Da quando Baggio non gioca più

Pubblicato da Sabrina Villa il

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Dopo la quarantena non vedevamo l’ora che il campionato di calcio ripartisse. Al momento vaghiamo tra tamponi, certificati, Asl e partite vinte a tavolino. Allo stadio gli spettatori sono pochi eletti, 1000 anime scelte e sorteggiate. Non c’è più il tifo sugli spalti, mancano i cori e il calore. Manca quel qualcosa di unico che lega tifosi e squadra. Non ci sono calciatori applauditi per una giocata sorprendente o fischiati per un gestaccio. Le giornate calcistiche non sono più quelle di una volta, non lo erano da tempo è vero, ma adesso sono diventate irreali e surreali. Prima si poteva dire da quando Baggio non gioca più. Il ricordo di un tempo leggendario. Da adesso racconteremo invece di un periodo covid. Espressione di un’epoca confusa.

E in questo caos non si può distinguere tra maschile e femminile. Anche le donne devono vedersela con i protocolli sanitari e gli stadi vuoti. Accade così che per la prima volta nei suoi 94 anni di storia, quest’anno il 5 ottobre 2020 a S.Siro, uno degli stadi più importanti del Paese, è andata in scena una gara di calcio femminile, la quarta giornata di serie A, il big match serale tra Milan e Juve. Un evento di portata storica per il calcio, che avrebbe meritato sicuramente una diversa cornice di pubblico. Invece, ancora una volta le donne hanno portano avanti la loro rivoluzione a voce bassa, quasi sussurrando.

Un movimento, quello del calcio femminile, che ha dovuto vedersela spesso con pregiudizi e false idee e che oggi si sta prendendo le sue rivincite a suon di numeri. E’ difatti tra i trend in forte crescita. Specialmente dopo l’ottimo risultato della nostra Nazionale ai Mondiali di Francia del 2019. Negli ultimi 10 anni, le calciatrici tesserate sono aumentate del 39,3%, passando da meno di 19.000 a 25.896, con un aumento su base annua dell’8,3%.

Cifre che fanno piacere soprattutto a chi del calcio femminile è stata pioniera, memoria storica di un’età in cui associare il binomio pallone e donne era considerato un sacrilegio.

Maria Teresa Cartolari, 73 anni e testimone vivente di quel movimento. Ha iniziato a seguire il calcio perché il fratello giocava nella squadra del quartiere. Contro il volere dei genitori cominciò a giocare, con la squadra dell’Università, il C.U.S. Roma, che però non poteva costituire una società calcistica regolare poiché il C.O.N.I. non riconosceva il calcio femminile come sport.

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Era il 1969, il primo campionato delle donne si era tenuto nel ’68, vinto dal Genoa. Io appena diplomata e entrata all’Università. Eravamo costrette ad allenarci in orari impossibili, col buio come delle ladre. Ci dicevano anche che giocare a calcio faceva male alla maternità. Considerate anche delle fuori legge perché il C.O.N.I. non ci riconosceva. Tra noi però c’era tanto entusiasmo e volontà. Giocavo come terzino, in prima squadra.

Ero ancora una giocatrice quando ho iniziato a occuparmi della segreteria. Accadde così che naturalmente, dopo l’infortunio avuto nel 1977 al ginocchio, diventassi anche dirigente accompagnatore e segretario, dividendo il tempo tra il lavoro al Ministero della Difesa e la squadra. Poi sono stata spesso spesso dirigente accompagnatore per le partite della Nazionale Italiana, fino al 1984 circa. Mi sono fermata sette anni per ritornare in ambito Nazionale maggiore e Nazionale Giovanile, vivendo la fase finale del primo vero mondiale, quello di Cina 1991.

Mi auguro che le calciatrici di adesso non perdano l’entusiasmo e la gioia, quella che spingeva noi a fare cose inimmaginabili per quel periodo. Ci abbiamo messo il cuore e tanto tempo per arrivare a questo punto, spero che giunga a breve il tanto sognato professionismo per poter dare delle garanzie alle giocatrici. Io ne ho conosciute tante brave che hanno dovuto smettere però, perché a un certo punto non potevano dedicarsi totalmente al calcio. Quando è assente un minimo riscontro economico la logica conseguenza è l’abbandono. Con il professionismo invece potranno arrivare la sicurezza, la possibilità di avere figli e anche i contributi per giungere alla pensione.

Maria Teresa racconta anni particolari in cui tirare calci a un pallone appariva quasi un reato. E’ è rimasta un punto fermo, sia per la squadra dove ha giocato, la Lazio, che per la nostra Nazionale. Fino al 2000 quando ha deciso di ritirarsi dalle scene calcistiche. Però nel 2001 fu richiamata dal Settore Giovanile Scolastico del Comitato Regionale Lazio in qualità di Responsabile avviando quell’attività giovanile in Comitato dove fino ad allora non era mai stato fatto niente. Nel 2000 le è stata pure conferita la medaglia d’oro Benemerenza Sportiva della Federazione Italiana Gioco Calcio-Lega Nazionale Dilettanti.

Il calcio femminile ha un Dio diverso, non minore, è un altro Dio… Ha la circolarità come base, il gesto tecnico, il coraggio, la sincerità delle donne, la loro generosità.

Mario Sconcerti

Oggi il movimento femminile è migliorato molto per organizzazione e programmazione. Molte squadre su tutto il territorio italiano raccolgono sempre più consensi e sono pronte a diventare delle belle realtà del panorama. Una di queste è l’Aprilia Racing E Gigi Colantuoni, reduce dalle esperienze con Roma e Latina, è il nuovo tecnico della squadra.

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L’allenatore lo faccio da tanto. Mi sono tolto molte soddisfazioni professionali. Passando da Morena al Cinecittà Bettini, Ciampino e Latina, dove ero approdato per fare il direttore sportivo. Per i vari casi dell’esistenza invece lì mi è cambiata la vita. Hanno chiesto a me di allenare e io ho accettato. Siamo arrivati terzi dietro a Bari e Roma. Dopo Latina ci sono stati i due anni bellissimi al femminile della Roma, esperienza incredibile vincendo anche tre derby.

Dopo il lockdown ho ricevuto la chiamata dall’Aprilia. Un’opportunità che è nata da Paolo Arcivieri. Nel calcio femminile abbiamo iniziato insieme tanti anni fa e abbiamo concretizzato il nostro cammino facendo quei due anni intensi a Latina dove abbiamo ottenuto ottimi risultati. Quando ho conosciuto il Presidente Pezone abbiamo formalizzato le nostre volontà ed ho scelto l’Aprilia perché credo che ci siano i presupposti per lavorare in una grande società, dove mi sento messo al centro di un progetto. Per un allenatore questo è gratificante. La squadra è molto giovane ma possiamo fare ottime cose, abbiamo delle potenzialità importanti.

In generale posso dire che l’ambiente del femminile è più motivante rispetto al maschile. C’è maggior rispetto, educazione e intelligenza. Le donne sanno dare tanto e si lavora bene con loro. In molte cose sono avanti, anche nell’apprendere sono più svelte. Noi maschietti siamo un po’ più lenti. Le donne giocano con passione. Capiscono veramente perché bisogna fare una cosa al posto di un’altra. Allenarle è semplice, bello ed affascinante perché sono un gruppo che si mette sempre a tua disposizione. E’ vero che le altre Nazioni Europee sono più avanti, tipo Danimarca e Francia, ma questo è dovuto non a inferiorità tecnica piuttosto a una differente mentalità.

E’ proprio sul piano delle capacità tecniche che possiamo essere maestri. Importanti in questo senso sono le scuole calcio femminili, perché quando c’è una base di 40-50 bambine cominciano a essere numeri su cui poter lavorare bene.

Il movimento è cresciuto nei decenni e importante sarà l’avvento del professionismo. Personalmente mi piacerebbe arrivare a fare calcio di livello, esprimere la mia mentalità con gli interpreti giusti. Al calcio femminile invece auguro di entrare nelle case di tutti gli italiani ma che non stravolga la sua identità. Alle ragazze servirebbe solo un po’ più di attenzione mediatica, perché il calcio femminile è pronto per decollare.

Da quando Baggio non gioca più

Il femminile è un ambiente ancora puro, con meno proteste, meno simulazioni ed esasperazione. Fino a qualche anno fa si poteva parlare di favola. In questi termini lo racconta un’ex calciatrice, Mirta Lispi. Ha giocato nella Lazio dall’87 al ’99. Aveva 11 anni quando ha iniziato, circa 23 quando ha smesso.

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Giovavo come attaccante in principio, poi sono diventata più centrocampista, alla Pirlo per intenderci. Il mio esordio n serie A è stato un Lazio-Monza. Sono entrata a pochi minuti dalla fine e ho segnato il gol vittoria. Ero brava ma diversamente alta: 155 cm erano troppo pochi per stare a certi livelli. Ero forte tecnicamente ma non ce la facevo fisicamente.

Il periodo in cui giocavo io eravamo discriminate, guardate come quelle strane creature. Con la Lazio abbiamo fatto tutti campionati molto seri. Quando mi sono fatta male la società mi è stata vicina, mi ha fatta operare dal Prof. Mariani e non mi sono mai sentita abbandonata. Eravamo molto curate e sempre assistite.

In confronto a ieri, oggi è tutto molto più atletico. Prima esisteva la favola, romantica e romanzata. C’era la fatica degli allenamenti e le trasferte di dieci ore con il pullman, con i ritorni a casa a notte fonda. E c’erano per noi i campi in terra e non in prato. Ogni volta ci emozionavamo quando capitava di vedere l’erba. Gli allenamenti erano sotto la pioggia, con il vento e il freddo, sempre all’aperto perché non avevamo la palestra dove andare a fare attività. Mi ricordo gli inverni gelidi e gli spettatori infreddoliti sulle tribune. Tra loro c’era chi provava a scaldarsi col vin brule’ e poi c’era mamma con il plaid.

In squadra ci volevamo bene e facevamo gruppo. E’ stato un periodo in cui mi sono molto divertita. Una lezione di vita perché ho imparato a stare in stretto contatto con gli altri, a rimproverare una compagna o abbozzare quando l’arbitro richiamava me.

Mi sarebbe piaciuto che mio figlio avesse giocato ma a lui il calcio non piace. Ho visto giocatrici fortissime. Chi si è affermata, chi no. L’augurio a chi gioca attualmente è che resti con i piedi per terra e non perda quello spirito e quell’entusiasmo che anima noi.

Io che di professione sono una fotografa ho un sogno che ancora non ho realizzato: fotografare Roberto Baggio. Non ne nasceranno più come lui. Sono riuscita a farmi autografare un polpaccio da lui. E poi prontamente ho trasformato quella firma in un tatuaggio, è con me sempre.

La passione muove ogni cosa, ha detto Roberto Baggio Il calcio femminile è riuscito a resistere a cattiverie e prese in giro proprio perché animato da una grande passione. Il movimento ha proseguito negli anni la sua cavalcata instancabile. Nella finale Mondiale del 2019 l’Italia non c’era, ma per le giocatrici allenate da Milena Bertolini è stato quel Campionato comunque un successo. Hanno messo in mostra tenacia, qualità e organizzazione di gioco. L’Italia ha dimostrato di essere squadra vera, dandone prova anche dopo la sconfitta con l’Olanda quando giocatrici e staff della Nazionale hanno concluso il loro Mondiale riunendosi e abbracciandosi tutti per qualche minuto. Un’istantanea di gruppo, una di quelle che Elisabetta Cortani conosce bene.

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Sono entrata nel calcio femminile nel 2002 e ci sono restata 16 anni, prima come vicepresidente e poi come presidente. Ho vissuto in prima persona il cambiamento del movimento. Noi presidenti della vecchia guardia abbiamo lottato per il semiprofessionismo ed è arrivato. Però adesso le società devono capire che bisogna investire e fare l’ulteriore salto verso il professionismo, non perdendo di vista però l’unicità del femminile rispetto al maschile.

Non serve nemmeno guardare troppo all’estero, è importante invece pescare in casa. Ci sono tante ragazze brave nei campionati cadetti, se non si valorizzano loro e al contrario si continua a importare chi ne farà le spese sarà la nostra Nazionale. Occorre investire nella base e guardare bene. Forse mancano gli osservatori, oppure c’è poca umiltà.

Bisogna partire col riconoscere che il femminile ha problematiche diverse dal maschile, che riguardano la fisicità e la prestazione. E comprendere che in più però le donne hanno la caparbietà e la tenacia e sono più resistenti.

Quando ho iniziato io la passione ci guidava, c’era un vero spirito di volontariato. Noi presidenti non ce la facevamo a pagare i campi e a fatica rendevamo dignitoso un campionato. I rapporti con le giocatrici erano simbiotici. Mi trovavo benissimo con la primavera e le esordienti e con il loro entusiasmo così genuino. Un legame oltre i ruoli, che sopravvive al tempo perché le sento e le vivo ancora oggi. C’è addirittura chi mi chiama in lacrime alle 8 del mattino con il cuore affranto per la morte della nonna. Ho vissuto un momento degno di un romanzo. A dire la verità sento la mancanza del prato e delle ragazze, però a un certo punto si deve avere il coraggio di dire basta e lasciar volare quelle giovani donne.

Sono ancora il Presidente Onorario dell S.S. Lazio Calcio femminile, detentrice dei trofei storici. Oggi però mi occupo di sociale e volontariato e ho la responsabilità di 40 ragazzi. Lo spirito che mi anima è sempre lo stesso e infatti l’esperienza del gruppo calcio è stato un percorso fondamentale per essere governatore della Misericordia. Prima portavo le ragazze in gruppo a cena prima di ogni derby, adesso lo faccio per i volontari prima di ogni turno.

Le ragazze mi hanno aiutata a crescere, mi hanno dato tanto. Molto di più di quanto hanno ricevuto da me. Mi hanno insegnato a prendere per mano gli altri e mi hanno regalato uno spirito continuamente giovane, in grado di essere sempre sul pezzo come dicono loro. Il calcio e le ragazze sono state la mia più bella storia d’amore.

Mi chiedono sempre se abbiamo un equivalente di Messi o Neymar nel calcio femminile. Sfortunatamente no. Non ho mai sentito di una calciatrice che abbia abbastanza soldi da anche solo pensare all’evasione fiscale…

Hope Solo, calciatrice statunitense 1981

Non solo un incremento del numero delle calciatrici, il calcio femminile cresce anche per numero di appassionati. Nel Mondiale del 2019 la partita dell’Italia con l’Olanda ha tenuto incollati davanti al televisore più di sei milioni di spettatori, ossia il 44.35% delle persone che stavano guardando la tv. Quattro milioni e mezzo sono stati coloro che hanno guardato in TV la partita contro la Cina, sebbene le squadre fossero scese in campo alle 18. Contro il Brasile sono stati 7.303.000 gli spettatori sintonizzati sulla prima rete pubblica e su Sky. Un divario enorme rispetto a quella che era stata la partita dei record tra Juventus Women e Fiorentina Women’s che aveva avuto 343.000 spettatori su Sky. Il movimento prospera e germoglia.

E andrà sempre meglio. Ne è sicura Martina Angelini, voce e volto del Calcio Femminile. Livornese di nascita e per fede calcistica, giornalista e mai giocatrice. Ha passato la vita da innamorata del pallone ma non ha potuto esprimersi come calciatrice quando avrebbe voluto. Ha recuperato parecchio scrivendo per molte testate e commentando le partite di calcio, sempre al femminile. Oggi lo fa per Sky Sport con la Serie A. Nel suo curriculum annovera l’essere stata Responsabile del settore giovanile del Livorno, dal 2015 al 2019 con tre squadre: pulicine, under12 e under15. E aver ricoperto il ruolo di Addetto stampa della Lazio Calcio femminile, vincendo anche uno scudetto.

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Fino a qualche anno fa ero sicura che ciò che avrebbe dato la svolta al calcio femminile sarebbe stato l’avvento delle squadre professioniste. Così è stato. Questo perché il nome importante di un team di serie A aiuta anche nei numeri. Rende difatti possibile quel salto culturale tanto necessario a far esaudire i desideri delle bambine. Prima quando una bambina chiedeva di voler giocare a calcio la portavano prima a pallavolo poi a danza e forse dopo ancora a nuoto. Solo inseguito a svariate insistenze i genitori probabilmente acconsentivano ad accompagnare la propria figlia a una scuola calcio. I primi calci erano perennemente in ritardo rispetto agli altri Paesi europei dove si inizia a praticare intorno ai 5-6 anni, mentre da noi l’esordio si aggira ancora intorno agli 11 anni.

Oggi una bambina può chiedere serenamente di voler fare il provino con il Milan, e già quel nome altisonante delle squadra può vincere molte resistenze.

Quando ho cominciato a lavorare come Responsabile del settore giovanile del Livorno mi hanno detto: è femminile ma vogliamo farlo bene. E lì ho gioito, immaginando il calcio che volevo, fatto di educazione e rispetto. Finalmente potevo esprimermi anche nel calcio giocato. Perché purtroppo io appartengo a quella schiera di bambine a con i sogni infranti, che non hanno potuto chiamarsi calciatrici. Chiedevo continuamente ai miei genitori di andare al campo ma la risposta era sempre negativa. Colpa dei forti pregiudizi.

Fissazioni e tabù che non mi hanno mai fermata. Quando nel 2000 ho ricevuto la chiamata dall’Avv. Fiormonte, per rivestire il ruolo di Addetto stampa della Lazio, avevo 23 anni, voglia e paura. Sono partita, lasciando quella che era stata la mia casa fino a quel momento e sono andata a vivere per la prima volta da sola. Il viaggio in treno l’ho fatto piangendo. A Roma abitavo con altre giocatrici, era divertente. In quel periodo ho imparato da ogni singola giornata e fatto la gavetta vera. Lavoravo in una squadra importante, ogni giorno al campo c’erano giornalisti. Quando vincemmo lo scudetto, conquistato all’ultimo rigore, scoppiai a piangere per la commozione. La partita era stata intensa e impegnativa, degna conclusione di un anno faticoso, pesante e ricco di emozioni.

Dopo la Lazio andai a Tuttosport e quindi arrivai a Eurosport, la mia prima famiglia televisiva. Nel frattempo avevo fatto anche un paio di commenti in Rai. Nel 2012 Sky conquista le Olimpiadi e prende anche me in prestito da Eurosport per il calcio femminile. E’ stato un susseguirsi di avvenimenti e trepidazioni. Ho commentato la finale del Mondiale con cinquantamila spettatori e sono stata testimone della prima partita giocata a S. Siro, il 5 ottobre.

Di una cosa sono convinta è che non si può guardare il femminile con la stessa ottica del maschile. Quando la Pellegrini fa un record non lo paragonano al record maschile. E’ una mentalità che va modificata. Le prestazioni sono diverse è ovvio, come in tutti gli sport. Restare intrappolati in questa dicotomia vuol dire continuare nello stereotipo che il calcio sia una questione prettamente da uomini.

Una donna non può parlare di calcio figurarsi giocarci. Siamo con 20 anni di ritardo un po’ su tutto. Quando scrivevo per Tuttosport ricordo che un giorno mentre viaggiavo in treno, mi si avvicinò una persona e per fare lo spiritoso mi disse sogghignando: una donna che legge un giornale sportivo… Io allora risposi: veramente ci scrivo!

Sogno una Nazionale che arrivi a giocarsi un Mondiale e a piccoli passi potremmo arrivarci. La strada è giusta. La Federazione sta compiendo il cammino del professionismo lentamente ma con decisione. Sarà quella la vera svolta. Nel momento in cui le ragazze potranno avere delle garanzie lavorative e assistenziali potranno anche dedicarsi totalmente al calcio e vivere di esso, con uno stipendio, dei contributi per la pensione e e delle tutele sanitarie. Dovrebbero mancare solo due anni. Siamo fiduciosi.

Personalmente io vivrei sempre di Sky, sto bene e mi piace collaborare con Gaia Brunelli, il nostro ormai è un sodalizio familiare. Mi piace comunque anche l’idea di trasmettere qualcosa ai giovani quindi chissà potrei anche tornare a lavorare in una società sul campo. Se dovessi scrivere un libro racconterei quell’anno pazzesco con la Lazio e la vittoria di quello scudetto all’ultimo rigore. Esperienza incredibile con giocatrici incredibili.

Ancora sussiste il vizio del confronto con il calcio maschile. Similitudini e parallelismi improponibili e inutili, cercando difetti che invece non esistono. In questo modo le giocatrici vengono sottoposte a un giudizio negativo e a un paragone ingiusto. E’ probabilmente una questione di mera abitudine, perché gli occhi e la memoria sono registrati verso determinati movimenti e gesti atletici declinati al maschile. Come se quelli fossero gli unici possibili. L’unica via è cambiare registro e accettare che si stia guardando un altro sport.

Anche perché ci siamo abituati a non vedere giocare più Roberto Baggio. Abbiamo visto ammainare bandiere. Ci stiamo esercitando a resistere a questo calcio con il covid e senza tifosi. Hanno trovato l’acqua su Marte. Tutto è possibile.

Perché da quando Baggio non gioca più il calcio è cambiato e allora andiamo incontro al cambiamento abbracciando anche il calcio femminile.


Sabrina Villa

Per Vasco “Cambiare il mondo è quasi impossibile -Si può cambiare solo se stessi - Sembra poco ma se ci riuscissi - Faresti la rivoluzione” . Ecco, in questo lungo periodo di quarantena, molti di noi hanno dovuto imparare nuovi modi, di stare in casa, di comunicare, di esternare i propri sentimenti. Cambiare noi stessi per modificare quello che ci circonda. Tutto si è fermato, in attesa del pronti via, per riallacciare i fili, lì dove si erano interrotti. I pensieri hanno corso liberamente a sogni e desideri, riflessioni e immagini e, con la mente libera, hanno elaborato anche nuovi modi di esternazione e rappresentazione dell’attualità. Questa è la mia rubrica e io sono Sabrina Villa. Nata a Roma e innamorata della mia città. Sono un'eclettica per definizione: architettura, pittura, teatro, cucina, sport, calcio, libri. Mi appassiona tutto. E' stato così anche nel giornalismo, non c'è ambito che non abbia toccato. Ogni settore ha la sua attrattiva. Mi sono cimentata in tv, radio, carta stampata. Oggi, come al solito, mi occupo di tante cose insieme: eventi, comunicazione, organizzazione. La mente è sempre in un irriducibile movimento.

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