Relax, Calcutta continua a raccontare la realtà

Relax, Calcutta continua a raccontare la realtà

Prima della “svastica in centro a Bologna”, prima del “tanto mi mancheresti lo stesso, cosa mi manchi a fare?” e molto, molto prima della “tachipirina cinquecento che se ne prendi due diventa mille”, fu un altro verso che mi costrinse a concentrare la mia attenzione sul lavoro di un artista emergente e dal nome esotico: Calcutta.

Io non voglio andare in giro, da solo, è la notte di Natale anche per me.

Il brano, sconosciuto ai più, e per quanto ne so ancora adesso eseguito solo live, si intitola Nataliose appartiene a un Calcutta che a oggi non esiste più. Particolare che, a pensarci bene, non deve rappresentare per forza un male, anzi. Lo ascoltai in un pub di San Lorenzo, scovandolo in una playlist di youtube, scelta da qualcuno che evidentemente aveva gusto. Ricordo che era inverno, che faceva freddo e che proprio non mi andava di condividere il tavolo con delle persone che avrei dovuto conoscere e che, invece, come per effetto di una forza centripeta, continuavano a termini ai margini della conversazione e quindi del gruppo. Vivevo nella realtà quello che Calcutta avrebbe cantato nel pezzo di apertura del suo primo album.

E quante volte ho pensato che alla fine il sorriso è una paresi se vedi bene. Mi annoiavo alla feste, mi annoiavo alla cene…

Mainstream: il primo album di Calcutta

Nonostante la folgorazione iniziale che nella mia testa aveva avuto il potere di mutare l’intero locale, come spesso mi è accaduto nella vita soprattutto con persone poi rivelatesi fondamentali per la mia esistenza, mi dimenticai di Edoardo per diverso tempo. Per poi ritrovarlo, quasi per caso, nella bacheca facebook di una mia cara amica. La traccia apparteneva a Mainstream: lavoro, poi, diventato iconico nella scena indie romana e soprattutto italiana.

La cosa che mi rese subito un tossico della poetica di Calcutta, era una capacità quasi innata di raccontare la sua e quindi la mia generazione, come nessuno aveva fatto in passato e come sicuramente nessun altro riuscirà in futuro. Non esistono Ultimo, Pinguini Tattici, Tommaso Paradiso che pure apprezzo. Edoardo è un’altra roba. Edoardo cantava la solitudine. La mia e quella di molti miei coetanei dei quali riconoscevo le espressioni girovagando per i quartieri universitari, frequentandone feste e donne, pur non avendone l’età. Camuffando i miei 30 e rotti anni, con l’aria scanzonata e maledetta di chi nella vita avrebbe voluto fare l’artista e che invece si trova costretto a inseguire stipendi e contratti a tempo indeterminato, rifugiandosi tra i ventenni in maniera ridicola come un cosplay.

L’esplosione di Mainstream fu così potente, da mandare in pezzi l’intera discografia italiana. Frammentata di colpo in tanti piccoli pezzi che, come il cantautore di Latina, volevano parlare del presente attraverso un linguaggio diverso. Lontano anni luce dalle logiche delle major alle quali, poi, tutti, tranne proprio Calcutta, si sono venduti. Chi prima e chi dopo.

Furono anni splendidi, in cui ogni giorno scoppiava una mina, in cui ogni notte c’era un concerto da andare ad ascoltare senza la possibilità di rimanere delusi. I tempi di Coez, Motta, Thegiornalisti, Canova, Galeffi, Gazzelle, Carl Brave e Franco 126 (ancora rigorosamente insieme), Frah Quintale. La città di Roma ribolliva e le serate pullulavano di gente interessantissima da frequentare. Non si conosceva stanchezza e si passava da un evento all’altro, da un cocktail all’altro, gridando che prima o poi ci passerà o che è un mondo fatto per due.

D’improvviso, come tutto era cominciato, tutto finì. Complice quel mostro alienante del Covid o l’avvicinarsi dei nostri quarant’anni, quella luce che si era accesa sull’arte della nostra città, si spense di colpo. Lasciandoci al buio e soli così come ci aveva trovati. I più fortunati (come me) abbracciati alla Persona con la quale avevano condiviso proprio quei momenti. Gli altri (i più) costretti a ricostruirsi in altre vite o altre città.

Non lo so perché ma questa repentino srotolarsi del buio mi sento di farlo risalire al 2018: anno del secondo album di Calcutta (Evergreen) e dei suoi ultimi concerti live. Ai quali ho partecipato così come si prende parte ai riti religiosi, da Latina a Rock in Roma.

Relax: cinque anni dopo, riecco Calcutta

Immaginate con quanta ansia ho deciso di ascoltare Relax: la terza fatica musicale di Edoardo. Come un giocatore di poker che spizza le carte appena pescate, ho avvicinato ogni traccia del disco con la giusta attesa. Ritrovandomi in un freddo sabato autunnale, molto simile alla serata di Natalios, a condividerlo in macchina con mia figlia Giulia, età dieci mesi. Aspettavo la mamma, mia complice in tantissimi di quegli eventi che vi ho raccontato, e mi sono ritrovato a sorridere: se cinque anni prima qualcuno mi avesse rivelato che il successivo album di Calcutta lo avrei ascoltato con la mia primogenita, finalmente sereno, lo avrei preso in giro per ore. E poi avrei ordinato un altro cockatil.

Ecco, perché ho amato Relax fin dalla prima nota. Calcutta, di nuovo, ci racconta la realtà, senza negarci nulla. Non si è incastrato nel suo momento d’oro, scegliendo l’oblio all’accettazione del tempo che passa, vedi Niccolò Contessa e il suo progetto I Cani. Né ha deciso di vendersi totalmente al mercato come, invece, ha fatto Tommaso Paradiso. Edoardo è sempre lì a dirci che non gli era mai capitato di finire a letto con una di destra o che ha messo le scarpe nuove per i giorni di fango. Su una cosa, però, mi sento di contraddirlo. Nel pezzo Tutti, Calcutta ci racconta di come, pur avendo i piedi nel mare (metafora del successo), tutti sembriamo falliti. Edoardo non lo sembriamo: lo siamo davvero. Però quanto ci siamo divertiti in quegli anni?

Gabriele Ziantoni  #DisperatamenteMalinconico

SEGUI DISTANTI MA UNITE!

Sulle nostre pagine social  FacebookTwitterInstagram e Telegram.

Gabriele Ziantoni

Giornalista per hobby, polemico per professione, speaker per necessità. Gabriele Ziantoni nasce a Marino, un piccolo paese in provincia di Roma, il 12 dicembre 1983. Solitario, testardo e vagamente intollerante, vive con una penna in mano e un foglio bianco davanti agli occhi fin da quando ne ha memoria. Dopo varie esperienze nel campo del giornalismo, soprattutto sportivo, dal 2011 affronta in maniera ondivaga il rapporto con il suo secondo amore dopo la scrittura: quello con la radio. Direttore Artistico di New Sound Level 90 FM, ha all’attivo tre libri: “Un secondo dopo l’altro” (L’Erudita, 2017), “Nonostante tutto” (L’Erudita, 2019) e “Rudi Voller. Il Tedesco Volante” (Perrone, 2020).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *