanto di microscopio e bossoli messi a confronto, ma il responso fu sempre lo stesso: l’arma di Tenco non sparò il colpo mortale la notte del 27 gennaio 1967. Un omicidio in piena regola.

Caso Tenco: una morte rimasta sospetta

Purtroppo, continua Pasquale Ragone, in questa vicenda pesa molto il fatto che la famiglia Tenco non si sia opposta all’archiviazione subito dopo gli esiti degli accertamenti. Nel 2014 tentai invece di far valere tutte le prove che contraddicevano il suicidio e chiesi alla Procura di Imperia – in quel momento competente sul caso – di eseguire di nuovo l’accertamento del bossolo repertato. Sarebbe bastato prendere quel pezzo di metallo, per altro ancora agli atti dell’inchiesta, porlo al microscopio comparatore e rendersi conto che effettivamente c’erano i segni di una Beretta 70 in calibro 7,65.

Sarebbe bastato così poco per giustificare l’apertura di un fascicolo contro ignoti, eppure si preferì archiviare, non andare oltre. Come dico sempre durante i miei interventi, il caso Tenco ha l’anomalia di essere ad oggi un suicidio senza prove, ma che al contrario è un omicidio con le prove. Nonostante i pareri delle procure, le indagini per quanto mi riguarda vanno avanti perché non è accettabile pensare di chiudere così un’inchiesta su un ragazzo di 28 anni, con elementi d’indagine che ancora chiedono giustizia.

Sospetti. Che rimangono tali. E una morte ancora tra luci e ombre.

Claudio Caruso

Segui DmU Magazine! Sulle nostre pagine social  Facebook, Instagram e Telegram.

Vuoi aiutarci a migliorare? Partecipa al nostro sondaggio!

Claudio Caruso

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *