Il calcio per la vita

Il calcio per la vita

Un pallone e la strada. Esperienza, gioia e riconoscenza. Sacrificio, infortuni e dolore. Seguire le proprie passioni. Farsi attraversare da tempeste di emozioni. Una vita per il calcio. Viaggi, vittorie e record. Scudetti, trofei e tanti gol. Campionato e Coppa Italia. La maglia azzurra della Nazionale. Il pensiero di mollare e la caparbietà nel continuare. Un segno indelebile. La voglia di stare sul campo. La Hall of fame e la dirigenza. La cultura da migliorare. Una donna sempre in gioco.

Elisabetta Vignotto. Più semplicemente Betty.

Un pezzo di storia del nostro calcio. Tanto che nel 2017 è entrata proprio nella Hall of Fame del calcio italiano, il riconoscimento che celebra giocatori, allenatori, arbitri e dirigenti. Premiazione riservata a chi è stato capace di lasciare un segno indelebile, nel calcio italiano. Insieme a lei in quell’occasione c’erano anche Alessandro Del Piero, Ruud Gullit e Bruno Conti.

Betty Vignotto. Giocatrice, campionessa e dirigente. Di quel calcio femminile di cui è considerata pioniera.

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Numeri alla mano si capisce subito di chi stiamo parlando.

Betty da calciatrice è stata semplicemente una vincente.

Ha vinto 6 scudetti, 4 Coppe Italia, 5 volte la classifica dei marcatori. In Campionato, in 20 anni di carriera, ha giocato 451 partite, realizzando 467 reti. 109 le presenze in maglia azzurra con ben 107 gol segnati.

Un palmares che chiede rispetto. Ottenuto con sacrificio e volontà. Conquistato malgrado i due infortuni che allora erano considerati molto gravi. Menisco esterno nel 1975, crociato e menisco nel 1979.

Il vero vincitore non è colui che vince sempre, ma colui che perde e continua ad avere il coraggio di mettersi in gioco

Michele Acanfora

Una carriera iniziata per strada quella di Betty. Prima giocando con i suoi fratelli ed amici, poi partecipando ad alcune partite di beneficenza fra ragazze nel territorio. Una novità assoluta.

Il suo nome che viene fatto a Milano e l’ascesa inarrestabile.

Era un giorno del 1970 quando a S. Donà, dove Betty risiedeva con la sua famiglia, arrivarono da Milano la Sig.ra Rocchi, del GommaGomma, e l’allora allenatore Vincenzi, per visionarla. Un talento cristallino. Un percorso da giocatrice iniziato allora e che si è concluso moltissimi anni dopo, nel 1990. Dopo aver girato il mondo, conosciuto paesi lontani con culture diverse, dialogato con personaggi famosi e giocato in stadi templi del calcio.

Il mio calcio era tutta passione e voglia. Io ho dedicato anima e corpo a questo sport.

Gli anni 70-80 sono stati un turbine che ho vissuto in pieno. Un periodo in cui c‘era più fame rispetto ad ora. In quegli anni avevamo poco o niente. C’era tanta determinazione. Quella che appartiene a noi donne. E io devo dire di essere stata fortunata rispetto ad altre situazioni, perché la mia famiglia non mi ha mai ostacolata. Anzi. I miei genitori mi portavano da San Donà a Milano ogni giorno.

Finita la carriera di calciatrice, Betty comincia la sua seconda vita nel calcio. Nel 1994 prende la conduzione della Reggiana Femminile e dopo tanti anni di sacrifici, per rimanere in piedi e dare opportunità alle ragazze a Reggio di fare calcio, nel 2016 si lega alla società maschile del Sassuolo.

E oggi, Betty Vignotto è Presidente onorario e Brand Ambassador del Sassuolo Calcio Femminile.

Sono un po’ sui generis adesso. Perché prima ero presidente della mia Reggiana femminile e anche i tre anni di accorpamento delle due società ero ancora presidente.

Ora ho una qualifica che, devo dire, mi gratifica e posso dire che Società migliore non mi poteva capitare, ma son sempre stata molto vulcanica. E quindi, quasi quasi, ogni tanto mi viene da pensare “non c’ho niente da fare!”.

In verità vado a vedere le ragazze allenarsi quotidianamente e mi fermo un po’ con loro.

A Reggio inoltre ho due campi in gestione, dove si allena il settore femminile nostro del Sassuolo, dunque sono proprio dentro anima e corpo ancora nel mondo del calcio. E questo mi fa star bene e mi fa sentire giovane, anche se a gennaio compio 68 anni. Ho più passato che futuro, però mi godo questo periodo della vita.

Betty ha attraversato il cammino del movimento e le conquiste del calcio femminile.

Adesso le bambine cominciano nelle varie scuole calcio già a 5-6 anni, come i maschietti. Sanno già cosa vogliono. Anche se purtroppo la nota stonata continua ad esserci. Siamo difatti ancora tanto indietro rispetto alle altre nazioni. E il problema è la cultura, la mentalità italiana, che non ci fa fare quel passo in più.

Basta vedere cosa accade intorno a noi, al di fuori del calcio, a quanta violenza e a quante donne vengono uccise. Non capisco se le tante notizie orribili che circolano ogni giorno, siano dovute al fatto che ci sono più mezzi di comunicazione oppure perché la situazione sta addirittura e drammaticamente peggiorando …ma cosa c’è nell’aria?

In nome della ragione e di ogni angolo di libertà
E in nome di ogni donna che è ancora viva e ancora vita vorrà

In nome di ogni donna – Mariella Nava

Tornando al calcio.

Noi donne, a differenza dei colleghi uomini, siamo più armoniose nel gesto tecnico e siamo molto caparbie. Io stessa lo sono stata, testarda e volitiva. E non ho mollato. Nemmeno quando sono arrivati i miei momenti neri, dovuti agli infortuni, in cui il pensiero che non mi abbandonava era “lascio tutto”. Eppure ho tenuto botta. Sono riuscita ad arrivare dove sono. E sono contenta.

Al tempo in cui giocavo io la base era povera e chi emergeva si notava di più. Invece adesso queste ragazzine si formano per bene. Fanno tutta la trafila delle serie minori fino ad arrivare in serie A, sono preparate. E la serie A di oggi ha una base che si è livellata nel mezzo, il che significa che il campione fa fatica a emergere e difficilmente si impone una figura singola come è successo con me, Carolina Morace o Patrizia Panico.

Morace e Panico. Altre due grandi giocatrici e attaccanti. Betty ha vinto cinque volte il titolo di capocannoniere, lei dice “solo cinque”, a cospetto delle altre due, rispettivamente 12 e 14 volte.

Vincere quella speciale classifica per un attaccante vuol dire orgoglio. Ti gratifica. Soprattutto se hai contribuito con i tuoi gol a far vincere alla tua squadra un trofeo. In ambito maschile, in quello che era il mio ruolo mi piacciono molto Mbappé, che è tanta fisicità, e Neymar. Mentre, in ambito femminile mi entusiasma Kerr, che è furba e la sa lunga, ma ci sono anche Girelli, Giacinti e Cantore.

Nonostante il fatto che siamo indietro di quindici anni, rispetto al resto d’Europa, si comincia a vedere un buona qualità, pure per intensità, di gioco. Ci manca è vero un po’ la fisicità. E’ una cosa questa che noto da sempre. Ai miei tempi, quando ti incontravi con le scandinave e le tedesche dell’est vedevi una fisicità che noi potevamo solo sognarcela. Anche in questo caso è una questione di cultura. Loro erano più avanti nella considerazione della donna e di conseguenza lo erano anche nel culto della donna che fa sport, non solo calcio, ma l’atleta nel senso più completo del termine.

Noi pian pianino, cominciamo a fare progressi e risultati. Basta guardare l’impresa in Champions a Wolfsburg della Juventus Women, che ha vinto per 2-0. Una vittoria che ha fatto bene a tutto il movimento. Però, restiamo con i piedi per terra perché ci vorrà ancora tempo.

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Carolina Morace ed Elisabetta “Betty Vignotto” – ACF Reggiana Refrattari Zambelli 1989-90

Il suo Sassuolo continua a far credere in un campionato di Serie A non monotematico e colorato solamente dal bianconero della Juventus.

Quando ho parlato con Betty, nel realizzare questa intervista, la sfida tra le prime due della classifica doveva ancora avvenire. E per la cronaca ha vinto la Juve, ma la filosofia che anticipava l’incontro, calza benissimo anche nella sconfitta.

Tanto prima o poi in un campionato bisogna incontrare tutti. Ci sarà concentrazione sicuramente. Siamo quasi a metà campionato e vedremo di che pasta siamo fatte. Il Mister sta lavorando bene anche sotto il profilo della testa e siamo migliorate. L’intensità di gioco si sta alzando. E a piccoli passi, a ogni campionato è corrisposta una crescita.

Alla fine di questa stagione mi auguro di rimanere lì, nei primi due posti, e andare in Champions. Sarebbe l’ideale.

C’è ancora il girone di ritorno. E i giochi sono aperti.

Betty è un vulcano. Anche mentre racconta e dialoga con me.

La sua voce è ferma e appassionata allo stesso tempo. E’ schietta, diretta e senza giri di parole. Non ne ha bisogno.

Parla di calcio e cultura. Di professionismo e preoccupazioni. E lo fa senza sconti.

Il professionismo è una cosa positiva per il femminile.

…ma queste ragazze hanno capito da che parte stanno andando? perché professionismo vuol dire anche essere professionali, competenti e con un comportamento appropriato nella vita. Devi essere capace di affrontare la fatica e gli impegni. E’ sicuramente una bella vita, che io rifarei di corsa, però c’è anche il rovescio della medaglia, ci sono i sacrifici. I giovani pensano a divertirsi e non capiscono che se vuoi arrivare a determinati risultati, devi essere in grado di rinunciare a qualcosa.

Il professionismo fa bene.

…l’importante è non portar a casa il brutto del maschile. Ci son già i procuratori dietro a bambine di 12-13 anni. E’ preoccupante. Io spero che diano un tetto. Procuratori, stipendi e giocatori. Anche nel maschile intendo. Non è possibile vedere società con 200-300 milioni di passivo. Una qualsiasi altra azienda avrebbe già chiuso o avuto delle limitazioni.

Tra sogni, desideri e ricordi Betty racconta la sua storia. Uno spaccato di vita che descrive la condizione delle donne anche nel calcio.

Mi piacerebbe giocare ancora ma non è possibile. E allora mi godo il movimento calcistico femminile, adesso che lo vedo evolversi. Peccato perché potevamo arrivare prima, ma ci hanno tenuto la mano sopra la testa. Per non farci esplodere e non farci diventare troppo importanti.

Hanno subito molto, queste impetuose ragazze negli anni passati.

Dopo che ci ha preso la Lega nazionale dilettanti, ricordo che i miei anni di Nazionale sono stati contrassegnati da allenamenti fatti indossando gli indumenti usati dai maschi. Li lavavano e li davano a noi. Anche le mutande.

Beh, almeno qualche passo in quell’ambito è stata fatto.

Sì, qualche passo in avanti è stato compiuto per l’altra metà del cielo.

Il calcio femminile è lo sport che sta crescendo di più al mondo e anche l’Italia si sta adeguando. Come si legge dal Bilancio Integrato della Figc presentato in Campidoglio, nella nostra Nazione tra il 2008-2009 e il 2019-2020 le tesserate per la FIGC sono cresciute del 66,5 %, passando da 18.854 a 31.390. In dieci anni, grazie anche all’attenzione mediatica, il salto è stato grandioso. E non è finita. Perché questo è l’ultimo anno da dilettanti. Dalla stagione 2022/2023 ci sarà la sterzata storica, il grande passo nel mondo del professionismo.

E se tutto questo si è potuto avverare è anche grazie a donne come Betty Vignotto. Che ci ha messo anima, cuore e passione. Una donna che è esempio, un’atleta da emulare. E il cui nome evoca la leggenda.

Si deve pure a lei se quel cielo che le donne contribuiscono a sostenere, secondo l’antico proverbio cinese, è oggi un po’ più bello da guardare. Se quel luogo ideale si mostra con maggiore pienezza e armonia. Se ci appare quasi rispettoso delle differenze e quasi corretto nella parità sociale dei generi.

Ho scritto quasi

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Sabrina Villa

Per Vasco “Cambiare il mondo è quasi impossibile -Si può cambiare solo se stessi - Sembra poco ma se ci riuscissi - Faresti la rivoluzione” . Ecco, in questo lungo periodo di quarantena, molti di noi hanno dovuto imparare nuovi modi, di stare in casa, di comunicare, di esternare i propri sentimenti. Cambiare noi stessi per modificare quello che ci circonda. Tutto si è fermato, in attesa del pronti via, per riallacciare i fili, lì dove si erano interrotti. I pensieri hanno corso liberamente a sogni e desideri, riflessioni e immagini e, con la mente libera, hanno elaborato anche nuovi modi di esternazione e rappresentazione dell’attualità. Questa è la mia rubrica e io sono Sabrina Villa. Nata a Roma e innamorata della mia città. Sono un'eclettica per definizione: architettura, pittura, teatro, cucina, sport, calcio, libri. Mi appassiona tutto. E' stato così anche nel giornalismo, non c'è ambito che non abbia toccato. Ogni settore ha la sua attrattiva. Mi sono cimentata in tv, radio, carta stampata. Oggi, come al solito, mi occupo di tante cose insieme: eventi, comunicazione, organizzazione. La mente è sempre in un irriducibile movimento.

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