Ciao Libero, grazie per la tua sincerità

Ciao Libero, grazie per la tua sincerità

Ho iniziato a fumare a 32 anni.

In un pomeriggio qualunque, durante un’estate anonima e priva di emozioni, entrai in un tabacchi e con nonchalance chiesi gentilmente un pacchetto di Winston Blu. Non avevo contezza di quante marche esistessero, di quali fossero i costi, soprattutto se fossero di mio gusto. In testa, però, mi risuonava una canzone di Cesare Cremonini e da romantico sfigato quale ero (e sono), mi faceva impazzire l’idea di ritrovare in un cassetto la sigaretta della donna che mi aveva lasciato. Mi faceva sognare il pensiero di tirare lente boccate malinconiche, immaginando di baciarla: una sorta di eucarestia blasfema. A casa, però, ero sprovvisto sia di fidanzata che di tabacco. Intanto avrei comprato il secondo, al resto avrei pensato in seguito.

Ho iniziato a fumare così come ho preso tutte le decisioni stronze della mia vita: sostituendo al “perché?” il “perché no?”. 

La prima boccata la diedi sul divano del mio appartamento. Tapparelle abbassate e silenzio assoluto, non avevo voglia di farmi vedere dagli altri: sai le prese in giro? Ma al momento della prima ciccata nel posacenere (anche quello prontamente acquistato per l’occasione), il pensiero volò rapido ad uno dei miei film preferiti: Santa Maradona. “Cazzo – mi dissi – e ora? Non potrò più rispondere in quella maniera geniale quando qualcuno mi chiederà il motivo per cui non fumo”.

Il riferimento è chiaro: parlo della scena in cui Bartolomeo Vanzetti, Bart per tutti, spiega a una sua amica il motivo del suo mancato tabagismo.

– Io non fumo perché al cinema non si può fumare. E non potrei vedere un film senza fumare se fumassi. Quindi non fumo –

– Grazie –

– No grazie a te. Sai qual è la verità? E’ tutta la vita che aspetto di dire questa cosa e non me l’aveva mai chiesta nessuno. E guarda che è brutto avere la risposta bella pronta e nessuno che ti fa mai la domanda giusta –

Ecco, credo che l’essenza della mia generazione sia tutta in questa frase: siamo una bella risposta alla quale nessuno pone mai la domanda giusta.

Perché raccontare Libero De Rienzo non può essere che questo: raccontare una generazione. La mia.

Diciamoci la verità: la vita già è complicata. Per i ragazzi nati tra il 1980 e il 1986 ancora di più. No? Sì. I primi ad affrontare le elementari con le tre maestre invece dell’insegnante unico, i primi con l’esame di maturità trasformato in quiz stile Jerry Scotti, i primi a interagire con l’euro, con gli appuntamenti al buio presi da Internet, i primi continuamente raggiungibili attraverso i cellulari, i primi a subire le conseguenze della crisi economica del 2008, i primi a bestemmiare quando a 40 anni hanno letto che Draghi avrebbe concesso il mutuo per la casa al 100% per gli Under 35. E se avete storto la bocca leggendo il termine “ragazzi”, beh, drizzatela subito e tornate alla realtà. E’ stato il ministro Franceschini a parlare della scomparsa di Libero dichiarando: 

“Perdiamo un giovane artista”. Giovane. A 44 anni. Con decine di film sulle spalle e una carriera più che avviata. Giovane. Con una moglie e due figli piccoli di cui prendersi cura.

Noi abbiamo voluto bene a Libero De Rienzo e non per le tante ore piacevoli che ci ha regalato davanti allo schermo. Noi gli abbiamo voluto bene perché attraverso i suoi film è stato sempre sincero con noi. Non ci ha mai negato nulla. Ci ha raccontato sempre la verità. Anche la più scomoda. Ci ha mostrato, come uno specchio, ogni lato di noi: pregi e difetti.

Non importava fosse il Bart di Santa Maradona o il Dante di Andata e Ritorno. Non importava fosse il Siani di Fortapasc o l’Adrian di Sangue – La morte non esiste. Libero ci ha sempre raccontato la verità. Con il viso, la voce e l’espressione dell’amico di una vita. Che non ha bisogno di una faccia di gomma o di particolari cambiamenti fisici. Lui era sempre Libero: qualunque maschera avesse deciso di indossare. 

Libero, prima degli altri, ci ha mostrato quanto complicato fosse trovare lavoro, quanto le generazioni prima della nostra ci potessero umiliare: con i gesti e con le parole. Quanto la nostra fosse una congrega di illusi, di drogati di sogni. Studia e potrai ottenere quello che vuoi. Falso. Noi lo abbiamo fatto ma in cambio abbiamo ricevuto solo frustrazioni. E un mucchio di cambiali da firmare solo per pagare i nostri psicologi. Abbiamo studiato. Ci siamo diplomati, laureati e masterizzati eppure non è cambiato niente.

Ci siamo scoperti genitori dei nostri genitori: cannibali ingordi, capaci di mangiarsi il passato e poi il futuro. Zombie ignoranti e presuntuosi che ci pagano in spicci che utilizziamo per comprarci gocce magiche da spremerci sotto la lingua. Boomer deridenti e supponenti che dall’alto delle loro posizioni apicali o delle loro pensioni dorate (pagate da noi) ci chiedono quando avranno la possibilità di cullare un nipotino. A noi? Impossibilitati a fare figli, per riparare agli errori di chi prima di noi ha deciso di complicarci l’esistenza. E continua a farlo. Anche questo era chiarissimo nei film di Libero: la famiglia è quella che ti scegli, non quella in cui nasci. La famiglia sono gli amici, i coinquilini, i partner che ti ritrovi nel letto a sorpresa e ai quali ti doni completamente sapendo che potresti non rivederli più.

Questa è la triste verità che De Rienzo ci ha raccontato, mostrandoci diverse maniere per affrontarla: il sarcasmo di Bart, l’impegno sociale di Siani, la possibilità di partire di Dante, la capacità di fregare il sistema di Bartolomeo in Smetto quando voglio.

Ciao Libero, oggi farò l’amore. E anche più volte di quanto sarebbe necessario. Prendilo come un saluto, una maniera di riequilibrare l’universo, sciancato dopo la tua partenza. Ce lo hai insegnato te, Libero, bisognare fare l’amore affinché esista.

Credo che ormai, per quelli della mia età, non ci sia altra forma di rivoluzione.

Di resistenza. 

Gabriele Ziantoni

Libero

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