La torre di Babele

La torre di Babele

Non vi fermate

dovete costruire la vostra torre

La Torre di Babele

sempre più grande

sempre più alta e bella

…siete o non siete i padroni della terra?

Parto da “La versione di Fiorella” perché è lì che scopro qualcosa di cui non mi ero reso conto. Edoardo Bennato ha rimasterizzato la Torre di Babele in vinile. E al programma sulla Rai della Mannoia si presenta proprio con il brano che dà il titolo all’album. Una ballata rock delle sue, con un testo che parola dopo parola (a parte che mi riscopro a cantarlo a memoria alzandomi dalla sedia e battendo il piede in un ritmo che pian pian si fa sfrenato) mi attraversa e mi porta a contare il tempo.

Sì perché… tutto quello che Bennato canta, in quella canzone, sembra scritto questa mattina (anche quella in cui, bontà vostra, mi leggerete). E non nel… nel… Possibile che avevo 11 anni? La domanda richiede un tuffo nella rete per trovare certezze. Eccola, inequivocabile, la data di uscita: 1976. Eh sì, avevo 11 anni. Ma più della mia vita – che ho sempre pensato interessasse poco ai lettori – conta e fa effetto una riflessione conseguente: erano 45 anni fa. Ed era un altro mondo, a parte la guerra, che ahinoi c’è sempre stata.

Bene, ma il mondo che Bennato racconta è esattamente quello che stiamo vivendo. Vogliamo dirci che non ci siamo evoluti? Nemmeno involuti? No, la risposta è: Impossibile. Credo che quelle canzonette, quegli album che prendevano i titoli alla favole, favole e canzonette proprio non fossero. Ma

Abbiamo forse sbagliato a voler credere che fossero canzonette, una ispirazione satirica che sembrava spingersi anche oltre la realtà oggettiva, per rendere caricatura il presente e il futuro. Eppure alla Torre di Babele siamo arrivati, attualizzandola, dentro il tempo urlato che viviamo.

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La torre di Babele

Crediate o no, la storia della Torre di Babele è scritta nella Genesi.

Secondo il racconto biblico gli uomini parlavano tutti la stessa lingua, ma ambivano al cielo per non disperdersi su tutta la terra come Dio aveva comandato. Quel Dio che, non volendo assecondare questo progetto, creò scompiglio nelle genti e fece in modo che tutti iniziassero a parlare lingue diverse senza più comprendersi: balal, che ispira il nome di Babele, in ebraico vuol dire proprio “confondersi”.

Bene, oggi la confusione è tutta dentro un modo di comunicare che ha sostituito all’ascolto, la prevaricazione verbale: una guerra più raffinata, che non fa morti da seppellire, ma non ti fa vedere chi “muore” dentro. E forse basta a certe coscienze che coscienze non sono.

Fateci caso: uno parla, il tempo che scorre sembra troppo già dopo pochi secondi – perché i tweet ci hanno fatto credere che si possa – anzi si debba essere brevi. E ad un certo momento – un momento che arriva immanente, impaziente – partono in ordine rigorosamente cronologico la mimica che dissente con espressioni eloquenti mentre l’altro esprime il suo concetto (questa è l’ultima novità: occhi sgranati, bocche storte, fino alla mani sul mondo incredule da “ma-come-si-fa-non-a-dire-ma-a-pensare-una-simile-follia”), la sovrapposizione e – ultimo senza che ci voglia troppo perché arrivi – l’insulto: meglio se urlato.

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Una Babele che Bennato aveva letto 45 anni fa.

Una guerra prima della prima guerra vera: la rifinitura, il riscaldamento. L’incomunicabilità che nei nostri figli adolescenti è stata introiettata in silenzio per diventare feste di compleanno con uso singolo del cellulare in cui specchiarsi, incuriosirsi, ridere a crepapelle, per poi guardarsi come dire “ah c’eri anche tu” e salutare l’amico o l’amica di turno in attesa della prossima festa. Per continuare a fare a casa quello che stavano facendo alla festa dove molto probabilmente tu sei dovuto andare a portarli e a riprenderli.

Prova a dire, prova. «Ma non parlate mai tra di voi?». La risposta, se c’è è: «Papà, ma che stai a diiiiiiiiiiiiiii’».

Torniamo alla Torre, la nostra rincorsa verso un ordine precostituito che si alimenta di disordine. Una Torre alta, bella, con un grande obiettivo davanti, una certezza che Bennato trasforma in domanda retorica reiterata, per depotenziarla strofa dopo strofa: “siete o non siete i padroni della terra?”. 
«Strappate tutti i segreti alla natura e non ci sarà più niente che vi farà paura e sarete voi a far girare la terra con un filo, come una trottola dall’alto di una stella». «E quella stella sarà il quartiere generale per conquistare quello che c’è ancora da conquistare e da quella stella per tutto l’universo l’uomo si spazia per superare se stesso».


Ma non vi disarma quest’altro spaccato di attualità che richiama all’emergenza climatica, ai grandi temi connessi alla natura, alla ribellione che la Terra manifesta attraverso l’elettricità atmosferica? Questo senso di potenza che ci fa pensare di poter strappare alla natura tutti i segreti illudendosi di piegarla? Mentre i dibattiti impazzano, di ogni tipo, le voci si accavallano perché la zuffa verbale è catartica, c’è un istinto violento ancestrale che appartiene all’individuo e che l’insulto strillato delle parole sublima in qualcosa che ci fa sentire dentro un agone pseudoculturale e non un ring. E da quell’agone il delirio ancora più tragico porta a credere che la Terra possano farla girare pochi eletti, quasi avessero in mano il filo di una trottola da gestire a proprio piacimento dall’alto di una stella (“seconda stella destra quello è il cammino”.… no, stavo cambiando canzone).

L’armonica di Bennato entra nel pezzo, lo ritma, quasi schiaffeggia gli illusi, diventa quelle urla della Torre di Babele che si armonizzano in musica, ma restano caos nauseabondo nella vita. Quell’armonica non è il kazoo, altro strumento feticcio inseparabile del cantautore napoletano: perché il kazoo gracchia come in un eterno gioco, l’armonica, vuole avvisare, attirare l’attenzione verso il rischio che quel progetto degli uomini possa contenere. Sentitela, è davvero un grido, tante grida di lingue diverse insieme e il rischio di non poterle armonizzare più.

«Non vi fermate dovete costruire la vostra torre la torre di Babele costi quel che costi anche guerra dopo guerra siete o non siete i padroni della Terra?»

Il rischio, quel rischio, è la guerra, il prezzo da pagare “costi quel che costi”. E la terza guerra del mondo non si può combattere con le armi, perché basterebbe un “clic” per spegnere la luce: a tutti, per sempre. Si combatte in modo drammaticamente più sottile, provando a far sì che la Babele dei social entri nelle dinamiche dell’uomo di ogni giorno. Già perché prima che si arrivi alla Guerra delle Guerre, ci sono le piccole guerre quotidiane.

Sono molto concentrato sui social e su come il loro uso – ricchezza innovativa affascinante quando li scoprimmo – conteneva in realtà un grande rischio, materializzatosi lentamente. La scomparsa del grigio, del terreno del confronto e del dialogo, a favore del bianco e del nero. Con la netta sensazione a vincere tra i due colori/opinioni sia sempre chi urla di più, chi insulta di più, chi odia di più. Che le competenze vengano azzerate dalla possibilità di parlare tutti di tutto e che siano i numeri, i like, a detonare chi ha ragione.

Ecco, è qui che serve ricreare l’equilibrio e rimettere al centro l’individuo. Eccola, forse, la Guerra delle Guerre. Ci si sbrana senza capirsi, convinti che ad illuminarci sia un fine nobile. O forse solo utile. Ma come ci sbraniamo noi… nessun altro essere vivente sa farlo meglio.

“L’UOMO E’ SUPERIORE A OGNI ALTRO ANIMALE” 

«Non vi fermate dovete costruire la vostra torre la torre di Babele si deve fare e serve a dimostrare che l’uomo è superiore ad ogni altro animale!….»


La Torre di Babele, il disco di Bennato, ha una copertina che nasce da un disegno meticolosissimo dello stesso cantautore, architetto peraltro.

In cima alla Torre c’è un’astronave. E quell’astronave nacque da un consiglio della mamma di Bennato, che lui stesso ha raccontato: «Deve esserci una speranza, Edoardo».

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La torre di Babele

Quella astronave avrebbe dovuto portare l’uomo a ritrovarsi altrove, in un nuovo mondo, del confronto, dell’amore, della passione, del dolore, dei piaceri, dei baci e degli abbracci. In modo sano, vero.

Riflettere sul fatto che Bennato avesse visto tutto questo 45 anni fa, mi ha fatto pensare che se oltre a cantarlo a squarciagola lo avessimo percepito davvero, quel messaggio, forse avremmo già costruito quella astronave. Per i nostri figli, per chi verrà. Spero proprio che si materializzi dalla copertina. E carichi il mondo verso una realtà nuova.


P.S. Ci sono due cose di cui non sono affatto convinto. Ma siamo davvero i padroni della terra? E l’uomo è davvero superiore a ogni altro animale? Come cantava (altrove) Bennato… “Abbi dubbi”!

di Stanko

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