Una Storia vera

Una Storia vera

Sono scesi i lupi dai monti. C’è stato il calvario. E l’agonia, le fosse comuni, l’esodo, lo sradicamento e la fuga disperata. Lo strazio taciuto, un genocidio per troppo tempo non riconosciuto. Una storia che va ricomposta. Istria, Fiume e Dalmazia. Una terra rossa. Norma e gli stupri. Le parole spezzate. Le vite dimenticate. Un popolo a cui è stata negata anche la memoria. L’Italia. Trieste e il Magazzino 18. Una storia relegata in una stanza, in un silenzio surreale. Pagine strappate, un armadio colmo di vergogna e disperazione. Una barbarie occultata. Un graffio sul cuore. La cultura e l’ignoranza. Il passato e il futuro. Una storia vera. Un campione e il suo orgoglio. La Jugoslavia, le Foibe e Tito. La guerra, i razionamenti, le bombe e l’invasione. Una ferita che non passa. Il pugilato, la marcia, i Giochi Olimpici e le medaglie.

Abdon Pamich è un monumento sportivo. Ottantotto anni, il più grande marciatore nella storia dell’atletica italiana. Il più medagliato nella specialità dei 50 chilometri ai Giochi, evento a cui ha preso parte per cinque volte. Campione olimpico ed europeo. Ha vinto il bronzo a Roma nel 1960 e l’oro a Tokyo nel 1964. E’ stato portabandiera a Monaco 1972. Numero uno italiano di specialità per quaranta volte, su varie distanze.

Abdon Pamich è un esule fiumano, uno di quei trecentocinquantamila italiani costretti a lasciare la loro terra d’origine.

E per le strade un canto di morte

Come di mille martelli impazziti

Le nostre vite imballate alla meglio

I nostri cuori ammutoliti

Magazzino 18 – Simone cristicchi

Abdon Pamich nasce nel 1933 a Fiume, quando la città è parte integrante del Regno d’Italia. In una famiglia orgogliosa delle proprie radici italiane e molto legata al territorio in cui vive, una città stimolante che unisce sapere intellettuale e cultura sportiva. Canottaggio, pugilato, atletica e calcio. I bambini fiumani crescono guardando le imprese di importanti campioni loro connazionali.

Da noi c’era proprio la cultura dello sport. Abbiamo avuto nuotatori, scalatori, alpinisti, pugili. C’erano ingegneri e intellettuali che facevano canottaggio. Non era una cosa improvvisata ma voluta. Io sono nato in questo ambiente ed ero sempre alla ricerca di quale sport fare. La mia aspirazione all’inizio era di fare il pugile.

Lo zio di Abdon organizzava e arbitrava incontri di pugilato. Al giovane nipote che chiede di salire sul ring, lo zio risponde che dovrà aspettare di avere tredici anni. Purtroppo a causa degli avvenimenti storici Abdon non salirà mai sul ring.

Piomba la guerra, si abbattono le bombe, manca il cibo. Arrivano l’invasione e i partigiani di Tito. Irrompono i rastrellamenti e le esecuzioni. Gli italiani non sono più i benvenuti su quella terra.

Non c’è distinzione di credo politico o gerarchia sociale.

Chiunque è nel mirino della polizia segreta jugoslava.

Fiume, città olocausta, è sempre stata profondamente italiana. Decorata con la Medaglia d’Oro al Valore Civile il 22 maggio 1924 da Sua Maestà il Re d’Italia Vittorio Emanuele III, in premio dei sacrifici sostenuti per congiungersi all’Italia.

Fiume è una città italiana dalla sua fondazione – ha scritto il senatore Leo Valiani nel 1990 – Politicamente lo è diventata solo nel 1924, ma etnicamente e culturalmente lo è sempre stata.

Una italianità testimoniata anche dalle lapidi del suo cimitero, censite da Monsignore Luigi Torcoletti, storico e italiano di Fiume, il quale rilevò che nel Camposanto della città l’80,7 % delle epigrafi poste negli anni era in italiano. Con una datazione dal 1800 al 1919, dunque ancor prima dell’impresa di Gabriele D’Annunzio che diede vita alla costituzione dello stato libero di Fiume e la successiva annessione all’Italia.

Un’appartenenza sentita, voluta e ribadita.

Tanto che alla fine del 1945, 54.000 Fiumani su un totale di 60.000, ha preferito l’esilio alla cittadinanza jugoslava.

Abdon è poco più che adolescente quando arriva Tito portando l’odio e l’orrore.

Si muore in molte maniere in quei giorni. Gli italiani, ormai stranieri nella loro casa, vengono fucilati per rappresaglia. Si consumano di fame e di freddo, nei campi di prigionia. Vengono gettati nelle foibe, quei buchi profondi nel terreno, che inghiottono persone e storia. Vengono annegati con la pietra al collo, dove per configurazione geografica non è possibile l’infoibamento.

Lo zio di Abdon viene anche arrestato. Stessa sorte che toccò a molti altri, scomparsi e svaniti nelle notti.

La famiglia Pamich comprende che quella non è più casa loro. Anche Fiume non si chiama più Fiume, adesso è Rijeka.

E’ il 23 settembre 1947, sette mesi dopo la cessione formale della Venezia Giulia alla Jugoslavia. Abdon e suo fratello Giovanni lasciano la mamma e i due fratelli più piccoli e affrontano il viaggio insieme al papà, che ha la speranza di cercare e trovare lavoro altrove. Il resto della famiglia resta lì, in quella città divenuta il fantasma dello splendore di civiltà che fu.

Non avevo ancora quattordici anni e fummo costretti, moralmente, a lasciare Fiume. La lasciavamo semi distrutta dai bombardamenti. Il porto completamente demolito dalle mine, che avevano messo i tedeschi. Molte case abbattute. Una devastazione materiale e un senso di oppressione generale. Non si sapeva cosa sarebbe accaduto da un momento all’altro. C’era gente che spariva, amici che c’erano il giorno prima e quello dopo non c’erano più, e di cui non si è mai saputo più nulla.

La nostra è stata una fuga lunga e faticosa. Un viaggio travagliato e avventuroso, iniziato alle due di notte su un treno, quasi fino al confine. Poi abbiamo proseguito a piedi, lungo i binari. Siamo riusciti a passare la frontiera e di nuovo a salire su un treno, fino a Trieste. 24 ore per fare 60 Km.

Abodn Pamich racconta. La sua è una marcia fatta di parole. Una che rincorre l’altra. L’arrivo a Trieste, la separazione dal padre, i giorni e le notti di Novara.

A Trieste ci hanno dato la prima ospitalità, al Silos, un centro vicino la stazione. Qualcosa da mangiare e una branda per dormire. Il giorno dopo ci hanno dato un foglio, per prendere il treno e recarci a Milano. Da lì, mio fratello e io fummo trasferiti a Udine, in un altro campo di smistamento. E dopo un paio di giorni spostati al campo profughi di Novara, dove siamo rimasti un anno. L’ultima tappa di questo nostro personale esodo è stata Genova, dove finalmente ci siamo riuniti con papà e anche con mamma e gli altri miei due fratelli, che in precedenza erano rimasti a Fiume.

Una fuga per la vittoria, possiamo dire oggi col senno del poi.

storia
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Il giovane Abdon appena arrivato a Novara si ritrova, come tutti gli altri esuli, in una situazione sconcertante. Una vecchia caserma diroccata, senza il tetto e senza serramenti alle finestre, con un’umidità che correva lungo il muro. Praticamente era come stare all’aperto, con il freddo dell’inverno della città piemontese. In dotazione ricevono due cavalletti e una tavola dove appoggiare un sacco di granoturco che fungeva da materasso.

A complicare questa condizione materiale, anche l’atteggiamento che serpeggiava nei confronti degli esuli, da parte degli altri italiani.

Tra noi c’erano intellettuali e operai specializzati provenienti dai cantieri navali. Di certo non eravamo dei trogloditi. Eppure ci trattavano così, come se lo fossimo e avessimo abitato nelle caverne. Mentre era l’esatto contrario. Le nostre case erano dei gioielli di tecnologia rispetto a quelle di Novara ad esempio. Le nostre scuole elementari avevano palestre di 40 mt, aule alte 5mt e finestroni enormi, illuminate e con il cortile fuori.

Purtroppo contro di noi c’era l’ideologia che fossimo tutti fascisti e tanto bastava. Anche se papà non era stato nemmeno iscritto al fascio e andava a lavorare oltre frontiera.

Un anno duro a Novara per i fratelli Pamich. Anche l’alimentazione scarseggiava.

Per quei dodici mesi abbiamo mangiato minestra di lenticchie, con un po’ di riso.

Da Novara a Genova e lì il ricongiungimento familiare.

Il cammino di Abdon Pamich però non termina a Genova. Al contrario, dal capoluogo ligure inizia una nuova marcia, fatta stavolta di riconoscimenti e medaglie.

Con la cultura sportiva nel sangue, Abdon va alla ricerca di quale sport praticare.

Non ho avuto il coraggio di fare il provino come portiere di calcio e sono capitato per sbaglio nella marcia. E lì ho dato sfogo a tutte le energie e alla passione che avevo.

E poi quando inizio una cosa cerco di farla bene, come impegno intendo. I risultati possono anche non arrivare, però l’impegno non può mai mancare.

La dedizione di Abdon lo porta lontano. A vincere i Giochi, ad esempio. E nel 1962 lo riporta pure in Jugoslavia.

A Belgrado ho vinto il Campionato d’Europa. Successivamente alla gara, la federazione ci ha mandato a un ricevimento organizzato nella grande villa di Tito. Se la passava bene, aveva anche uno yacht, viveva nel lusso mentre il popolo moriva di fame. Purtroppo l’ho incontrato, insieme alla moglie Jovanka e disgraziatamente ci hanno anche presentato. Non è stato facile.

Abdon Pamich è uscito vivo dall’inferno. Molti altri no.

Abdon Pamich si è realizzato, è un campione. Molti altri esuli non hanno avuto un’esistenza semplice.

Il Giorno del Ricordo è importante perché bisogna continuare a martellare, non per convincere gli scettici che basano la loro sfiducia su una ideologia scorretta. Bisogna continuare a insistere per far conoscere la storia a chi ancora non la conosce. Fino a poco tempo fa sui libri di scuola non c’era scritto niente.

Nessuno ha informato nessuno, di quello che succedeva e di cosa era accaduto.

I primi tempi è stato tutto nascosto per un motivo, poi perché Tito si era staccato dall’Unione Sovietica e volevano tenerselo buono. E siamo andati avanti nel silenzio.

Un silenzio colpevole.

La parte più vergognosa della storia comunque è stato il Trattato di Osimo, fatto sotto banco. Abbandonare la zona B, cosa che non era assolutamente obbligatoria, e lasciarla alla Jugoslavia, ha fatto assistere nel ’74 a un nuovo e doloroso esodo.

Oggi la maggior parte dei ragazzi non sa. Per questo andiamo nelle scuole. A raccontare e illuminare. Abbiamo questo impegno di testimoniare finché possiamo. Per far chiarezza una volta per tutte. E affinché venga finalmente riportato nei libri di storia quello che è realmente accaduto.

E’ una pagina di storia italiana! Perché bisogna nasconderla?

Ormai abbiamo digerito la cosa, nessuno pretende di tornare su quelle terre. Però di quelle terre rivendichiamo la cultura. Che è cultura italiana. Qualcuno si sta inventando che pure Giuseppe Verdi non sarebbe più italiano ma croato. Non possiamo continuare così.

Disinformazione e un contesto estremamente politicizzato hanno contribuito a rendere nebulosa la storia. Da un lato, chi non voleva far capire che l’Italia aveva perso la guerra, cancellò gli esuli. Li fece sparire chiudendoli nei campi, dietro una rete. Dall’altro, chi voleva giustificare se stesso, negò l’eccidio delle foibe.

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Abdon Pamich non ha bisogno di altre parole. Il suo coraggio e il suo orgoglio di italiano parlano per lui. Ha saputo ricostruire la vita, che gli era stata portata via. Ha lottato per salvarla quella vita e poi per farne una testimonianza vivente della storia, conquistando grandi vittorie nello sport. E ancora continua la sua marcia, incessante, nel ricordo di quegli avvenimenti e quell’orrore.

Perché se è vero che il silenzio è rotto – come dice Marisa Brugna, esule e scrittrice- non tutti sanno. E dunque raccontare è ciò che si deve fare, giorno dopo giorno.

Si vive anche di ricordi e non bisogna cancellarli mai, nessuno: non se ne può ricordare uno e cancellarne un altro. Ad esempio, non si può ricordare la Shoah e cancellare le foibe, non si può. E’ la posizione espressa anche da Donatella Rettore sul palco di Sanremo 2022. Però, mi domando, questa dichiarazione a quante persone sia arrivata realmente. In quanti hanno sentito quel pugno nello stomaco al solo ascoltare il termine foibe? Purtroppo ancora troppo pochi.

Morire. Fuggire. Non è bastato.

Bambini divenuti di colpo adulti. Atrocità viste e subite. Umiliazioni e vergogne.

E io, ogni volta che ascolto i racconti dei sopravvissuti, piango insieme a loro. Vorrei abbracciarli. Vorrei consolare quei bambini, ma non trovo nemmeno una parola che sia adatta a ridare loro l’infanzia e l’adolescenza perduta. Non esiste frase che possa cancellare dai loro occhi l’orrore che hanno dovuto imprimere nella mente.

Cosa potrei mai dire a un bambino di 11 anni – Piero Tarticchio – con sette familiari uccisi? Io di quel bambino, che oggi è anche Presidente del Centro di Cultura Giuliano Dalmata, posso solo ascoltare le lacrime. Cosa potrei mai rispondere al suo racconto del papà sparito nel nulla?

Sono scesi i lupi dai monti, è stato il commento amaro del nonno di Piero in quei momenti bui.

 

Una pagina per troppo tempo strappata nel libro della nostra storia.

Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica Italiana. 2019

Eravamo solo italiani, dimenticati in qualche angolo della memoria

Simone Cristicchi – Magazzino 18

#IrriducibilmenteLibera

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Sabrina Villa

Per Vasco “Cambiare il mondo è quasi impossibile -Si può cambiare solo se stessi - Sembra poco ma se ci riuscissi - Faresti la rivoluzione” . Ecco, in questo lungo periodo di quarantena, molti di noi hanno dovuto imparare nuovi modi, di stare in casa, di comunicare, di esternare i propri sentimenti. Cambiare noi stessi per modificare quello che ci circonda. Tutto si è fermato, in attesa del pronti via, per riallacciare i fili, lì dove si erano interrotti. I pensieri hanno corso liberamente a sogni e desideri, riflessioni e immagini e, con la mente libera, hanno elaborato anche nuovi modi di esternazione e rappresentazione dell’attualità. Questa è la mia rubrica e io sono Sabrina Villa. Nata a Roma e innamorata della mia città. Sono un'eclettica per definizione: architettura, pittura, teatro, cucina, sport, calcio, libri. Mi appassiona tutto. E' stato così anche nel giornalismo, non c'è ambito che non abbia toccato. Ogni settore ha la sua attrattiva. Mi sono cimentata in tv, radio, carta stampata. Oggi, come al solito, mi occupo di tante cose insieme: eventi, comunicazione, organizzazione. La mente è sempre in un irriducibile movimento.

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