L’aurea mediocritas di Orazio nella società della performance
In una società che misura il valore delle persone attraverso i risultati, l’aurea mediocritas di Orazio torna a essere un principio sorprendentemente attuale: un invito a perseguire l’eccellenza senza diventarne schiavi.
Durante la sessione d’esami, i corridoi dell’università sembrano trasformarsi in piste di atletica. Tra colleghi non ci si chiede più: «Che cosa hai imparato?», ma: «Quanti esami ti mancano?», «Che media hai?», «Quando ti laurei?». Lo studio, che dovrebbe essere uno strumento di crescita e realizzazione, sta diventando sempre più un indicatore del proprio valore personale.
La “società della performance” ha trasformato ogni aspetto della vita in una competizione continua, nella quale a contare non sono il percorso e l’evoluzione individuale, ma i risultati espressi in termini di voti e velocità di carriera.
L’università finisce così per assumere i connotati di una gara, più che di un percorso di formazione, generando stress e un confronto continuo tra gli studenti. Diventa sempre più raro stringere amicizie tra compagni di corso basate sullo scambio e sul sostegno reciproco. Le persone sedute accanto a noi in aula si trasformano in avversari da battere sul tempo.
In questo contesto acquista più che mai valore il concetto di aurea mediocritas, espresso dal celebre poeta latino Orazio:
Auream quisquis mediocritatem
diligit, tutus caret obsoleti
sordibus tecti, caret invidenda
sobrius aula.— Odi, II, 10
In questi versi Orazio non invita ad accontentarsi, ma a sottrarsi agli estremi: «Chiunque ama la dorata via di mezzo vive al sicuro: evita sia lo squallore di una casa cadente, sia il palazzo che suscita invidia».
Ricondotto alla nostra riflessione sul mondo accademico, questo concetto mostra come studiare con passione e dedizione sia certamente positivo, mentre farlo sacrificando la salute, le amicizie e la serenità rappresenti un eccesso pericoloso. La mediocritas oraziana non assume, dunque, il significato moderno di “mediocrità”, ma indica quella misura che è sempre opportuno rispettare per raggiungere i propri obiettivi senza lasciare da parte la vita.
Orazio osserva anche come gli alberi più alti siano colpiti più frequentemente dal vento:
Saepius ventis agitatur ingens pinus.
Più spesso l’alto pino è scosso dai venti.
Si tratta di una metafora estremamente attuale: più costruiamo la nostra identità sul rendimento, più diventiamo fragili di fronte a un fallimento. Uno studente che prende 23 a un esame non pensa: «Ho ottenuto un voto discreto», ma: «Valgo meno». È proprio qui che risiede la differenza fondamentale.
Si rende quindi più che mai necessario distinguere tra eccellenza ed eccellentismo: la prima consiste nel desiderio di migliorarsi; il secondo nel sentirsi obbligati a essere sempre i migliori. È così che lo studio smette di essere un mezzo di crescita personale e diventa una misura del proprio valore umano. Questo non può e non deve accadere.
Noi studenti rischiamo di perdere la visione d’insieme: nel lavoro e nella vita non contano soltanto le valutazioni numeriche, ma anche molti altri valori e competenze — le cosiddette soft skills — che devono essere coltivati per diventare bravi esseri umani prima ancora che bravi professionisti.
È tuttavia importante evitare un equivoco. Aurea mediocritas non significa “non avere ambizioni”, ma “non permettere alle proprie ambizioni di divorarci”. Per Orazio, il problema non è salire in alto, ma dimenticare di vivere mentre si sale.
I versi di Orazio esprimono il valore fondamentale della misura, che permea l’intera cultura classica. Ne troviamo un esempio anche nel pensiero del filosofo greco Aristotele, secondo il quale:
Ἡ ἀρετὴ μεσότης τις ἐστίν
La virtù consiste in una forma di giusto mezzo.
ll “giusto mezzo” non coincide necessariamente con una media matematica. Il coraggio, per esempio, è il punto di equilibrio tra la codardia e la temerarietà. Allo stesso modo, lo studio trova la propria misura tra il disinteresse e l’ossessione.
Nella società in cui viviamo, dominata da aspettative e pressioni, la misura diventa fondamentale. Non dobbiamo lasciare che i titoli di giornale che celebrano imprese eccezionali — «Si laurea in Medicina in soli tre anni!» — diventino lo standard al quale sentirci obbligati a conformarci.
Per queste ragioni, l’aurea mediocritas di Orazio non è un elogio della mediocrità, ma della libertà.
Libertà di studiare senza essere schiavi del voto, di ambire senza identificarsi con il successo.
Libertà di accettare che il percorso universitario non misuri il valore di una persona.
Forse il messaggio più attuale di Orazio è proprio questo: una vita riuscita non è quella che accumula il maggior numero di riconoscimenti, ma quella che riesce a mantenere un equilibrio tra impegno e umanità. In un’epoca in cui tutto sembra spingerci verso gli estremi, la “dorata via di mezzo” non è un invito al compromesso, ma un autentico atto di coraggio.
di Ilaria Ottolini
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Un tema davvero interessante, perché oggi sembra che fermarsi un attimo sia quasi un errore. L’idea dell’aurea mediocritas di Orazio ricorda invece che il valore di una persona non dipende solo da risultati, voti o obiettivi raggiunti, ma anche dall’equilibrio con cui affronta il percorso.
Impegnarsi è importante, ma senza trasformare ogni esperienza in una gara continua. A volte trovare il giusto ritmo permette di vivere meglio, imparare di più e mantenere spazio per relazioni e passioni. Anche nel mondo digitale è utile scegliere con consapevolezza le proprie attività e i propri momenti di svago, come può accadere visitando https://boomerangbet-ita.com/. L’equilibrio resta una delle forme più moderne di successo.