Freaks Out: la mia è una generazione di mostri

Freaks Out: la mia è una generazione di mostri

Sabato sera sono tornato al cinema. Mancavo da due anni: precisamente dalla follia di Quentin Tarantino, dalla malinconia di Leonardo Di Caprio e dai piedi nudi di Margot Robbie. Ma questa è un’altra storia… Quella che voglio raccontarvi oggi, invece, riguarda il fenomeno cinematografico del momento: “Freaks Out”, l’atteso ritorno sul grande schermo del regista Gabriele Mainetti dopo il successo di “Lo chiamavano Jeeg Robot”.

Tranquilli: quella che state per leggere non è una recensione. Non credo di aver conoscenze e capacità per raccontare un film. Sicuramente, in sala, preferisco lasciarmi andare alle emozioni piuttosto che concentrarmi su luci, inquadrature e battute. Quella è un’attività che lascio ai critici, insieme al loro lato giudicante e al poco gusto nel vestire. Ma non divaghiamo…

Cominciamo da una breve sinossi priva di spoiler: Italia, 1943. In una Roma assediata dai nazisti ormai al culmine della loro follia, resiste la poesia del circo “Mezza Piotta” gestito dall’ebreo Israel e sorretto dalle esibizioni di quattro “mostri”: Matilde la ragazza elettrica, Fulvio l’uomo lupo, Mario il nano calamita e Cencio il ragazzo degli insetti. La fame e la povertà la fanno da padroni, specie dopo gli ultimi bombardamenti, così i cinque decidono di lasciare l’Italia per provare la fortuna negli Stati Uniti. Il loro piano di fuga, però, viene travolto dalla furia schizoide di Franz, pianista tedesco e direttore artistico del Zirkus Berlin che, strafatto di etere, vede un futuro nefasto e vuole armare un esercito di freaks per vincere la guerra.

Se vi state domando se valga la pena impiegare due ore del proprio weekend tra green pass, mascherine e sedute distanziate, la risposta non può essere che una: “sì”. Andate a vedere “Freaks Out”. Ora, subito! Soprattutto consigliatelo a tutte le persone alle quali volete bene.

Perché quello di Mainetti non è solo un film in cui regia, recitazione e fotografia sono in gara per ridefinire il concetto stesso di eccellenza. Ma anche una perfetta rappresentazione di quello che siamo diventati. Della forma che ha preso la mia generazione. Quella degli anni ’80 e ’90 cresciuta tra cartoni animati e merendine e che ora vive ai margini.

Vi ho osservati durante la proiezione, sapete? Mi sono guardato intorno tutto il tempo, nella speranza di incrociare lo sguardo di qualcuno che, come me, avesse l’impressione di aver stracciato il velo della finzione per arrivare dritto al cuore del problema.

Freaks Out ci ha emozionato fino alle lacrime perché racconta la nostra Storia. I mostri siamo noi. Siamo noi Matilde, Fulvio, Mario e Cencio. Siamo noi gli esseri speciali, quelli che possono cambiare le sorti del mondo ma che nessuno capisce, quelli che si nascondono, quelli derisi e additati. Sfruttati per i nostri superpoteri e frustrati da paghe misere senza nemmeno una pacca di consolazione.

Siamo noi quelli senza guida, quelli che vorrebbero scappare all’estero ma non hanno i soldi per farlo. Il coraggio sì, quello non è mai mancato: il punto esatto in cui ci distinguiamo dalle generazioni precedenti, dai nostri genitori, che ci hanno ripudiato per affidarci ad amici e conoscenti capaci di capirci molto più del sangue del nostro sangue.

La famiglia è quella che ti scegli.

La mia è una generazione di freaks: intelligentissimi, preparatissimi, stra-empatici, sempre pronti a tendere la mano agli altri, a dividere con chi è difficoltà il poco a disposizione. Più umani di chi paga un biglietto per ridere delle loro “mostruosità”, prima di tornare a casa. Alla superficialità delle proprie esistenze, fatte di tormentoni, balletti da sfoggiare su un Social a piacere, per alimentare un sistema che, vorticando su se stesso, ci ha definitivamente sbattuto fuori senza possibilità di reintegro. La meraviglia della forza centrifuga.

Sereni: Freaks Out finisce bene. E la cosa fa ancora più rabbia. Perché il lieto fine, per quelli come noi, non esiste.

Forse è per questo che fatichiamo a crescere, vivendo i nostri weekend da quarantenni come se avessimo due decadi in meno: tra ammiccamenti a ragazzine più giovani e gli sballi degli adolescenti. Prima di svegliarsi la domenica mattina con la presenza dell’hangover in più posti del nostro corpo di quanti ne conosciamo. Contando le ore che ci separano dal lunedì. Quando ricomincerà il nostro inferno. Che a differenza delle guerre, anche le più sanguinose, non ha data di scadenza.

Un ergastolo di vita.

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Gabriele Ziantoni

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