In fuga dalla guerra. Viaggio della speranza dall’Ucraina all’Italia

In fuga dalla guerra. Viaggio della speranza dall’Ucraina all’Italia

In fuga dall’Ucraina. Lontano dalla guerra.

Il suono delle sirene che annunciano i bombardamenti è alle spalle. Sasha è in salvo. In viaggio dall’Ucraina verso l’Italia. In cerca di pace.

Ha con sé l’essenziale. Una piccola valigia e il trasportino con i suoi due gatti. E’ sfinita. Dalla paura. Dalla fatica. Ma adesso vede la luce della speranza riflessa negli occhi di Bart.

24 anni lei. 48 lui.

Ucraina nata e vissuta a Kiev lei. Italiano originario della provincia di Taranto e poi trasferito a Pisa lui.

Si ritrovano in macchina, in un viaggio lungo e tormentato, che ha come colonna sonora il dolore, il distacco, l’incertezza del futuro.

Sasha è una delle migliaia di persone che da oltre un mese a questa parte sono costrette a lasciare le loro case e la loro terra in cerca di un rifugio sicuro. Lontano dall’orrore e dalla distruzione della guerra.

I am realizing this now. I still cannot believe that war started in my country. That it is not a nightmare but my real new life and all Ukrainians life. My family is not in one town anymore, we have no homes and we pray to meet each other one day.

Sasha

Ucraina, terra mia

Sasha è fortunata. Ha un amico disposto ad aiutarla. Partire e lasciare tutto senza nessuna certezza di ritrovarlo è straziante ma necessario. In nome della sopravvivenza e di un sogno chiamato ritorno.

It’s hard to think now about my everyday life before, because I lost it and a month ago it seemed like really boring life. Now I am sure it was perfect and I want to get back to this as soon as possible. Everyday I went to the cafeteria near my home, which sell the greatest almond croissant ever, then I started to work remote and at the evenings I met my friends or I stayed at home to spend time with my flatmate and cats. The evening the war started I had plans to visit theater with my friends and go to the falafel place. I will do it after all will be finished.

Sasha

Lontano da quella vita che le sembrava noiosa e che oggi, alla luce dei fatti, le appare invece perfetta, Sasha è costretta, suo malgrado, ad un nuovo inizio. Ed ad accoglierla in questo percorso di rinascita, in una notte di fine febbraio, è l’abbraccio rassicurante di Bart.

Un incontro, un’emozione che resterà impressa nella loro mente e sulla loro pelle per sempre. Perché quell’abbraccio ha il sapore del porto sicuro, della quiete dopo la tempesta.

Una tempesta non improvvisa. Ma i cui nuvoloni hanno iniziato ad addensarsi su quei territori anni fa. Era il 20 febbraio 2014 e l’esercito russo invadeva la Crimea…

The war doesn’t start 19 days ago, it started 8 years ago, we just learned how to live with this because it was in some territory not in whole country…I think I started to feel scared a few months ago. A lot of my European friends texted me and they were worried about Ukranian safety. Bart asked me a few times to move to EU to be safe but I didn’t want to believe that it could happen for real.

Sasha

Fatti, non parole

Bart conosce Sasha qualche anno fa grazie alla rete di scambio ospitalità diffusa in tutto il mondo nota come Couchsurfing, il cui scopo è quello di offrire ospitalità gratuita ai viaggiatori quando fanno tappa nella tua città, in cambio della condivisione di culture, opinioni, esperienze e pensieri diversi.

Come tutti noi, da giorni assiste attraverso le immagini che dall’Ucraina rimbalzano nelle nostre case attraverso la tv, al dilagare della distruzione, delle battaglie cruente, della morte, della disperazione.

Animato dalla rabbia decide di superare quel sentimento di impotenza che lo attanaglia mettendosi in azione.

“Avevo ospitato Sasha e una sua amica, Lisa, nella mia casa di Pisa per due volte”, mi racconta Bart. “Quando le ho contattate erano già scappate entrambe da Kiev, perché le loro zone di residenza erano state le prime ad essere bombardate. Lisa si era diretta verso la Polonia insieme alla sua nonna. Sasha si era accodata ad alcuni amici di famiglia muovendosi verso il border della Romania. Un percorso a tappe. Pochi chilometri al giorno e mai di notte.

Uno strazio, che mi teneva con il fiato sospeso e il cuore in gola. E’ in quel momento che ho deciso di partire. Non riuscivo più a pensarla in balia degli eventi. Dovevo fare qualcosa. Mi sono organizzato con una macchina capiente per caricarla di beni di prima necessità, vestiti e tutto ciò che sarebbe stato utile a quante più persone possibili. Ho raccolto gli aiuti tramite l’associazione di cui faccio parte, Arte Migrante, e sono partito con due amici. Senza esitazioni e solamente animato dalla voglia di rendermi finalmente utile”.

Border line

La frontiera. Un incrocio di anime. Un crocevia di speranza. E’ lì, al confine tra Romania e Ucraina, che Sasha e Bart si danno appuntamento.

Lo scenario lo fa rabbrividire.

Una fila chilometrica di persone a piedi dal lato dell’Ucraina. Dall’altra parte decine, centinaia di auto incolonnate.

“Per fortuna”, mi spiega Bart, “abbiamo saltato un po’ di fila accodandoci ad una carovana italiana che arrivava da Milano direzione Ucraina. Siamo entrati nel border, la zona franca tra i due Paesi, per lasciare tutti gli aiuti che avevamo. Così facendo ci siamo avvicinati di 3-4 chilometri al cosiddetto punto di incontro. Era importante che arrivassimo più o meno nello stesso momento. Altrimenti non avremmo potuto aspettarla. Io stesso, se Sasha avesse fatto ritardo rispetto all’appuntamento, avrei avuto difficoltà a lavoro e sarei stato costretto a rientrare in Italia. Il solo pensiero mi tormentava”.

L’attesa. E che attesa.

“Sapevamo che Sasha era vestita di blu. E ogni volta che vedevamo un puntino blu apparire all’orizzonte avevamo un tuffo al cuore. Ad un certo punto proprio un puntino blu si è allontanato dalla folla e si è messo a correre nella nostra direzione. Era lei. I militari hanno provato a bloccarci ma io le sono andato incontro, lo stesso. E’ stato l’abbraccio più emozionante della mia vita”.

In quell’abbraccio tra Sasha e Bart è racchiuso il significato della solidarietà e della pietas umana. Una luce nel buio. Una spinta al sostegno reciproco. Al bene comune. Uno schiaffo alla guerra. Una carezza alla pace.

“Siamo stati a stringerci e ad abbracciarci per alcuni minuti. Sasha era stressatissima, non dormiva da giorni. Ogni sera si era fermata in un posto diverso. Con la paura che fosse l’ultima notte”.

The first days I move to Kyiv region, in 70 km far away from Kyiv city. My flatmate’s family picked me and take care of me. We stayed there for 5 days I think. It was “calm” place but otherwise we hided in cellar at nights. Then we moved to Chernivtsi region which is close to the Romania borders. There we remind how it is to sleep on the bed not in the cellar. But I still have some problems with insomnia.

Sasha

La paura. Come compagna sgradita. Come fardello che appesantisce e logora. La paura che fa tremare e sussultare, come ogni volta che Sasha oggi sente il rumore di un aereo che decolla o le sirene di un’ambulanza.

“Ogni cittadino ucraino”, mi spiega Bart, “da quando è scoppiata la guerra, è stato invitato dalle autorità a scaricare un’app che emette un suono sul cellulare ogni qualvolta nella zona impostata dall’utente ci sono attacchi, pericoli o combattimenti così da permettere di raggiungere presto e in sicurezza i rifugi. Quell’app durante il viaggio in macchina verso l’Italia suonava spesso. E ogni volta sul viso di Sasha calava il velo della tristezza e negli occhi le si leggeva la paura, quella vera”.

Il ritorno alla normalità è un percorso ad ostacoli e passa anche attraverso piccoli rituali, gesti o desideri da realizzare.

“Dopo essere saliti in macchina quella sera siamo ripartiti subito, senza indugio. Sasha all’inizio era silenziosa. Poi piano piano, a furia di parlare del più e del meno si è lasciata andare. Appena le è venuta fame ci ha confessato che le sarebbe piaciuto mangiare al Mc Donald’s. Detto fatto. Abbiamo cercato quello più vicino e ci siamo andati”.

“Il viaggio di rientro in Italia è stato del tutto diverso rispetto all’andata. Per arrivare al confine con l’Ucraina avevamo attraversato le montagne innevate e percorso strade ghiacciate, con temperature intorno ai -5 gradi all’esterno. Per il ritorno, su consiglio di altri compaesani che avevano intrapreso una simile avventura, abbiamo scelto una via più lunga ma più sicura. Peccato per la brutta esperienza al posto di blocco al confine con l’Ungheria dove abbiamo visto con i nostri occhi, ed evitato solo per puro caso e fortuna, veri e propri atteggiamenti razzisti”.

Immaginatevi code chilometriche. Persone esasperate che vogliono solo giungere a destinazione. Uomini e donne che fuggono dalla guerra e che vengono trattati “con sufficienza” dai poliziotti di frontiera.

“Facevano i bulli. Guardavano nelle macchine e cercavano di incutere terrore. Ad un certo punto sceglievano le auto persino in base alle targhe. La nostra era targata Italia, così ci hanno fatto mettere su una fila che procedeva più velocemente. Le altre, invece, procedevano molto più lentamente.

Quando ci hanno chiesto i documenti, abbiamo dato prima le nostre carte d’identità italiane, poi il passaporto ucraino di Sasha. Uno dei poliziotti si è arrabbiato, c’è stato un piccolo battibecco ma alla fine ci ha fatto comunque fatto rimanere in quella fila ‘privilegiata’. Stessa situazione di tensione anche al casello. Una situazione assurda. Non vedevamo l’ora di arrivare a Pisa”.

Che sapore ha la normalità?

Ora che Sasha è in Italia vuole tornare a lavorare, essere indipendente, non pesare su nessuno. Nemmeno su Bart.

I need to take care of me, my mental health and my cats. I am trying to find a job and I will try to learn Italian. And I really want to help Ukraine, so probably I will collect donations to send it to people which are in needs.

Sasha

Dal punto di vista economico sua mamma, che vive in Russia, sarebbe disposta ad aiutarla, ma Sasha non riesce a ricevere i soldi perché i conti correnti e i trasferimenti di denaro dalla Russia sono stati bloccati.

Russia is a country where a lot of my family members live at. My granny and my uncle. My mom lives in Russia for last 5 month. So this country was really close to my heart always. But now my mom stuck there and she hate herself that she is in aggression country… And my granny said that I am a Nazi. I have no granny anymore because of Putin’s propaganda.

Sasha

“Io da parte mia”, mi dice Bart, “ho iniziato a metterla in contatto con la comunità ucraina qui a Pisa cercando di aiutarla, nel frattempo, a trovare una sistemazione meno provvisoria.”

Sogni

I had a lot of dreams before. But now I have only one. I think it no need to describe. I believe and I pray a lot for Ukraine and Ukrainians. For my friends that live now in occupied territory. Justice will prevail and Ukraine will be free from russia (intentionally I wrote russia and putin in lowercase)

Sasha

Il sogno più grande per Sasha non può che essere quello di rientrare presto a Kiev, sperando che la sua casa nel frattempo non abbia subito danni irreparabili a causa dei bombardamenti.

I miss everything, I miss my home, I miss my family and friends, ukranian and russian language. I miss peace. And my old life there.

Sasha

Vite stravolte. Luoghi devastati. Memorie distrutte.

Possiamo star qui a discutere all’infinito sul torto o sulla ragione, sulle motivazioni, sulle colpe. Ma sarebbe tempo sprecato e sottratto all’aiuto di persone come Sasha che, in questo momento, hanno bisogno di noi. Di una prima accoglienza. Di comprensione.

Dovremmo tutti seguire, nel nostro piccolo e secondo le nostre capacità, l’esempio di Bart.

“Lo rifarei. E’ stata dura ma lo rifarei. Ho pianto tanto ma ne è valsa la pena. Da questa esperienza ho imparato che ciò che facciamo non è mai abbastanza, che possiamo sempre fare di più e meglio per chi ha più bisogno di noi”.

Un piccolo grande gesto che ha regalato luce a chi stava vivendo in quel momento nel buio, nel terrore e nella disperazione. Un buio che oscura ancora la vita di tante, troppe persone. A cui basterebbe regalare un’opportunità. Una speranza. Un sorriso.

Non sapremo mai quanto bene può fare un semplice sorriso.

Madre Teresa di Calcutta

Grazie a Bart per avermi raccontato e descritto la sua esperienza. Con la commozione e la semplicità di chi ha fatto un grande gesto con umiltà.

Grazie a Sasha che nonostante l’ostacolo della lingua e la difficoltà a rivivere quei momenti di angoscia mi ha fatto entrare nel suo mondo e mi ha aperto le porte del suo cuore dando voce e parole ad un’esperienza che accomuna purtroppo al momento migliaia di persone. Ps: ho volutamente lasciato in inglese le sue dichiarazioni. Così che tanti suoi connazionali e un pubblico più ampio si possano riconoscere nella sua storia, nelle sue parole. Possano riconoscere quella paura. Ma anche quel sentimento di speranza che oggi la anima e le dà la forza di sognare in un domani di pace.

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#CaparbiamenteSognatrice

Elisabetta Mazzeo

Elisabetta, classe 1981. Ogni 18 anni un cambiamento. Prima la Calabria, poi Roma, ora Zurigo. Domani chissà. La mia sfida quotidiana? Riuscire nell’impresa di essere contemporaneamente mamma, moglie, giornalista, scrittrice e ora anche blogger. Ore di sonno: poche. Idee: tante. Entusiasta, curiosa, caparbia, sognatrice. Scrivere è un’esigenza. Una lunga gavetta nei quotidiani e nelle tv locali, poi l'approdo come inviata di Sport Mediaset. Non ho dubbi: il mio è il mestiere più bello del mondo. Una passione prima che un lavoro. Oggi ricopro l'inedito ruolo di vicedirettore a distanza di Retesole, l’emittente che mi ha visto crescere umanamente e professionalmente. Divoro libri e uno l'ho anche scritto, mi nutro di storie di sport, mi diletto in cucina, scatto e colleziono foto, mi alleno quanto basta per non sentirmi in colpa e in compenso macino chilometri armata di scarpe da ginnastica e passeggino. Se fino a tre anni fa la mia vita viaggiava a ritmi frenetici, l’arrivo di mia figlia ha rimodulato le priorità. E adesso è con lei e per lei che continuo a mettere le mie passioni in campo, tra "pensieri e parole".

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