Passione comunicazione: la carriera della giornalista svizzera Beatrice Müller

Passione comunicazione: la carriera della giornalista svizzera Beatrice Müller

Beatrice Müller è stata per anni il volto di SRF Tagesschau, il principale telegiornale della televisione svizzera in lingua tedesca.

25 anni di onorata carriera, tra radio e tv di stato. Poi il coraggio di reinventarsi. Mettendo a frutto la sua esperienza e senza perdere di vista la sua passione per il giornalismo e la comunicazione. A 52 anni ha annunciato le sue dimissioni dal canale e ha fondato la sua agenzia di pubbliche relazioni. Era il 2013.

Beatrice Müller il giorno delle dimissioni da SRF1

Con questa sua inaspettata decisione Beatrice si faceva paladina di una grande forma di libertà: quella di poter cambiare rotta e provare qualcosa di diverso. Anche da donna. Anche ad una certa età.

Ho combattuto per ottenere più diritti per le donne per tutta la vita. E a volte mi sento triste perché non siamo ancora dove dovremmo essere.

beatrice müller

Noi donne siamo ancora oggi meno pagate e con meno opportunità di avanzamento di carriera. Nel giornalismo, però, le cose negli anni sono cambiate. Sono in tante ad avere incarichi di responsabilità. Lo stesso numero uno della televisione svizzera di lingua tedesca, per esempio, è una donna. Più sbilanciato il ruolo delle donne, invece, nel settore privato.

Circa 9 anni dopo quel salto professionale, la incontro nel suo studio qui a Zurigo. Ci siamo conosciute in Italia, in un salone di parrucchiere. Ed è un onore per me vederla per la prima volta nel suo ambiente naturale. Una scrivania, una telecamera, dei libri. E la sua innata capacità comunicativa.

Ci scambiamo opinioni e ci raccontiamo le nostre esperienze.

La guardo con ammirazione. Vedo in lei una donna forte, determinata, competente e soprattutto appassionata. Come fosse il primo giorno.

Non conosco molto di lei e della sua carriera. E sono molto curiosa di saperne di più.

Sono cresciuta con il mito di Lilli Gruber. E nutro subito per lei la stessa stima. Non so perché ma è il paragone più calzante che mi viene in mente.

L’idea dell’intervista nasce in maniera naturale. La sua storia mi affascina e mi conquista. Perché mi dà anche l’occasione di paragonare due ambienti professionali simili eppure diversi, come quello del giornalismo in Italia e in Svizzera.

La gente qui, mi spiega subito Beatrice, non è interessata al culto delle celebrità. Non presta molta attenzione ai personaggi pubblici. Naturalmente rilasci interviste e sei invitato agli eventi più importanti. Ma tutto senza molto clamore. Nessuno spettacolo. Nessuna fanfara. Lo stesso vale per i nostri politici e ministri. Prendono l’autobus o il tram per andare al lavoro. Non sfrecciano lungo le strade nelle auto blu o con le luci lampeggianti.

Beatrice Müller

Sono gli anni ’80 quando per la prima volta Beatrice fa il suo ingresso nel mondo del giornalismo…

Ho bussato alle porte di Radio Zürisee, mi racconta. Mi è stato messo in mano un registratore che pesava almeno 15 kg e mi è stato detto: “vai ad una conferenza stampa e fai un’intervista”. Una volta lì sul posto è scattata la scintilla.

Il giornalismo non è un lavoro, è una passione.

Beatrice Müller

Da quel momento in poi la storia d’amore tra Beatrice e il giornalismo si è evoluta e arricchita. Conduttrice del telegiornale svizzero-tedesco per 16 anni. Come inviata, ha girato reportage in tutto il mondo ed ha assistito da narratrice ai più grandi eventi degli ultimi decenni. Rivoluzioni, terremoti, omicidi, elezioni, colpi di Stato, carestie.

Tra le esperienze più significative sicuramente la morte di Giovanni Paolo II, l’elezione di Papa Ratzinger prima e di Francesco poi. Vivere e raccontare tutto questo da giornalista (non cattolica) è stata una sfida che non dimenticherò mai. Davvero emozionante.

Beatrice Müller inviata a Roma

Al suo fianco, per gran parte della sua carriera, il marito, Heiner Hug, anche lui giornalista e inviato televisivo, per anni caporedattore proprio del Tagesschau su SRF1, ideatore e fondatore del sito www.journal21.ch.

Beatrice Müller e il marito Heiner Hug

Fare lo stesso mestiere è stato un vantaggio, perché in molte occasioni ci siamo capiti e compresi. Se per esempio o io o lui dovevamo improvvisamente lavorare in un fine settimana o a Natale. Circostanza capitata molto spesso. Negli anni ci siamo scambiati opinioni e punti di vista. E spesso ci siamo dati la linea a vicenda. L’ho anche intervistato dal vivo più volte quando era in servizio all’estero. Una delle esperienze più forti in cui ci è capitato di essere involontari protagonisti è accaduta un giorno a Parigi. Stavo intervistando mio marito. E proprio mentre io gli facevo una domanda, gli è esploso sul viso uno dei riflettori della nostra troupe. Una scheggia di vetro gli ha squarciato la pelle sotto un occhio. E’ stato fortunato a non avere danni più gravi. Impossibile dimenticare quell’episodio.

Beatrice Müller

Da giornalista sempre in prima linea a formatrice. Ad un certo punto della sua carriera, Beatrice decide di rimettersi in gioco e di mettere a disposizione degli altri il suo sapere, la sua professionalità, la sua esperienza.

Ho aperto un’agenzia di comunicazione e pubbliche relazioni (authentic communication). Nel mio studio formo dirigenti, politici e uomini d’affari “addestrandoli” a parlare in pubblico o davanti ad un microfono. Li alleno a rispondere alle domande più insidiose e a gestire l’ansia da palcoscenico, a impostare discorsi interessanti che catturino l’attenzione di chi ascolta già nei primi secondi. Oltre alla teoria facciamo soprattutto delle prove pratiche, registrando interviste di fronte ad una telecamera. Ogni volta mi stupisco di quante persone altamente istruite possano esprimersi così male, senza un adeguato training.

Consigli e strategie messi nero su bianco in un libro intitolato: Gut gebrüllt, Löwe: Auftreten, überzeugen – sich durchsetzen (Buon ruggito, leone: apparire, convincere, affermare se stessi).

La cosa più importante è non sopravvalutarsi. La maggior parte delle persone pensa di avere un talento per parlare e comunicare. Ma poi si perde in infiniti giri di parole. La mia raccomandazione è una sola: esercizio, esercizio, esercizio. Concentrarsi su un singolo o al massimo due messaggi chiave. Il pubblico non riesce ad assorbire di più. Dopo una discorso lo spettatore deve aver compreso cosa l’oratore ha voluto comunicargli. Per questo è così importante formarsi adeguatamente. Per imparare a guidare un auto si ha bisogno di 10,15 lezioni di guida. Anche per comunicare in maniera efficace servono teoria e pratica.

Un messaggio importante, quello lanciato dalla giornalista svizzera. Rivolto a chi, troppo spesso, si improvvisa esperto in materia e invece manca di competenze, teoriche e pratiche. Non basta avere pensieri e parole. Bisogna saperli maneggiare con cura, esprimerli, renderli comprensibili. E per farlo, oltre ad un talento innato, serve studiare, esercitarsi, formarsi.

Oggi Beatrice Muller è una donna con un passato ben definito e un presente e un futuro tutto da scrivere. E’ consapevole di essersi ritagliata un ruolo importante nel mondo del giornalismo svizzero. E poi di aver fatto un salto nel buio decidendo di mettersi in proprio e di sperimentare qualcosa di diverso.

Una cosa non è affatto cambiata negli anni: il suo legame con l’Italia, in particolare con la Toscana. Una terra che definisce: “il luogo della mia anima”.

Lì mi sento a casa. Amo la campagna, il paesaggio, le persone, la cultura, il cibo. Come straniera, a volte però, sono stupita dalla burocrazia che rende la vita infinitamente difficile alle persone.

Italia-Svizzera. Un filo sottile unisce e divide questi due Paesi. Tanti cliché, da una parte e dell’altra. Tante differenze. Eppure un forte legame, come nel caso di Beatrice. Il cui sguardo da giornalista le permette di vedere oltre e di apprezzare e comprendere pregi e difetti di entrambe le culture. Di fronte a un buon bicchiere di vino toscano e ad una fondue.

Con la consapevolezza che:

La misura dell’intelligenza è data dalla capacità di cambiare quando è necessario.

Albert Einstein

L’unica costante della vita è il cambiamento.

Buddha

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Elisabetta Mazzeo

Elisabetta, classe 1981. Ogni 18 anni un cambiamento. Prima la Calabria, poi Roma, ora Zurigo. Domani chissà. La mia sfida quotidiana? Riuscire nell’impresa di essere contemporaneamente mamma, moglie, giornalista, scrittrice e ora anche blogger. Ore di sonno: poche. Idee: tante. Entusiasta, curiosa, caparbia, sognatrice. Scrivere è un’esigenza. Una lunga gavetta nei quotidiani e nelle tv locali, poi l'approdo come inviata di Sport Mediaset. Non ho dubbi: il mio è il mestiere più bello del mondo. Una passione prima che un lavoro. Oggi ricopro l'inedito ruolo di vicedirettore a distanza di Retesole, l’emittente che mi ha visto crescere umanamente e professionalmente. Divoro libri e uno l'ho anche scritto, mi nutro di storie di sport, mi diletto in cucina, scatto e colleziono foto, mi alleno quanto basta per non sentirmi in colpa e in compenso macino chilometri armata di scarpe da ginnastica e passeggino. Se fino a tre anni fa la mia vita viaggiava a ritmi frenetici, l’arrivo di mia figlia ha rimodulato le priorità. E adesso è con lei e per lei che continuo a mettere le mie passioni in campo, tra "pensieri e parole".

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