Mostrare i denti con un sorriso

Pubblicato da Sabrina Villa il

Cinque anni di vita e una malattia oncologica. Giorni di ricoveri in ospedale. Ore di terapie da sopportare. Innumerevoli visite e cure. Non più giochi e amici ma momenti scanditi da farmaci e trattamenti. I capelli cadono e il viso diventa un po’ gonfio. Lui, o lei, però continua a essere un bambino di cinque anni. La malattia non ha bloccato i suoi sogni. Ha ancora voglia di diventare grande. Vuole giocare, divertirsi, crescere. Essere felice e mostrare i denti con un sorriso.

Tutti i bambini devono poter diventar grandi e sconfiggere anche le malattie. In questo crede Soleterre Onlus, l’associazione che si occupa di garantire il diritto alla salute e alla vita dei bambini e degli adolescenti malati di tumore. Daniele Garbo, storico giornalista Mediaset e uno dei volti più apprezzati del panorama giornalistico nazionale, ha pubblicato il suo primo libro. Il ricavato delle proprie spettanze sarà totalmente devoluto in beneficenza per l’appunto a Soleterre.

Un inviato poco speciale è il titolo della fatica letteraria di Daniele, che ha raccolto e raccontato i suoi anni di giornalismo.

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Scorrendo le pagine si incontrano personaggi famosissimi, episodi inediti, riflessioni, ironia e sorrisi.

Il modo migliore di mostrare i denti è con un sorriso


HENRY VALENTINE MILLER

L’idea di scrivere mi era già venuta quando sono andato in pensione, cinque anni fa. Ho anche tirato giù una scaletta di massima. Poi ho buttato via tutto. Nel periodo del lockdown però è scattato qualcosa. Costretto in casa come tutti, dopo essermi dedicato alla rilettura di molti libri tra cui i thriller, il mio genere preferito, e essermi dato alla ginnastica e al pilates, a un certo punto è esplosa la voglia di scrivere.

Daniele con questo spirito scrive quello che sarebbe stato il primo capitolo. Week end a casa Gheddafi. Una sorta di sequestro di persona durato tre giorni in Libia. Un viaggio iniziato come una semplice partenza per un’intervista.

Nel 1999 a campionato finito ricevo una telefonata da un certo Massimo, per conto del Governo Libico per volare in Libia a fare un’intervista a Gabriel Omar Batistuta. Paghiamo tutto noi – mi dicono – per lei e la troupe. D’accordo col mio Direttore decidiamo di andare. Solo un mese prima era caduto l’embargo verso la Libia. Ci fanno avere in pochissimo tempo il visto. Pronti per partire, all’appuntamento a Fiumicino ci ritroviamo insieme a un piastrellista e un tappezziere, incaricati di allestire la sala d’aspetto di Gheddafi. Nessuna traccia del giocatore argentino che avrei dovuto intervistare.

Comincia in questo modo un’avventura tra l’assurdo e il tragicomico.

Mostrare i denti con un sorriso

L’aereo con cui voliamo era impolverato con un odore forte di muffa. Molto rassicurante. Riusciamo malgrado tutto ad atterrare a Tripoli. Dall’aeroporto ci conducono al nostro albergo. Batistuta ancora non si vede. Si palesano invece altre due figure che si presentano come il Presidente dei giornalisti sportivi libici e il Presidente del Comitato Olimpico Nazionale. Passano le ore, si fa una certa. Andiamo a cena. Alle 23.00, mentre sto per addentare il dolce arriva il fantomatico Presidente dei giornalisti che ci comunica che dovevamo partire immediatamente.

La destinazione era Sirte, la città di Gheddafi. Una località che si trova solo a 450 Km di distanza da Tripoli. Centinaia di chilometri da percorrere di notte, spostandosi su una strada camionabile, costruita da Mussolini. Un altro viaggio rilassante.

Tra cellulare senza campo e caldo torrido perfino alle 5.30 del mattino, stremati da un viaggio inconcepibile e paradossale Daniele e i suoi colleghi arrivano finalmente a Sirte e al loro albergo, concedendosi il meritato riposo.

Mi sveglio alle 11.30 e vado a fare colazione. Quasi non credo ai miei occhi. Mi appare proprio lui: Batistuta! Ci salutiamo e gli chiedo quando possiamo fare l’intervista per cui ero partito dall’Italia. E lui invece di darmi una risposta, vagheggia e va via. A questo punto non capendo quello che sta succedendo, chiamo il famoso Massimo, colui che mi aveva contattato da principio proponendomi viaggio e il lavoro da fare. E anche lui non mi rassicura. Io non posso fare più nulla – mi dice – siete nel mani del governo libico.

Passano altre ore senza alcuna notizia. Daniele e i colleghi impiegano il tempo tra il pranzo, una passeggiata e una tenda berbera.

Dopo un po’ si manifesta di nuovo il Presidente dei giornalisti che, insieme a a due Range Rover blindate, accompagna i nostri eroi in un altro luogo.

Ci portano in un compound di proprietà di Gheddafi. L’affaccio era sul mare, uno scenario dai colori meravigliosi. Ci fanno accomodare. Aspettiamo. Niente, nessuno ci dice nulla. Esco a prendere aria. E trovo Saadi Gheddafi insieme a Gabriel Omar Batistuta, entrambi in costume, che rientravano dalla piscina. Chiedo quindi di nuovo notizie e il calciatore argentino a quel punto mi risponde perentoriamente “non facciamo nessuna intervista”.

Lo stupore della risposta lascia presto spazio alle assurdità che stavano ancora per accadere. La giostra infatti girerà ancora per un po’ tra interpreti, Mediaset, l’odissea verso Tripoli, altre ore e giorni passati in Libia. Infine il rilascio e il ritorno in Italia. Un racconto spassoso che narra anche uno spaccato di giornalismo, di calcio e di storia di quegli anni.

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Saadi Gheddafi. Nato a Tripoli (Libia) il 25 maggio 1973. Terzo figlio del dittatore libico Mu’ammar Gheddafi. Nel 1993 si allena con la Lazio a Tor di Quinto. Nel Dicembre 2002 raggiunge un accordo attraverso la società “Blue Eleven” che gestisce il merchandising della Lazio. L’accordo non avrà poi seguito. Impegnato in politica è stato un grande appassionato di calcio. Calciatore professionista Inizialmente milita nella squadra libica dell’ Al-Ittihad, per poi passare nella stagione 2003/04 al Perugia in Serie A. Con gli umbri gioca una sola gara in campionato. Positivo ad un controllo antidoping dopo la partita Perugia-Reggina viene squalificato 3 mesi. Nella stagione 2005/06 gioca nell’Udinese (1 presenza) e l’anno successivo è alla Sampdoria (nessuna gara). E’ stato presidente della Federazione Libica di calcio e capitano della Nazionale.

Daniele ha fatto leggere quel primo racconto a persone di cui si fidava. Ricevendone complimenti e incoraggiamenti si è convinto a continuare, mettendo su carta altri ricordi della sua vita, quella di un reporter in prima linea, passata a raccontare i campi di calcio e di tennis. Episodi, aneddoti ma soprattutto persone.

Come il ritratto di Cesare Romiti.

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Lui Romano e romanista. Diviso tra la moglie e l’amante come definiva le sue due squadre di calcio, la Juventus f.c. e la as Roma.

Quarant’anni da inviato. Situazioni curiose in giro per il mondo. Personaggi incontrati lungo il suo cammino. Momenti di cui è stato testimone e protagonista. Tutto riportato con la sua vena ironica.

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Ad esempio il giorno trascorso con Mike Tyson.

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Il mio Direttore di allora mi rivela che Tyson è ospite di Berlusconi e che non ha mai visitato Roma. L’idea è quella di portarlo in giro, fare delle riprese con l’operatore e poi regalargli il girato. Accetto, non sapendo che sarà un’altra esperienza incredibile.

L’arrivo in aeroporto del campione, il giro per Roma come in vacanze romane, la ressa a Piazza di Spagna per un autografo e il furto di un portafogli. Il saluto per quello che doveva essere un commiato. Tyson rifiutato a cena all’hotel Hassler a causa di un paio di jeans e una maglietta. L’amatriciana a Trastevere. Questo e altro in un racconto da leggere tutto d’un fiato. Un toccasana per il buonumore.

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Mostrare i denti con un sorriso

Sfogliando le pagine del libro si riescono a immaginare le situazioni e i luoghi descritti. E allo stesso tempo ci si diverte. E sappiamo quanto faccia bene ridere. Ne abbiamo tutti un gran bisogno in questo 2020.

Il miglior requisito per riposare la mente è fare ogni tanto una bella risata.

S. Tommaso d’Aquino

La prefazione del libro è a cura di Riccardo Cucchi, giornalista Rai e indimenticabile voce di Tutto il Calcio Minuto per Minuto, che presenta in questi termini l’opera di Daniele:

C’è una caratteristica della personalità di Daniele Garbo che ho sempre apprezzato: l’ironia. Averne è segno di grande sensibilità. E intelligenza. Direi di più: modestia. Perché ironizzare, anche su se stessi, significa non prendersi troppo sul serio. E forse non prendere troppo sul serio nemmeno il nostro lavoro. Che non vuol dire, però, non saperlo fare bene. Daniele conferma la sua vis ironica anche nella scelta del titolo. Non c’è niente di più epico, nel lavoro del giornalista, che il ruolo di “inviato speciale”.

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Mostrare i denti con un sorriso

Leggerete voi stessi e leggendo scoprirete con quale leggerezza si possono raccontare fatti speciali, in alcuni casi paradossali in altri perfino spassosi, con la sorpresa che hanno occhi curiosi e appassionati di vita, personaggi, sport. Perché se c’è una cosa che non può mai mancare, un ingrediente essenziale per fare il lavoro di giornalista, ebbene questa è la curiosità. E’ la molla che ci spinge ad indagare, cercare, porsi e porre domande. Perché i primi a volere delle risposte devono essere i giornalisti. E quelle risposte saranno utili ai lettori, ascoltatori, telespettatori. Utili a formarsi una opinione sui fatti raccontati. 

Una professione quella del giornalista che oggi vive una grande crisi.

Una crisi economica che si ripercuote su più ambiti. Se paghi un pezzo sette euro avrai un articolo da sette euro. Poi internet ha aiutato tanto per la diffusione delle notizie ma ha anche fatto proliferare gente improvvisata e impreparata, dequalificando molto la professione. La ricerca spasmodica dello scoop ha fatto il resto. Il collega è concepito come un nemico. Mentre per me non è mai stato così. La professione è sempre stata altro. Riccardo Cucchi nella prefazione al mio libro lo descrive bene:

Lavoravamo per due grandi aziende concorrenti, Mediaset e Rai. E naturalmente davamo tutti noi stessi per fare al meglio il nostro lavoro, nell’interesse di chi vedeva e sentiva e anche dei nostri editori, ovviamente. Noi però non eravamo concorrenti. E se uno di noi aveva la notizia la condivideva con l’altro. Perché tra colleghi ci si aiuta.

Un signore, Daniele Garbo, del giornalismo e nella vita. Un inviato molto speciale che esplora tra i suoi ricordi, mettendone a fuoco anche i particolari e donandoci una parte di se stesso.

Una volta terminato di scrivere tutto, ho cercato di capire come pubblicarlo. Volevo farne delle copie da poter regalare, nulla di più. Mi era venuta l’idea del selfpublishing. L’ho fatto leggere a vari editori, anche importanti. C’è stato chi non mi ha risposto, uno che ha detto che non se ne parlava prima di un anno, un altro che dovevo pagare. Insomma ero un po’ sfiduciato.

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Poi inaspettatamente attraverso Le bombe di Vlad, di cui sono orgogliosamente direttore editoriale, vengo messo in contatto con una casa editrice a cui devo il mio più grande ringraziamento. 2000diciassette edizioni e la sua proprietaria Maria Pia Selvaggio, che hanno accettato la sfida di questa pubblicazione.

Una volontà indomita quella di Daniele, grazie alla quale è arrivato lontano e che ancora oggi non lo fa fermare. Gli occhi e la mente sono rivolti sempre al prossimo obiettivo.

Ho avuto fegato, ho avuto la gloria, sono andato lontano, ora non mi fermerò

Eye of the Tiger– Survivor


Una volta arrivato l’accordo con la casa editrice, bisognava decidere la foto di copertina del libro.

L’intuizione è stata di Guido Del Turco ma è stata scattata da mia moglie il giorno di Ferragosto. A Roma, fuori gli studi Mediaset del Centro Palatino.

Una raccolta di varia umanità è quella che si trova descritta in Un inviato poco speciale. Da tutti i punti di vista. Anche perché il ricavato di Daniele verrà devoluto in beneficenza a Soleterre Onlus per il Programma Internazionale per l’Oncologia Pediatrica. Ogni anno il cancro colpisce più di 160 mila bambini e ne uccide circa 90 mila. Il Programma Internazionale si pone l’obiettivo principale di migliorare la qualità della vita e difendere il diritto alla salute e alla vita dei bambini malati di cancro e dei loro familiari. Sarebbe un mondo meraviglioso quello in cui ognuno di noi potesse far nascere sorrisi sui volti dei bambini.

Leggere un libro, uno spaccato di storia vista attraverso lo sport e l’ironia, divertirsi e nel frattempo contribuire a dare una speranza e sogni ai bambini malati e alle loro famiglie. Anche una piccola donazione può avere un grande valore.

Il senso morale di una società si misura su ciò che fa per i suoi bambini.

DIETRICH BONHOEFFER

Sabrina Villa

Per Vasco “Cambiare il mondo è quasi impossibile -Si può cambiare solo se stessi - Sembra poco ma se ci riuscissi - Faresti la rivoluzione” . Ecco, in questo lungo periodo di quarantena, molti di noi hanno dovuto imparare nuovi modi, di stare in casa, di comunicare, di esternare i propri sentimenti. Cambiare noi stessi per modificare quello che ci circonda. Tutto si è fermato, in attesa del pronti via, per riallacciare i fili, lì dove si erano interrotti. I pensieri hanno corso liberamente a sogni e desideri, riflessioni e immagini e, con la mente libera, hanno elaborato anche nuovi modi di esternazione e rappresentazione dell’attualità. Questa è la mia rubrica e io sono Sabrina Villa. Nata a Roma e innamorata della mia città. Sono un'eclettica per definizione: architettura, pittura, teatro, cucina, sport, calcio, libri. Mi appassiona tutto. E' stato così anche nel giornalismo, non c'è ambito che non abbia toccato. Ogni settore ha la sua attrattiva. Mi sono cimentata in tv, radio, carta stampata. Oggi, come al solito, mi occupo di tante cose insieme: eventi, comunicazione, organizzazione. La mente è sempre in un irriducibile movimento.

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