Quello che gli uomini non dicono

Pubblicato da Martina Vassallo il

Mi chiedo spesso a cosa pensino gli uomini quando hanno quei momenti lì di profonda inquietudine interiore, di smarrimento, di incertezza. Ah no, quelle siamo noi. Gli uomini non ce l’hanno quei momenti lì o almeno così siamo abituati a credere.

Ma gli uomini a cosa pensano?

Lungi da me azzardare ipotesi sessiste e per rimarcare la mia piena stima nel genere maschile, prima di arrivare al punto, elencherò tutte le qualità che in loro apprezzo: sono pratici, concreti, razionali, concentrati, simpatici, vitali, attivi e produttivi. Ho molti amici maschi e spesso sono intellettualmente più stimolanti delle mie amiche donne, ma devo riconoscere che “quei momenti lì” sembra proprio che non ce l’abbiano.

I momenti di panico, dico, quelli che vivi quando il tuo cervello inizia a pensare talmente tanto che tu non ce la fai a stargli dietro e lui inizia a vagare libero tra le paranoie.

Il panico fa bene.

Lo so, chi c’è passato non lo augurerebbe a nessuno, ma la crisi di panico o gli stati di inquietudine in generale sono delle avvisaglie forti che la nostra mente ci manda per restare in contatto con noi stessi. Sono l’esatto contrario di quello che accade quando si mette la testa sotto la sabbia. Il panico ci aiuta a capire che non siamo felici o che c’è qualcosa da risolvere ed è inutile scappare.

Su questo punto l’approccio femminile è sempre in prima linea, sempre vigile e riflessivo, pure troppo, mentre quello maschile, ecco, non saprei dire…

Inseguire la felicità.

L’approccio maschile ai problemi esistenziali, quelli che si frappongono tra noi e la nostra pace interiore, potrebbe sembrare estremamente pratico e saggio: loro li rifiutano e vanno avanti.

Per molto tempo li ho un po’ invidiati per questa capacità di non farsi paranoie, che poi era proprio questa la frase che mi sentivo dire più spesso nel periodo dell’adolescenza dai miei amici maschi: “Non farti paranoie”. Eppure, credo sia stato proprio grazie a quelle elucubrazioni mentali se a un certo punto della mia vita ho saputo superare con slancio le mie crisi di panico. La mia mente era in qualche modo abituata ad affrontare la crisi ed io avevo raggiunto un buon livello di conoscenza interiore.

Ecco, credo che, anche se gli uomini non lo dicono, arrivi pure per loro un momento di smarrimento emotivo, di crisi esistenziale. Anche a loro capita di chiedersi se le scelte fatte siano state quelle giuste o meno. Se la loro vita è come la volevano o se si ritrovano a vivere nella vita di qualcun altro. Anche loro si chiedono cos’è la felicità e come fare a raggiungerla. Anche loro soffrono di fronte ai drammi della vita e anche loro soffrono la solitudine e l’abbandono.

Il punto è che di tutto questo non ne parlano. E forse, alcune volte, smettono anche di dirselo sottovoce.

Non so se sia perchè non sono abituati, perchè non gli va o se perchè ancora schiavi di quel vecchio stereotipo che impedisce all’uomo di mostrare le proprie fragilità. Fatto sta che nel percorso di vita che facciamo tutti, gli ostacoli, soprattutto quelli mentali, ci sono per essere superati. Girarci intorno non vale. Certo, si ha la sensazione di andare avanti lo stesso, ma si lascia in sospeso qualcosa che prima o poi tornerà a chiedere il conto.

Vivere negli stereotipi.

Il punto è che nessuno di noi sceglie davvero chi essere e questa impostazione rischia di diventare un terreno fertile per l’infelicità.

Non siamo abituati a seguire la felicità. Piuttosto ci viene indicata fin da piccoli la strada del benessere, quella della realizzazione professionale, ma non quella che ci rende più felici. Non c’è nulla di male a seguire le orme dei nostri predecessori. E’ più che legittimo intraprendere strade già battute e non è affatto detto che, solo perchè sono modi di vita standard, non possano portare ad una reale felicità.

Idealizzare i traguardi.

Detto questo, però, ci sono due grossi casini dietro l’esistenza degli stereotipi. Il primo si verifica quando qualcuno decide di seguire una strada diversa da quello che è la “normalità” e il secondo è quando, nonostante si sia scelto quel sentiero che, sulla carta, avrebbe dovuto portare alla felicità, ci si scopre stranamente infelici.

Questo è un punto che riguarda tutti. Uomini e donne in egual modo. Ed è qualcosa che ha a che fare con l’idealizzazione di alcuni traguardi e la sopravvalutazione dello status quo. Ma lo approfondiremo un’altra volta.

Ammettere la sconfitta.

Provando a sintetizzare un argomento che, mi rendo conto, è in realtà molto complesso, si potrebbe concludere che se le donne si allenano per tutta la vita ad affrontare le difficoltà emotive, gli uomini si ritrovano a doverle elaborare tutte insieme in una volta sola. Quindi, se da un lato le donne hanno una maggiore e sudata conoscenza di se stesse e sanno ad esempio come affrontare una sconfitta, senza troppa paura di sentirsi giudicate, gli uomini, loro malgrado, vanno in tilt all’ipotesi di fallimento perchè non si erano mai messi in discussione fino a quel momento.

La soluzione? Ascoltarsi, non rifiutare la paura, mostrare le proprie fragilità per renderle visibili anche ai nostri stessi occhi e solo dopo andare avanti. Che tanto non si scappa, la vita prima o poi passa a chiedere il conto di tutti gli ostacoli raggirati.


0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.