Avere cura di sé stessi: un viaggio tra corpo, mente e anima
Come e perché ci si prende cura di sé stessi?
In principio sorge una domanda spontanea: perché sentiamo il bisogno di prenderci cura di noi stessi? Su questo punto si potrebbero aprire ampie riflessioni filosofiche sul tempo a nostra disposizione e sulla sua gestione. Considerata la nostra natura transitoria, si potrebbe quasi ipotizzare che dedicarsi alla “self care” sia superfluo, dato che il nostro passaggio su questa terra è destinato a finire. Tuttavia, sono convinto che sia proprio questa consapevolezza a doverci spronare a vivere pienamente, onorando la nostra esistenza.
Dunque, se mi chiedessero “perché ti prendi cura di te?”, la mia risposta sarebbe questa: per tendere alla versione migliore di me stesso ed essere soddisfatto di ciò che ho realizzato e di ciò che faccio ogni giorno.
Corpo e salute
Un presupposto essenziale per vivere in armonia è, senza dubbio, la salute. Non parlo da esperto in ambito medico, ma ritengo fondamentali alcuni punti fermi come: un’alimentazione equilibrata, l’attività fisica e la prevenzione, poiché è un dato di fatto che prevenire sia meglio che curare.
Entrando in una dimensione più introspettiva, trovo lecita una domanda: perché ci ostiniamo a preservare la salute se essa diventa l’unico pensiero fisso? Personalmente credo che l’obiettivo sia mantenersi sani per potersi anche concedere dei piaceri. Perché si può sprecare il tempo facendo sport e mangiando sano tanto quanto mangiare e bere male troppo spesso. La cosa più importante è avere la capacità di capire quando dire “basta” per godersi una merita pausa. Perché sennò che ci alleniamo a fare?
Sano è bello
Accanto alla salute, è naturale considerare anche l’aspetto estetico. Nonostante i diversi punti di vista, l’estetica influenza inevitabilmente la nostra percezione iniziale. Succede ogni volta che incontriamo per la prima volta una persona. Su questo tema suggerisco due riflessioni. La prima è pragmatica: è necessario cercare di presentare un’immagine curata e decorosa, “accettabile”. Parlo di abitudini essenziali come l’igiene personale, la skincare e la scelta di un abbigliamento consono.
La seconda riflessione è, per me, di fondamentale importanza: dovremmo impegnarci a comprendere le persone per la loro vera essenza, senza fermarci solo alla superficie. Questo approccio riguarda l’aspetto fisico, ma anche le differenze di genere. Spesso un medesimo comportamento viene giudicato diversamente se compiuto da un uomo o da una donna. A mio avviso, la “self care” risiede anche in questo: nello sforzo di valutare gli altri per il loro valore interiore, pur riconoscendo l’importanza di curare la propria immagine.
Un esempio significativo è quello di un’artista a cui sono molto legato: Annalisa. La cantautrice ligure può colpire per un’estetica accattivante, ma se ci si sforzasse di guardare oltre la superficie, si scoprirebbero le numerose sfaccettature del suo carattere e la cura meticolosa che dedica al suo lavoro.
Mente e cuore
Naturalmente, oltre alla dimensione fisica esiste quella interiore. Sebbene sia meno immediato capire come nutrirla, la necessità di una cura emotiva è immensa. Pur non essendo uno psicologo, posso parlare sulla base della mia (poca) esperienza.
Cosa significa, dunque, tutelare la propria stabilità mentale ed emotiva?
Certamente implica il raggiungimento di un certo grado di serenità e soddisfazione, l’essere in qualche modo felici e soddisfatti. Purtroppo non sempre abbiamo il controllo sugli eventi; talvolta la vita ci pone di fronte a circostanze più grandi di noi. Ma dobbiamo soffrire per sempre? A mio parere, no.
Una volta elaborato il dolore, è logorante trascinarsi ansie e paure quotidianamente. Bisogna risalire dal buio, magari affidandosi a un aiuto psicologico professionale o semplicemente a una chiacchierata con gli amici, coltivando una passione o intrattenendoci (magari con contenuti divulgativi che possano arricchirci).
Dobbiamo semplicemente provare a vivere, perché se restiamo prigionieri della paura del futuro, non vivremo mai realmente. In questo senso, la musica e la letteratura offrono spunti infiniti. Pensiamo a “L’attimo fuggente” (1989), che ci invita a “succhiare il midollo della vita” o ci ricorda che la nostra “coperta” non sarà mai abbastanza lunga. Il messaggio, nella mia interpretazione, è che la ricerca ossessiva della perfezione è vana: non la raggiungeremo mai, o almeno noi non saremo in grado di accorgercene.
Dovremmo smettere di cercare di rendere tutto perfetto o inseguire un ideale irraggiungibile per concentrarci su ciò che ci fa stare bene e sui nostri sogni. Cadere e sbagliare è inevitabile, ciò che conta è la capacità di rialzarsi più forti. Anche lo sport è maestro in questo: come tifoso rossonero, ricordo la finale di Champions League del 2005 a Istanbul contro il Liverpool persa in modo incredibile, seguita dalla vittoria contro il medesimo avversario due anni dopo; una vera rinascita.
Anche la quotidianità ci offre esempi preziosi. Ammiro molto una frase di Vivian Greene: “Life isn’t about waiting for the storm to pass, it’s about learning to dance in the rain” (La vita non è aspettare che passi la tempesta, ma imparare a ballare sotto la pioggia).
In conclusione, ritengo che prendersi cura di sé stessi risieda nella somma di queste esperienze: vivere con intensità, apprendere costantemente e tendere a essere la versione migliore di noi stessi, senza mai dimenticare di apprezzare il valore del viaggio. Per citare nuovamente Annalisa in “Bye Bye” (2018): “Quello che conta è il viaggio ma, quello che conta di più, è sapere dove si va”.
di Carmine Ciminelli
