La leggenda del piccione viaggiatore

La leggenda del piccione viaggiatore

Quando il covid obbliga alla chiusura e la positività costringe all’isolamento, allora è possibile che la mente arrivi a concepire l’impossibile. Il racconto che andrete a leggere appartiene già al mito. Viaggia a cavallo dei millenni. Tra storia e fantasia. E’ la leggenda del piccione viaggiatore.

Lui è Johnny E’  un viaggiatore di epoche. Si muove tra passato, presente e futuro.

Un lavoratore instancabile. Negli anni trascorsi si occupava del centro smistamento lettere. E “piccionamente” recapitava a becco le missive degli innamorati, divisi dal tempo e dallo spazio.

Eh sì. Erano altri tempi. C’era la guerra.

I soldati che bramavano comunicare con la propria amata avevano un compito non semplice. Non esistendo smartphone, selfie e storie su Instagram, dovevano procurasi una macchina fotografica, farsi la foto e trovare un fotografo che sviluppasse l’immagine. E poi, fra una sparatoria e l’altra, attendere giorni per andare a ritirare la foto. Sfidare anche la pioggia per arrivare all’ufficio postale. Attendere pazientemente in fila il proprio turno e finalmente spedire la lettera, e la foto ovviamente. Per ultimo, la cosa fondamentale, era obbligatorio incrociare le dita.

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Insomma non era agevole essere innamorati. Molti rinunciavano in partenza.

Le  donne, in pena non avendo notizie del proprio uomo per molti giorni, erano convinte che l’amato le stesse tradendo e cadevano in depressione. Le famiglie, addolorate e distrutte, non sapevano che fine avesse fatto il proprio figlio/a, fratello/a … Vabbè avete capito.

Comunque le storie d’amore finivano prima di cominciare.

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La leggenda del piccione viaggiatore

Un giorno Johnny, mentre consegnava al suo vice una lettera da inviare, per errore l’aprì con un’unghiata. La missiva proveniva dalla Sig.ra Geltrude ed era diretta a Frankye, il marito da lei accusato d’infedeltà. Nella lettera si leggeva:

“Caro Marito, sono mesi che sei partito per la guerra fredda e noi qui al caldo non abbiamo mai avuto notizie. Ho provato a scriverti più e più volte ma non trovando piuma e calamaio ho gettato la spugna. Ti scrivo quest’ultima volta per dirti che se anche adesso non avrò risposta immediata da te, tu non vedrai mai più i tuoi figli Patt e Harrison. Non vorrei mai che il silenzio sia dovuto a un tuo tradimento con qualche donna di facili costumi, una scostumata. Aspetto tue notizie mio caro forse ex amato. P.S. Il cappotto l’hai lasciato sul divano! Ti avevo detto di coprirti dato che era una guerra fredda, potresti restare freddato. Quando torni lo devi mettere al suo posto. P.S.2 Il calamaio e la piuma non li ho mai ritrovati, ma hanno aperto un Tiger sotto casa e vendono un sacco di penne colorate. A presto tua, forse, Geltrude”.

Johnny non poté resistere. Preso da spirito di fratellanza maschile, consegnò la lettera immediatamente al maritozzo, che infedele lo era sul serio. Si prese l’incarico di installare un set fotografico degno di nota, scattò due foto a Frankye con il quale si era messo d’accordo poco prima. Il soldato veniva ritratto come un grande eroe, mentre salvava la vita a un bambino e contemporaneamente disinnescava una mina. Le foto furono scattate con una polaroid e dunque sviluppate immediatamente.

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La leggenda del piccione viaggiatore

Johnny  consegnò le immagini “di picciona” a Geltrude. La donna ne rimase molto colpita. Anche per il servizio più che rapido. E così la donna diede ben 5 stelle alla compagnia!

A quel punto al nostro pennuto venne l’idea straordinaria di aprire una società. Si rivolgeva a tutti i soldati in guerra che avevano bisogno di selfie istantanei, con consegna ai propri cari nel giro di 24/48 ore.

Insieme ad alcuni suoi amici piccioni, Johnny fondò la “Piccion de Mammet e Muglier” . Dal francese: il piccione viaggiatore delle mamme e delle mogli.

Viaggiò in Italia e nel mondo. A Milano qualcuno lo intervistò e divenne famoso su Instagram.

Tutto filò liscio fino agli inizi del 2000.

Poi arrivò la crisi finanziaria, da cui fu difficile uscire. Con l’avvento delle tecnologie più avanzate i piccioni viaggiatori non servivano più.

Una sera, in preda alla disperazione e in balia dei fumi dell’alcol, mentre sorvolava sul mar ionio cadde su un peschereccio. Cinque pescatori si presero cura del povero piccolo pennuto indifeso. Trascorse così in convalescenza molto tempo in quella terra della Puglia.

Johnny in quel periodo instaurò un bel legame con Ugo, il gabbiano del molo. Un tipo poco loquace che amava per lo più mangiare abitanti delle fogne e fare i propri bisogni sulla testa della gente che passeggiava sul lungo mare. Tutte tecniche che insegnò anche a Johnny.

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La leggenda del piccione viaggiatore

I marinai erano gentili col piccione. Gli davano un tetto dove ripararsi e del cibo con cui sfamarsi. Lui era goloso delle orecchiette con le cime di rapa e ne mangiava a volontà. Nel tempo libero adorava sorvolare sui trulli. Sembrava davvero felice. Forse la sua vita aveva preso una bella svolta e sarebbe migliorata di giorno in giorno. Sognava di costruire un’imbarcazione tutta sua e partire per viaggi inenarrabili con il suo nuovo amico Ugo.

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La leggenda del piccione viaggiatore

Poi accadde l’impensabile.

Il 4 novembre 2000 Johnny si trovava ad una festa, organizzata da marinai di ogni tipo, pescatori e signorine. Dopo qualche bicchierino di troppo, su richiesta di Ugo, si mise a raccontare del passato e delle missioni durante la guerra.

“Niente… stavo facendo i soldi, tutto andava bene con la Piccion de mammet e muglier, fin quan….”. Johnny non fece in tempo a finire la frase che venne tramortito da almeno otto cazzotoni sul becco.

La mattina seguente si svegliò spennato e appeso a testa in giù. Capì che pronunciare quelle parole in Puglia avevano creato dei “qui pro quo”, ma quello andava bene per le papere, lui era solo un piccione e non si sarebbe salvato.

Provò più volte a spiegare ai sui aguzzini che c’era stato un malinteso, ma niente. Lo volevano torturare e poi farlo al forno.

Arrivò dicembre. Il freddo e il gelo di una mattina d’inverno. L’amicizia col fidato gabbiano non si era raggelata però.

In un momento di distrazione delle guardie armate, Ugo si intrufolò nella stanza dove veniva detenuto il povero Johnny. Voleva salvarlo. Purtroppo la corda che teneva legate le zampe del mal capitato piccione era di canapa. Ugo odiava la canapa. Decise allora di tranciare con un colpo di becco una delle zampette di Johnny. Prese coraggio e lo fece, lo liberò. Dopo questa amputazione quasi perfetta i due si abbracciarono e volarono verso la libertà. Con un volo low-cost però, perché il piccione era provato dai giorni di tortura e dal taglio della zampa. I due amici si imbarcarono alla volta di Roma.

Ugo e Johnny trascorsero insieme venti anni.

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Passò del tempo e poi Ugo il gabbiano morì. L’autopsia rivelò che la causa del decesso fu aver ingerito per errore un ratto di Trastevere, che a sua volta aveva mangiato per sbaglio un pezzo di porchetta avariata, che sempre per sbaglio un gestore di un ristorante aveva mandato in putrefazione, lasciandolo in un magazzino fuori dal frigo durante il periodo dì lockdown di marzo. Talmente avariato da uccidere un ratto e un gabbiano…

Jonny dopo la morte del suo amico/eroe, depresso e senza più stimoli, si rifugiò in periferia. Lì conobbe altri piccioni come lui.

Oggi questo mitico piccione viaggiatore ha dei precisi obbiettivi nella sua vita: mangiare, tubare, fare i bisogni sul mio terrazzo e svegliarmi tutte le mattine.

Ti voglio bene Johnny.

Tuo,

Giuseppe Compagnino alias Peppe Compa

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