Marrakech, una vacanza di sicurezza

Pubblicato da Ivana Figuccio il

Nei momenti disgraziati si pensa sempre a quando si è stati felici. Erano le due di notte, alle 4.30 mi sarei dovuta svegliare per andare al lavoro, 40 gradi senza aria condizionata e occhi spalancati e pronta a contare una per una tutte le pecore dell’Irlanda. Mi pare di avere descritto bene un momento disgraziato. Ora, qual è un ricordo felice che si è fatto spazio tra un ovino e l’altro? La mia vacanza a Marrakech. Bella, da fare paura.

Non starò a dire che posto pazzesco sia questo e che ci tornerei domani per mangiare tajine e briouats. Non ve lo dico perché, come anche qui, nessuna travel egensi mi ha pagato per sponsorizzare le mie avventure, ma resto a disposizione per eventuali partnership.

Nel frattempo però vi dico com’è andata la vacanza.

Arrivata in aeroporto mi accorgo subito che il novembre marocchino è diverso, è tipo luglio in Sicilia ma senza vento. Vorrei che tra i 78 tour operator all’uscita dell’aeroporto ci fosse anche il mio, invece non vedo il mio nome su nessuno dei 78 cartelli davanti a me. Ma dopo una mezz’ora la questione si risolve: mi trova lui e lo seguo fino al van. E qui inizia il film nella mia mente. Il titolo è “Io vi troverò” o, il più internazionale, “Taken”. Non so se lo abbiate mai visto, ma dire che il protagonista è Liam Neeson potrebbe rendere l’idea del livello di ansia e di angoscia entrambe premiate come “attrici non protagoniste” in questo e nei due sequel. Da guardare, sgranocchiando Tavor. Ma intanto sinossi veloce e incompleta: Los Angeles, la figlia di Liam parte con un’amica, destinazione Europa. Arrivate in aeroporto a Parigi vengono adescate da un tipo che fa parte di un’organizzazione malavitosa. Da qui in poi incubo, alle ragazze succede di tutto. Ma – fortunelle loro – Liam è un ex agente Cia e blablabla, esperto di arti marziali e uso di armi e strumenti di ogni sorta, troverebbe pure le chiavi di casa mia nella mia borsa a primo colpo. Insomma lui al telefono pronuncia questa promessa memorabile ai criminali per esortarli a rilasciare la sua figliola: “Ma se non lo farete, io vi cercherò. Vi troverò. E vi ucciderò”. E così è.

Marrakech. Salgo sul van e mi ricordo che mio padre forse sa rispondere alle videochiamate ma di sicuro non sa farle. Quanto alle armi, usa alla perfezione la smerigliatrice angolare ma forse inutile allo scopo della mia salvezza. Comunque certe cose succedono solo nei film, e infatti giungo al Riyad sana e salva. E mi rilasso e mi godo il the alla menta più buono di sempre e la pace di questo posto immerso nella Medina.

Marrakech era nella mia lista delle mete sognate. E la realtà è all’altezza del sogno. Un mondo di colori, di odori buoni e pure cattivi, di sapori che non si possono scordare, ti restano lì, da qualche parte nel palato ridendo del collutorio.

E poi c’è il deserto. E lo so che ‘sta roba è da turista un po’ plebeo, ma io l’experience sul cammello me la sono fatta. Sono volgarotta? E allora aggiungo che ho anche cenato in tenda coi berberi, sotto le stelle e al buio pesto e infatti due-tre volte mi sono infilata la forchetta nel naso.

Esperienza pazzesca, situazione instagrammabile al 150%, ma ci sono io lì e devo scegliere: fare due stories o rompermi l’osso del collo cadendo dal quadrupede gobbo? Eppure la signora francese davanti a me non ha smesso un attimo: selfie, video, stories, cortometraggi e tutto con la mano ferma di un cardiochirurgo. L’invidia, mon Dieu!! Che poi nella categoria “Expectation Vs Reality” rientra anche l’abbigliamento da deserto. Mi hanno dato caftano e tagelmust del mio colore preferito: mille sfumature e gradazioni di blu. Mi immagino un incanto, il colore del vestito e la luce del deserto esalteranno gli occhi e farò foto da paura. Sì, è esattamente paura quella che ho provato quando mi sono rivista nello scatto. Ero un sacco, accecata dal sole e facevo sfigurare il cammello.

Comunque dopo cena si va via. Ci riporta a Marrakech Omar. Un giovane uomo senza denti, diventato papà per la seconda volta il giorno prima. In macchina, durante il viaggio, racconta a me e agli altri tre, tra cui la tipa francese sopracitata, di questa nascita, del suo lavoro, di dove e come vive. Non ha denti ma il ragazzo parla tipo cinque lingue, invece io mastico alla grande. La bella atmosfera si interrompe a un posto di blocco. Nel mezzo del nulla, nell’oscurità, ci fermano. Lui scende, noi quattro in macchina. Così per quasi un’ora. Qualcosa non va certamente. Dov’è Liam Neeson quando serve?! Finalmente Omar torna, bisogna pagare. La francese seduta nel posto davanti cerca di saperne di più agevolata dalla lingua e alla fine ci spiega: la multa è perché due passeggeri dietro non hanno messo la cintura di sicurezza. E dietro sprovvisti di cintura solo io e un mio connazionale. La sanzione, ça va sans dire, tocca pagarla a noi. E’ stata un’oretta bella frizzante quella.

Tornata a Milano ho passato la prima settimana a mettere la cintura sempre, anche in macchina quando era posteggiata in garage.

 Ah Liam, IO TI TROVERÒ e niente, ti dirò che sei un grande attore.  


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