Verrà l’alba, starai bene: come smettere di scappare e iniziare a vivere
L’alba è un momento fragile e allo stesso tempo potente, in cui la notte non è ancora svanita del tutto e la luce non ha ancora vinto. È quell’istante in cui il buio e la speranza convivono. Ed è proprio in quella sensazione di sospensione che si muove il nuovo romanzo di Gianluca Gotto: nelle zone grigie dell’animo umano, là dove non ci sono certezze ma possibilità.
Verrà l’alba, starai bene non è solo una promessa, né una semplice consolazione: è un atto di fiducia.
Fuggire, cadere, rinascere
Ci sono dolori che non si riescono a lasciare alle spalle. Puoi macinare chilometri, cambiare città, reinventarti ogni volta in un altrove che promette leggerezza, ma alla fine li ritrovi sempre lì, stipati nel tuo zaino di emozioni con cui affronti quest’avventura chiamata vita.
Per molto tempo, mi racconta Gianluca, come la protagonista del mio libro, ho fatto del viaggio e delle esperienze all’estero un modo per scappare dalle ferite del passato. Ho poi scoperto che certi dolori non se ne vanno, puoi correre quanto vuoi ma sono come uno zaino dell’anima.
E allora eccolo l’identikit della protagonista del suo nuovo romanzo.
Veronica, trentenne di successo, vive a Melbourne, dove si è trasferita dall’Italia, suo Paese d’origine. Una workaholic impeccabile. É brillante, efficiente, invincibile agli occhi degli altri, ma dentro cova un vuoto profondo. E così il lavoro senza sosta, il controllo maniacale, l’allenamento frenetico, il corpo scolpito diventano mese dopo mese strumenti di fuga più che mezzi di affermazione.
Per tratteggiare il suo personaggio, mi spiega l’autore, mi sono rivolto con attenzione alle persone che ho intorno, vicine e lontane, come faccio sempre. Sono una persona che ama osservare e ascoltare. Oggi sono tante, tantissime, le donne che si rivedono in questo suo modo silenziosamente autodistruttivo di stare al mondo. L’aspetto che forse si nota meno, ma che io reputo molto importante nel suo personaggio, è il suo tentativo disperato di mostrarsi vincenti ma senza sforzo. É una cosa molto comune, che contribuisce all’ossessione del perfezionismo.
Come osserva Gotto stesso forse Veronica è un pò estrema, ma la sua condotta appartiene a un’intera generazione succube del raggiungimento del risultato ad ogni costo, dell’immagine di una vita perfetta, patinata, che altro non è che uno specchio distorto della realtà.
L’autore ci accompagna dentro la mente di una donna in frantumi, raccontando con lucidità e delicatezza cosa significa convivere con un dolore profondo, con traumi non risolti, con una rabbia che brucia sotto pelle.
Il punto di vista offerto da Verrà l’alba, starai bene, è quello femminile. Un nuovo sguardo sulle cose, sul mondo, sulle relazioni. L’autore lo usa per raccontare dinamiche universali ma viste con occhi nuovi.
Una scelta voluta, dopo tre romanzi con protagonisti maschili, e determinata da tanti fattori tra cui la volontà di cambiare un pò. Un altro motivo è che volevo parlare di stress e farlo dal punto di vista maschile è qualcosa di già sentito, visto e letto.
Lo stress professionale e personale, che in un uomo spesso viene descritto come “burnout” o “esaurimento”, nel romanzo assume sfumature tipiche delle aspettative sull’universo femminile: successo “senza sforzo”, cura di sé obbligata, competizione silenziosa con modelli estetici e social. Chiunque , uomo o donna, può rispecchiarsi in Veronica, ma è la sua femminilità a rendere evidenti certe contraddizioni della contemporaneità.
Nell’immaginario collettivo, il viaggiatore-narratore è quasi sempre maschile, libero, in fuga verso l’avventura. Dare le redini di questo “percorso” fisico ed emotivo a Veronica rovescia il paradigma: non più il “maschio che scappa per trovarsi”, ma “la donna che viaggia per sfuggire a ferite invisibili”.
Dentro il labirinto delle relazioni tossiche
Tra i temi più potenti del romanzo c’è quello delle relazioni tossiche. Quella tra Veronica e Jackson, nello specifico, è raccontata senza filtri, senza inutile retorica, per mostrare quanto questo tipo di rapporti possano insinuarsi nella vita di chi cerca conferme e accettazione.
Veronica, con la sua apparente invincibilità, finisce attratta da un rapporto che la prosciuga anziché nutrirla. È qui che il romanzo di Gotto scava più a fondo: non basta scappare dai luoghi, bisogna riconoscere i modelli affettivi che ci tengono intrappolati.
Un passaggio che diventa una lente per il lettore: quante volte si confonde l’amore con l’abitudine, la dedizione con il sacrificio, la passione con il possesso? Lungi dal proporre slogan salvifici, l’autore ci restituisce uno specchio doloroso e onesto, suggerendo che la vera rinascita passa anche dal coraggio di interrompere questi circuiti, di ridefinire il proprio valore, di ricostruire confini.
Jackson, in fondo, non è altro che il simbolo di una generazione di uomini e donne che confonde l’intensità con il controllo, la passione con l’ossessione, l’amore con la dipendenza emotiva.
Si trovano molti Jackson sui social network e spesso mi sono chiesto quanti danni possa creare quando entrano in una relazione proiettando sull’altra persona le proprie ossessioni.
Ayurveda: la scienza della vita
È solo quando un evento inaspettato rompe l’equilibrio precario che si è costruita, che Veronica si decide a partire per un viaggio che la porterà fino in Sri Lanka. L’ennesima fuga da se stessa. Qui però incontrerà Camilla, vent’anni, orfana di genitori morti nello tsunami, una giovane donna spezzata come lei. Due generazioni diverse, unite da un dolore invisibile. L’incontro con l’ayurveda, la medicina tradizionale indiana, segna una svolta nel percorso di Veronica. Un cammino difficile ma necessario, per tornare finalmente a respirare, perdonare e ritrovarsi. In un mondo che chiede di performare sempre e di guarire in fretta, l’ayurveda diventa il simbolo di un contro-ritmo: il tempo del corpo, dell’ascolto e dell’equilibrio interiore.
Gotto lo descrive come “scienza della vita” e lo usa nel romanzo per suggerire una via alternativa al lettore: non più fuggire “da se stessi”, piuttosto “tornare a se stessi”, rispettare i propri cicli, integrare mente e corpo in un’unica visione. Un invito a spostarsi dall’esterno all’interno.
Se la prima parte del romanzo è una vera e propria immersione nella psiche di Veronica, Verrà l’alba, starai bene cambia tono e ritmo in questa seconda parte della narrazione, più spirituale e contemplativa.
Un’alba possibile
Il finale chiude il cerchio: Veronica affronta i traumi del passato, li attraversa e trova un modo per accettare quei demoni che l’hanno perseguita fin dall’altra parte del mondo. Dopo anni di fuga decide di fermarsi e chiedere aiuto. È un gesto che sovverte lo stereotipo del “farcela da soli” e che restituisce dignità al percorso psicologico. Perché il dolore non si vince con la sola forza di volontà, ma con la consapevolezza e l’accompagnamento.
La terapia diventa così un luogo protetto, uno spazio in cui guardare in faccia le ferite senza maschere. In un tempo in cui tutto spinge all’autosufficienza e al self-help, Gotto normalizza l’idea che farsi aiutare è un atto di maturità, non di debolezza.
Veronica torna in Australia, dove ha scelto di continuare a vivere, ed è lì che sceglie di intraprendere un percorso psicologico. Questa figura del terapista è nuova nei miei scritti, mi spiega Gianluca, ma ci tenevo a introdurla perché credo che da certi malesseri non si possa uscire da soli. E se non si ha la fortuna di avere persone sagge intorno, bisogna rivolgersi a un professionista. Questa scelta non esclude quella più spirituale, anzi: una persona intelligente sa che la rinascita passa da tanti sentieri, anche molto distanti tra di loro.
Un passaggio che porge al lettore un invito silenzioso: quando la notte sembra infinita, quando il dolore e la paura ti tolgono il sonno e il respiro, quando le relazioni feriscono invece di guarire, quando il perfezionismo si trasforma in prigione, rivolgersi a un professionista può essere il primo passo verso un’alba possibile. L’aiuto psicologico non sostituisce la dimensione spirituale o quella affettiva, ma le integra, diventando uno dei sentieri concreti per la rinascita.
Veronica non è un caso isolato, rappresenta chi, dietro il sorriso, combatte contro ferite invisibili.

Verrà l’alba, starai bene non offre risposte patinate o vie rapide. Racconta che la rinascita è un lento lavoro interiore, fatto di riconoscimenti, fallimenti, incontri inattesi e piccole sospensioni. Il vero coraggio non è resistere a ogni costo, ma fermarsi, chiedere aiuto, ascoltare ciò che si rompe per ricominciare.
E alla fine tutto è più chiaro: il titolo del romanzo risuona sì come una promessa. Non di felicità totale, ma di luce, passo dopo passo. Nell’alba ritrovata, Veronica non si riconosce più solo come sopravvissuta, ma come testimone della propria capacità di ricominciare. Richiamando tutti noi a fare altrettanto.
”Pian piano le cose miglioreranno. A un certo punto vedrai una flebile luce. Ritroverai fiducia e leggerezza. Finché, un giorno, questa lunga notte dell’anima l’avrai attraversata tutta. Verrà l’alba. E starai bene.”
Gianluca gotto
