Dalla pelle al cuore: un altro Natale senza abbracci

Dalla pelle al cuore: un altro Natale senza abbracci

“E’ dalla pelle al cuore/che devo ritornare”

Nel 2022 festeggerò i miei primi tredici anni da giornalista. E mai, nemmeno nelle fantasie più spinte, avrei immaginato di aprire un mio pezzo con una canzone di Antonello Venditti.

Non me preoccupo: da giorni ho smesso di sorprendermi. Sono talmente tante le cose assurde accadute in questo periodo, talmente dilatato da sembrare infinito, che farci caso appare un’inutile perdita di tempo. Occorre essere concentrati sul qui ed ora: rimanere al passo con i tempi, per non perdere nessuna delle novità che ci passano davanti agli occhi veloci come i codici di Matrix, è la vera impresa dei nostri tempi.

A parte l’incipt dell’antonellone nazionale, sono tante le cose accadute in questi quasi 700 giorni che credevo impossibili. Tra le tante, quella che ancora non riesco a spiegarmi è questa spinta irresistibile che mi porta a voler toccare gli altri. Stringere mani, abbracciare, baciare.

E tutto questo proprio a me. A quel bambino, ormai adulto, che correva a nascondersi quando arrivava il momento di salutare parenti e amici al termine di una serata, perché letteralmente schifato dal contatto con gli altri. All’adolescente che immaginava una vecchiaia in solitudine, circondato da peli di gatto, libri e un giradischi acceso a diffondere malinconia più che musica.  

Tutto questo fino a quando non ho incontrato Eleonora (la mia fidanzata). E ovviamente la pandemia.

“Quello che c’è di più profondo nell’essere umano è la pelle”. L’autore di cui non conosco il nome arriverà a sfiorare la rivelazione ma ad ogni modo persino coloro che lo glorificheranno non comprenderanno fino in fondo la concretezza di questa frase. Non è esattamente la pelle, è appena più sotto. Lì risiede l’onnipotenza.

Sono giorni che questa parola mi perseguita: pelle. La sento dappertutto, la vedo ovunque. Sulle labbra di colleghi e amici, nelle canzoni, nei libri. Questo ad esempio è un passaggio di Sete uno dei libri più belli di Amelie Nothomb (se non la conoscete, leggetela…). E’ la notte prima della sua crocifissione e un umanissimo Gesù Cristo, protagonista del romanzo, cerca tra pensieri e tormenti, una maniera di addormentarsi.

Devi riposare – lo ammonisce un secondino – anche per morire ci vuole tempra.

Non ho mai trascorso ore simili: chiaramente non sono mai stato carcerato, né ho mai dovuto attendere che qualcuno venisse a giustiziarmi. Ma la ricerca delle good vibes come viatico del sonno descritte dall’autrice nippo-belga, la conosco benissimo. Il Gesù della Nothomb si concentra sulla noia, sulla quotidianità.

Da giovane mi piaceva essere un eletto. Adesso non ho più questa fame, si è calmata. Preferirei raggiungere la dolcezza dell’anonimato, ciò che chiamano a torto la banalità. Eppure non c’è nulla di più straordinario di una vita normale.

Illuminante non trovate? Ho imparato che di notte, quando i pensieri si fanno troppo invasivi e quando il mattino appare lontano, esiste un solo modo per riportare il respiro al suo ritmo naturale: cercare la pelle della donna che mi dorme accanto. La seta sui polpastrelli, il calore che dalle dita si espande in cerchi concentrici, passando, per l’appunto, dalla pelle a cuore.

Quello alle porte sarà il nostro secondo Natale trascorso tra restrizioni e mascherine. Sono vaccinato, ho avuto il Covid e ho rispettato, sempre, tutte le norme imposte. Lo farò anche quest’anno. Prendendomi qualche libertà, quando lo riterrò opportuno e sicuro. Avendo sempre a portata di mano FFP2 e sanificatori da indossare e utilizzare ad ogni minimo contatto.

La verità, per citare Scialpi, è che siamo isole/nell’oceano della solitudine. L’unico modo che abbiamo di sentirci meno soli è allungare braccia e mani, trasformandole in ponti immaginari. Scegliere la pelle invece delle sinapsi. Usare l’epitelio come gangli neurali.

Buone feste a voi tutti.

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Gabriele Ziantoni

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