Caso Pedretti: abbiamo un problema

Caso Pedretti: abbiamo un problema

Che salto di qualità Ziantò, chissà quanti ascolti! Che bel pubblico di camionisti e puttane che c’avrai!

E giù di like, commenti ironici, emoticon ridanciane e pollici alti.

Questo da un lato dello schermo.

Tramutato, come in un’opera di Escher, in tanti piccoli mirror stipati nei quartieri più disparati della mia città.

Dall’altro c’ero io.

Con 30 kg da riprendere, una carriera in frantumi, un conto in banca perennemente in rosso dopo anni di serenità economica e una paura fottuta del futuro. Oltre che una trasmissione da portare avanti.

Era il 14 agosto 2019. E io, invece, di essere al mare come tutti, mi trovavo in studio radiofonico, come spesso mi era capitato nei quindici anni precedenti. Non era stata una giornata semplice. E quando si sta male, per chi fa il mio mestiere, non c’è nulla di più rassicurante della luce dell’on air. Nulla di più salvifico. Il miglior antidolorifico che conosco. Ero reduce dalla notifica di un atto giudiziario che mi aveva comunicato la sconfitta in primo grado in una causa lavorativa che era stata capace di spolparmi. Economicamente e psicologicamente. All’ingiustizia, insopportabile, si erano aggiunte le prese in giro, in diretta e in privato, dei miei ex colleghi. Che tronfi della loro poltrona e della loro estate serena, avevano passato ore a percularmi sulle mie visioni da Che Guevara dei Castelli Romani.

Cercai conforto nei Social.

Una prova, anche la più minuscola, della mia esistenza. Come se la mia persona si materializzasse solo se vista da qualcun altro. Il web fu spietato.

Ciao a tutti, vi aspetto da mezzanotte alle due per scambiare quattro chiacchiere e ascoltare buona musica in attesa del Ferragosto.

Una parte dei commenti al post li avete letti in apertura di articolo. Gli altri ve li risparmio. Inutile spiegare che l’emittente in cui trasmettevo aveva il doppio degli ascoltatori precedenti. Argomentare raccontando di come avevo sempre sognato di condurre un format notturno. Inutile. La gogna era già partita. E quella volta toccava a me girare per le strade, bersaglio di uova e verdure marce.

Quella sera pensai, davvero, che la vita non è che avesse molto senso. Mi domandai, seriamente, se fosse il caso di andare avanti.

Quella sera capii, profondamente, gli ex calciatori, i tronisti, gli attori, le veline e i cantanti che dopo anni di vetrina si vedono costretti a tornare a casa. In un monolocale, magari vuoto, in attesa di una telefonata. Anche solo di un amico.

Credetemi: la vergogna può più della paura. Più della disperazione.

Il mio appartamento, per fortuna, non era vuoto. Ricordo che rientrando a notte tarda, abbracciando la donna di cui mi ero innamorato, capii le parole che Michela Murgia dedicò a Roberto Saviano in seguito a uno dei tanti soprusi che lo scrittore campano è stato costretto a subire: Vieni da me, non stare solo.

La solitudine che per decenni avevo agognato e ricercato, tanto da farla diventare parte integrante della mia personalità, era una merda. Un po’ come i Social. Ma questa è la storia che sto per raccontarvi.

Il caso Pedretti

Giovanna Pedretti, ristoratrice lombarda e titolare di una pizzeria di Sant’Angelo Lodigiano, è scomparsa il 14 gennaio scorso. Si è suicidata, affogando nel fiume Lambro. Nei mesi scorsi era stata al centro di una polemica Social, talmente tanto logorante, da portarla a cercare la morte. Il suo nome, infatti, era balzato alle cronache per una recensione negativa. Un signore aveva ringraziato il locale per i piatti, lamentando, però, la presenza di un gay e di un disabile vicino al suo tavolo. La risposta lapidaria al cliente la riempì di notorietà: trasformandola in breve tempo in eroina del web. La caduta nel fango fu altrettanto repentina: il duo Selvaggia Lucarelli-Lorenzo Biagiarelli, esperto in debunking, insinuò che il commento razzista fosse fake. Trascinando la signora Pedretti in un calderone che passò in fretta dai Social, alla Tv, alla forze dell’ordine.

Non sapremo mai se il cliente mal tollerante verso gli omosessuali esista davvero. Come non sapremo mai se lo tsunami di odio che ha travolto la ristoratrice sia stata la reale motivazione del suicidio. Quel che è certo è che Giovanna Pedretti non c’è più. E che noi abbiamo un grosso problema.

La reazione della Lucarelli

“Ovviamente, nel caso dovesse succedere qualcosa (non a me, ripeto, io sono forte), diamo la colpa ai social, non ai giornali. Mi raccomando!”.

Questo il commento di Selvaggia Lucarelli, all’indomani della notizia della morte della ristoratrice lombarda. Lorenzo Biagiarelli, il compagno food blogger, invece ha evitato di presentarsi in Tv. La giudice di “Ballando con le Stelle”, poi, ha deciso anche di cancellarsi da X in seguito alle tante minacce di ricevute. Succede nei migliori film distopici: spesso i sistemi a cui abbiamo dato vita, finiscono per rivoltarsi contro i creatori. 

Semplice, comunque, calciare la palla in tribuna. Come puntare il dito verso gli altri, pur avendone tre rivolti contro. Come dare giudizi stravaccati sul divano, su questo o quello, senza pensare minimamente alle conseguenze. Anzi, probabilmente desiderando quella shitstorm che non manca mai. A volte a farne le spese è Chiara Ferragni. Altre un’anonima ristoratrice del nord d’Italia.

Un vecchio amico un giorno mi disse: gli uomini si giudicano anche dai nemici che si scelgono. E aveva molta ragione.

Abbiamo un problema con l’odio. E con l’informazione.

Credo sia arrivato il momento di riflettere sul ruolo dell’Informazione. Quella con la I maiuscola. Che non può essere portata avanti attraverso Instagram e Tik Tok. E ancora una volta, sta a noi cercare di cambiare strada. Perché solo noi, lettori, spettatori e ascoltatori, abbiamo il potere di indirizzare la comunicazione, chiedendo più qualità. Basta con gli influencers che si trasformano in giacobini, basta con le urla di twitch dalle camerette fetenti di chiuso, basta con chi addirittura si vanta di non essere giornalista. L’Ordine esiste solo in Italia, è vero. Ma questo è un bene. La penna, il microfono, la telecamera sono un’arma. E occorre che qualcuno ci insegni a maneggiarla.

E la deontologia?

Occorre una patente, come con le automobili, conseguita da chi conosce la Deontologia, le regole, le leggi e i pericoli a cui si va incontro se non si rimane nel seminato della legalità. Serve che qualcuno con più esperienza di noi, ci spieghi quando un fatto è notiziabile o meno. Perché anche qui sta il problema: non saper capire quando il racconto di qualcosa è interessante oppure no. Dai, possibile che sia più importante sfondare una donna perché forse ha inventato una storia per portare più clienti nel suo locale, piuttosto che parlare dei ventimila morti palestinesi? Io rimango basito. Ma poi penso che l’Informazione, in Italia, viene fatta attraverso Striscia la Notizia. Tg satirico al quale molti credono! E allora penso che non c’è speranza. Che siamo irrimediabilmente perduti.

Gabriele Ziantoni  #DisperatamenteMalinconico

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Gabriele Ziantoni

Giornalista per hobby, polemico per professione, speaker per necessità. Gabriele Ziantoni nasce a Marino, un piccolo paese in provincia di Roma, il 12 dicembre 1983. Solitario, testardo e vagamente intollerante, vive con una penna in mano e un foglio bianco davanti agli occhi fin da quando ne ha memoria. Dopo varie esperienze nel campo del giornalismo, soprattutto sportivo, dal 2011 affronta in maniera ondivaga il rapporto con il suo secondo amore dopo la scrittura: quello con la radio. Direttore Artistico di New Sound Level 90 FM, ha all’attivo tre libri: “Un secondo dopo l’altro” (L’Erudita, 2017), “Nonostante tutto” (L’Erudita, 2019) e “Rudi Voller. Il Tedesco Volante” (Perrone, 2020).

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