La bottega delle cose che non sono accadute

La bottega delle cose che non sono accadute

La bottega comparve il giorno in cui decisi di andarmene. Non il giorno prima, quando avevo riempito la valigia, e nemmeno durante la notte, quando ero rimasta sveglia fino alle quattro a fissare il soffitto chiedendomi se stessi facendo la cosa giusta. Comparve proprio quella mattina,. Tra la panetteria di Marta e il vecchio negozio di fiori c’era sempre stato un vicolo stretto, sporco e completamente inutile. Da bambina ci entravo per raccogliere i sassolini bianchi che mia nonna chiamava denti di luna. Crescendo avevo scoperto che erano semplicemente pezzi di quarzo, ma non glielo avevo mai detto. Quella mattina, però, il vicolo non c’era più. Al suo posto c’era una porta blu e, sopra, un’insegna di legno oscillava anche se non c’era vento: “COSE CHE NON SONO ACCADUTE“

Rimasi a guardarla con la valigia stretta nella mano :”Molto divertente.” Il paese sembrava volermi prendere in giro persino mentre lo abbandonavo. Avevo venticinque anni, una valigia troppo pesante e la sensazione di aver sbagliato qualcosa senza sapere esattamente cosa. Tutti continuavano a dirmi che avevo tempo, tempo per scegliere, per cambiare, per capire chi volessi diventare. Nessuno spiegava mai, però, cosa fare quando quel tempo iniziava a sembrare una minaccia. Avrei dovuto raggiungere la stazione, invece entrai. Una campanella suonò sopra la mia testa e mi accorsi subito che la bottega, all’interno, era molto più grande di quanto avrebbe dovuto essere. Gli scaffali salivano fino a un soffitto che quasi non riuscivo a vedere e c’erano centinaia di barattoli, scatole, bottiglie, chiavi, fotografie, lettere sigillate e piccoli oggetti di cui non capivo l’utilità.

Dove iniziano le vite non accadute

Dietro il bancone sedeva una donna anziana. Aveva lunghi capelli argentati raccolti in una treccia e stava bevendo qualcosa da una tazza scheggiata. “Sei in ritardo”, disse. “Per cosa?” “Per niente. È questo il problema.” Posai la valigia e la guardai confusa: “Scusi?” La donna sospirò. “Le persone entrano sempre convinte che qualcuno debba spiegargli tutto.” “È lei che ha detto che sono in ritardo.” “E tu sei quella che deve prendere un treno.” Guardai l’orologio, mancavano quarantadue minuti. “Come fa a saperlo?” Lei indicò la mia valigia: “Sono una strega, non un’idiota.” Non capii se stesse scherzando. “Cosa vende?” La donna sorrise: “Te l’ho scritto fuori.” Si alzò e prese un piccolo barattolo da uno scaffale. “Qui dentro c’è il giorno in cui hai deciso di studiare musica invece di fare quello che hai fatto davvero.”

Mi irrigidii. “Come sa che volevo studiare musica?” Non rispose. Prese invece un barattolo, dentro al quale c’era qualcosa che sembrava nebbia. “Qui c’è la vita che avresti avuto se tre anni fa avessi risposto sì invece di no.” Poi prese una bottiglia minuscola. “Questa è interessante. Contiene una persona che avresti incontrato se fossi rimasta cinque minuti in più in un posto da cui invece te ne sei andata.” Sentii una strana pressione nello stomaco.

Le cose che scegliamo di vivere

“Sono… possibilità?” “No”, disse la donna appoggiando la bottiglia. “Le possibilità devono ancora accadere. Queste sono vite morte.” Avrei voluto ridere, ma non ci riuscii. Guardai gli scaffali e improvvisamente tutti quegli oggetti mi sembrarono terribili. Quante vite poteva perdere una persona senza nemmeno accorgersene? “Quindi esistono davvero?” “Sono esistite per un istante. Ogni scelta crea qualcosa e distrugge qualcos’altro.” Passai lentamente tra gli scaffali. Su alcune scatole c’erano nomi, su altre date. Poi vidi il mio : ELENA – 14 NOVEMBRE

Le cose che lasciamo indietro

Mi fermai. “Questa è mia.” “Sono quasi tutte tue.” Mi voltai e la donna indicò la stanza. Solo allora me ne accorsi. Elena. Elena, Elena. Il mio nome era ovunque e sentii il cuore accelerare. “Tutto questo è mio?” “Una parte.” “In che senso?” “Hai venticinque anni. Hai già ucciso parecchie versioni di te.” Era una frase crudele, eppure mi fece quasi sorridere. Presi il barattolo con la data del 14 novembre. “Posso aprirlo?” La donna smise di sorridere. “Puoi aprirne uno solo.” “E poi?” “Puoi entrarci.” La guardai senza capire. “Entrarci?” “Vivere quella vita.” Il silenzio diventò improvvisamente pesante. “Per quanto tempo?” “Per sempre.” Abbassai gli occhi sul barattolo di vetro freddo. Il 14 novembre era il giorno in cui avevo rifiutato un’offerta di lavoro in un’altra città. Avevo avuto paura, anche se non lo avevo mai ammesso a nessuno. Avevo detto che non era il momento giusto, che economicamente non conveniva, che avevo altri progetti. La verità, però, era molto più semplice: avevo avuto paura.

Tra le cose che potevano essere

“Quindi posso cambiare una scelta?” “No. Puoi abbandonare questa vita e prenderne un’altra.” Mi sembrò la stessa cosa, ma non lo era. “Posso vedere prima?” La donna annuì e io apri l’involucro. Dentro non c’era niente. Poi sentii odore di pioggia e, quando rialzai gli occhi, non ero più nella bottega. Ero in un appartamento, il mio appartamento, e lo sapevo senza sapere come. C’erano piante sul balcone, fotografie attaccate al frigorifero e una chitarra vicino al divano. Sul tavolo c’erano due bicchieri di vino. Sentii qualcuno ridere nella stanza accanto, una voce maschile, e poi arrivai io.

Cose perdute, inizi ritrovati

Un’altra me. Sembravo felice, ma non felice come nelle fotografie, quando sorridiamo perché qualcuno ci sta guardando. Sembravo felice quando nessuno guarda. Quella versione di me attraversò il soggiorno a piedi nudi, prese uno dei bicchieri e sparì dalla mia vista. Poco dopo la scena cambiò. Mi vidi lavorare, poi viaggiare, poi piangere seduta sul pavimento di un bagno e poi ridere di nuovo. Vidi un funerale, un cane, una casa diversa e una bambina che mi chiamava mamma. Per un secondo desiderai quella vita con una violenza che mi fece male.

Poi tornai nella bottega. Il barattolo era ancora tra le mie mani. “La voglio.” La donna non sembrò sorpresa. “Certo.” “Come faccio?” “Aprilo di nuovo.” Misi le dita sul coperchio, ma mi fermai. “La bambina…” “Cosa?” “Esiste?” “Lì sì.” “E qui?” La donna fece spallucce. “Non lo so.” “Ma potrebbe?” “Potrebbe esistere un’altra bambina, oppure nessuna. Potresti avere tre figli, potresti innamorarti di qualcun altro o potresti non innamorarti mai. Potresti anche morire martedì prossimo attraversando la strada.” La fissai. “Grazie.” “Non vendo conforto.” Guardai nuovamente il barattolo. “Quindi questa vita è migliore.” “Non ho detto questo.” “L’ho vista. Ero felice.” “A volte.”

La donna indicò gli scaffali. “Il problema delle vite che non abbiamo vissuto è che siamo bravissimi a immaginarne i miracoli e pessimi a immaginarne i martedì.” Rimasi in silenzio. Fuori, da qualche parte, suonò una campana. Mancavano trenta minuti al treno. “Perché esiste questo posto?” La donna tornò dietro il bancone. “Perché ogni tanto qualcuno deve scegliere.” “Tra cosa?” “Tra ricominciare e tornare indietro.” “Non è la stessa cosa?” Per la prima volta il suo sguardo diventò dolce. “No, Elena. È esattamente il contrario.”

Accadere, ancora una volta

Abbassai gli occhi e pensai alla valigia, alla stazione, alla città in cui non conoscevo nessuno, alla stanza che avevo affittato senza averla mai vista dal vivo. Pensai a mia madre che quella mattina aveva cercato di non piangere, alle persone che lasciavo, alle cose che non avevo fatto e a tutte le versioni di me che forse sarebbero state più coraggiose, più felici, più amate. “Se scelgo questa”, dissi indicando il barattolo, “cosa succede alla me che sono adesso?” “Diventerà una cosa che non è accaduta.”

Una cosa chiamata futuro

La risposta mi fece paura perché improvvisamente capii. Anche quella mattina sarebbe finita su uno scaffale: la valigia, la porta blu, il treno delle nove e venti, la possibilità di salire e quella di restare. Qualunque cosa avessi scelto, qualcosa sarebbe morto. Chiusi il coperchio. “Non la voglio.” La donna annuì. “Peccato. Era costosa.” “Quanto?” “Tutto quello che ti è successo dopo il 14 novembre.” Lasciai immediatamente il barattolo sul bancone e lei rise. “Hai fatto bene.” Ripresi la valigia e, quando raggiunsi la porta, mi voltai. “Posso chiederle una cosa?” “Lo stai già facendo.” “La vita che sto per vivere… è da qualche parte qui dentro?” La donna guardò gli scaffali e poi guardò me. “No.” “Perché?” Sorrise. “Perché non è ancora morta.”

Uscii e il vicolo era tornato al suo posto. Nessuna porta blu, nessuna insegna, solo due muri sporchi e qualche sassolino bianco a terra. Ne raccolsi uno, un dente di luna. Questa volta decisi di continuare a chiamarlo così. Arrivai alla stazione quando il treno era già sul binario e le porte stavano per chiudersi. Corsi trascinando la valigia e riuscii a salire un secondo prima del fischio. Mi sedetti accanto al finestrino con il cuore che batteva troppo forte mentre il paese cominciava lentamente ad allontanarsi, non sapevo se stessi facendo la scelta giusta.

Quando una fine diventa un inizio

Forse era proprio questo che avevo sempre sbagliato: avevo passato anni aspettando di sentirmi sicura prima di cominciare qualcosa, come se da qualche parte esistesse una versione della mia vita in cui ogni decisione portava esattamente dove doveva. Ma quella vita non esisteva. Esistevano soltanto porte, alcune le avevo aperte, altre le avevo lasciate chiuse e altre ancora non sapevo nemmeno che esistessero. Strinsi il sassolino nel palmo e guardai il mio paese diventare sempre più piccolo. Per la prima volta non desiderai sapere cosa sarebbe successo, mi bastava sapere che, da qualche parte, non era ancora stato scritto. E forse un nuovo inizio era proprio questo: non avere davanti una vita migliore, ma avere davanti una vita che non era ancora accaduta.

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Ludovica Moltoni

Psicologa per formazione, educatrice per vocazione, scrittrice per necessità. Ludovica Moltoni nasce a Roma il 10 febbraio 2001. Si specializza in psicologia clinica dell’infanzia e lavora come tutor DSA, muovendosi ogni giorno tra ascolto, parole e mondi interiori spesso invisibili. Scrive racconti come spazio di esplorazione emotiva, dove sogno e realtà si intrecciano senza chiedere permesso. È autrice del libro Tra sogni e realtà.

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