La svolta della doggy bag

La svolta della doggy bag

Chi negli ultimi anni non ha sentito parlare della svolta della doggy bag. Forse qualcuno di voi, più avverso alle lingue straniere, si sta domandando cosa sia. La doggy bag, letteralmente significa la busta per il cane. Ovvero, gli avanzi di cibo che dal ristorante o da casa di amici dove siamo stati a cena, ci riportiamo a casa per evitare che si butti il cibo avanzato.

Il suo nome così caratterizzante della pratica nasce proprio perché all’inizio, le persone per pudore si vergognavano a chiedere di riportare il cibo avanzato a casa. E la scusa più utilizzata era “se tu devi buttarlo lo porto a casa per il cane.”

Questa usanza era molto praticata negli anni ottanta. Poi successivamente abbiamo perso questa abitudine, e tutto ciò che avanza è buttato via.

Ormai sono un po’ di anni però che sta tornando “di moda” uscire dal ristorante con la doggy bag.

Ma perché parliamo della svolta della doggy bag? Perché ci siamo resi conto che gli sprechi alimentari negli ultimi decenni sono diventati veramente tanti e sono oggi un problema etico e ambientale.

Un problema che, fortunatamente, inizia ad interessare la classe politica. Pochi giorni fa, il 10 gennaio, due deputati di Forza Italia, Giandiego Gatta e Paolo Barella hanno fatto una proposta di legge. Ovvero, rendere obbligatoria la doggy bag.

A regolarizzare questa usanza sono già diversi Paesi. In Francia è diventata legge nel 2016.

In Italia, ad oggi, 4 cittadini su 10 già la richiedono. Ma come sempre non è facile, ne educare i clienti a nuove “abitudini” e neanche scrivere una legge che possa essere “giusta” per tutti, sia i ristoratori che i clienti.

Infatti, le domande che si fanno in questi giorni gli utenti sono molteplici, ed alcune anche molto importanti: noi ne abbiamo individuata qualcuna.

Partendo dal presupposto che tutto ciò che serve per evitare gli sprechi alimentari è da ritenersi un’ottima cosa. Però ci domandiamo: se io non finisco la mia cena perché non l’ho gradita perché non rientra nel mio gusto, devo portarla via comunque? Quindi questo cibo non è buttato dal ristorante ma dai clienti? Questo è un dubbio lecito. Però c’è da dire che magari se non viviamo soli e a noi quel cibo non piace ma a qualcun altro della famiglia sì, allora è più facile.

Chi dovrà occuparsi del reperire i contenitori dove poter poi mettere il cibo rimasto? Questa è una domanda lecita, infatti molti ristoratori se lo sono posta questa domanda, sostenendo anche che potrebbe diventare un costo eccessivo da sostenere. Ed è per questo che nella stesura della legge si potrebbe prevedere che i contenitori si possano portare da casa.

Secondo me, però, la cosa su cui bisogna riflettere è la sanzione che viene applicata nel caso in cui i clienti si rifiutino di portare a casa gli avanzi. Una multa da 125€ che non vuole essere punitiva ma educativa. E forse mi viene da pensare che sia eccessiva. E poi la de-responsabilizzazione del ristoratore nel momento in cui il cibo esce dal locale. Perché se quello stesso cibo è uscito dal ristorante e viene contaminato creando problemi di salute il ristoratore non deve di sicuro pagare lui i danni.

I due deputati così giustificano la necessità di questa legge: “L’obiettivo della proposta di legge sulla Doggy bag – spiega Gatta – è quello di contribuire a contrastare lo spreco alimentare, uno degli obiettivi fissati nell’Agenda Onu 2030. In Italia, secondo i dati della Fondazione Bdfn, ognuno di noi spreca 65 chili di cibo pro-capite l’anno, per comportamenti sbagliati nel consumo, in casa e al ristorante“.

Quindi, giusto pensare a contenere gli sprechi alimentari, ma farlo con coscienza cercando di tutelare il più possibile sia il cliente, ma anche il ristoratore.

#ostinatamenteottimista

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Laura Cardilli

Laureata in Sociologia, indirizzo Comunicazione e Mass media, da sempre mette al centro della sua vita proprio la comunicazione sotto tutti i suoi aspetti. Durante l’università prende il tesserino da giornalista pubblicista collaborando con due giornali romani, per molti anni solo la carta stampata le regala la gioia della professione di giornalista, poi, grazie ad un laboratorio di comunicazione incontra quella che per molti anni è stata la sua grande passione, la radio, per diversi anni ne è stata redattrice e anche speaker. La prima formazione è stata quella sportiva, calcio e tennis soprattutto, ma poi soprattutto attualità è stata autrice anche di alcune sue rubriche. Per molti anni abbandona le scene del giornalismo e lavora per una grande azienda italiana sempre nella comunicazione esterna. All’attivo ha la pubblicazione di un suo libro “L’eterna rincorsa” e la pubblicazione di qualche poesia. Appassionata di social media si definisce un’ironia e sarcastica…non sempre compresa. Dopo un po’ di tempo e tanta mancanza decide di riprendere a scrivere per Distanti ma unite. Il suo hashtag è #ostinatamenteottimista perché sostiene che niente e nessuno potrà farle vedere quel mezzo bicchiere vuoto.

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