Chi é il vero mostro nella fiaba di Cappuccetto rosso?

Chi é il vero mostro nella fiaba di Cappuccetto rosso?

Una bambina sta attraversando il bosco, da sola. Tra il verde della vegetazione e i mille colori dei fiori, spicca la sua mantellina rossa, un dono che esibisce con orgoglio. Il bosco però – le fiabe lo insegnano – è pieno di pericoli e quel suo indumento, dalla tinta così sgargiante, la rende subito visibile e una facile preda di attenzioni pericolose. Ma visibile a chi? E, soprattutto, perché questa visibilità la può mettere in pericolo?

Una fiaba stratificata

La fiaba di Cappuccetto Rosso è una delle più raccontate della tradizione occidentale e le sue innumerevoli rielaborazioni ne hanno fatto un archetipo riconoscibile ben oltre l’infanzia. Ma che cosa ha contribuito alla sua diffusione? Sicuramente si tratta di una storia “stratificata”: sotto la superficie della trama che tutti conosciamo – bambina, lupo, nonna, bosco – si nasconde una delle narrazioni dalla carica simbolica più potente e pervasiva della nostra cultura popolare. Non a caso, è stata oggetto di innumerevoli riletture, dalla narratologia alla psicoanalisi, dall’antropologia agli studi di genere.

Rosso: tra soglia e colpa

I significati simbolici attribuiti alla fiaba nel corso del tempo sono molteplici e spesso rivelatori. Molti si concentrano proprio sul rosso della mantella: un colore che, nelle fiabe, non è quasi mai neutro, ma segna un cambiamento, un passaggio, qualcosa che cattura l’attenzione e a volte trasmette inquietudine.

C’è chi vi ha letto il menarca e il passaggio dall’infanzia all’età adulta (Bruno Bettelheim), chi un rito di iniziazione riuscito o fallito (Vladimir Propp, Clarissa Pinkola Estés), chi un monito moraleggiante – anche in chiave religiosa – sul controllo del comportamento femminile e la punizione della disobbedienza.

Eppure, quasi tutte queste interpretazioni condividono un elemento comune e problematico: trovano un modo, più o meno esplicito, per rendere la bambina almeno parzialmente responsabile di ciò che le accade. È stata la critica femminista a evidenziare questa logica pervasiva, smascherando i meccanismi di colpevolizzazione del corpo femminile, victim-blaming e repressione dell’istintualità che attraversano la fiaba e le sue letture.

La vera mostruosità: uscire dal sentiero

La fiaba di Cappuccetto Rosso sembra offrirci il racconto di una mostruosità rassicurante nella sua adesione al canone: il lupo, infatti, è ingannatore, predatore, violento. È lui che inganna la bambina fingendosi suo amico, è lui che divora la nonna e si traveste per cercare di mangiare anche Cappuccetto Rosso. Ma,come ha evidenziato Jude Ellison Sady Doyle ne Il mostruoso femminile, la cultura patriarcale è stata eccellente, attraverso i secoli, nel creare mostri femminili, meno eclatanti ma altrettanto canonici, che appaiono nelle nostre narrazioni ogni volta che una donna – o una bambina – trasgredisce i confini che le sono stati assegnati. E non servono gesti clamorosi come l’infanticidio di Medea o gli incantesimi delle streghe: basta uscire dal sentiero.Ciò di cui bisogna avere davvero paura, infatti, sembra dirci una lettura della fiaba, non è tanto di essere sbranati dal lupo, ma di diventare come Cappuccetto Rosso.

La costruzione della colpevolezza

Se nella prima versione “famosa” della fiaba, quella pubblicata da Perrault, la morale era chiara, invitando le giovani ragazze a non ascoltare gli sconosciuti, soprattutto quelli che si presentano come gentili e affabili, nelle versioni successive si aggiungono altri dettagli che contribuiscono a costruire la colpevolezza di Cappuccetto Rosso: la bambina, infatti, non va dritta dalla nonna come promesso alla mamma, ma indugia, si ferma a raccogliere i fiori, devia dal sentiero tracciato. Questa sua scelta non è letta come una dimostrazione di autonomia, ma come la causa della sua sciagura.

E se Cappuccetto Rosso fosse stata un bambino? L’avremmo giudicata allo stesso modo? Per un bambino è naturale disubbidire, “fare di testa propria”, anche mettendosi in pericolo: tendiamo a concederglielo, come ci ha insegnato, nel suo Dalla parte delle bambine, Elena Gianini Belotti, pioniera della pedagogia di genere in Italia, perché così facendo dimostra di essere intraprendente, coraggioso. E anche se, così facendo, si può cacciare nei guai, saranno la sua stessa intraprendenza e scaltrezza a salvarlo – mentre Cappuccetto Rosso ha bisogno del cacciatore. 

Il lupo può essere lupo. E la bambina?

Perché questa differenza è pericolosa? Perché presuppone che ci fosse qualcosa che la bambina avrebbe dovuto fare diversamente, che la responsabilità di evitare il lupo fosse sua, perché è normale che il lupo sia un predatore. Il lupo agisce secondo natura, è un predatore, è fatto così. Ma la bambina? La bambina avrebbe dovuto sapere, stare attenta. Avrebbe dovuto, soprattutto, rendersi meno visibile. E così, a partire dalle fiabe, alle donne viene sistematicamente insegnato a gestire la propria vulnerabilità come questa fosse una loro responsabilità, una loro mancanza. Come se il mondo non dovesse cambiare, ma solo loro dovessero imparare a navigarlo meglio. Più discretamente, meno visibilmente, senza rosso.

Silvia Mazzucco

DmU magazine

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