Il peso di un esame “come tanti”

Il peso di un esame “come tanti”

Le strade erano affollate come sempre, i clacson delle macchine le disturbavano le orecchie e le lancette del suo orologio da polso non le sollevavano di certo l’umore. Mary guardò prima a sinistra e poi a destra, per poi attraversare la strada, ma quando era quasi arrivata dalla sponda opposta, una macchina inchiodò rumorosamente alla sua destra.

“Ehi, guarda dove cammini!”, disse la testa che spuntò fuori dal finestrino dell’automobile. Mary non ribatté e tirò dritta, anche se sapeva che aveva ragione. Era già fin troppo in ritardo per il suo ennesimo esame di università e non poteva perdere altro tempo a discutere con un imbecille.

Entrata nella sede si diresse di corsa nella sua aula, dove tutti avevano già preso posto. Lei fece lo stesso, si legò frettolosamente i capelli con un elastico e inizio l’esame: nella parte alta al centro del foglio c’era scritto “Pedagogia generale”.

L’esame non era andato male e la sera Mary tornò a casa e con un misto di speranza e amarezza gettò la borsa ai piedi del letto e si sdraiò con la pancia rivolta verso il basso, abbracciando un cuscino. Guardava con occhi semichiusi il soffitto, quando la porta del bagno si aprì e uscì il suo ragazzo con un asciugamano legato alla vita.

Il peso degli esami e delle aspettative

“Ehi Mary”, le disse lui entrando nella camera da letto.

“Ehi”, rispose lei con voce svogliata.

“Che ci fai buttata così sul letto?”

“Sono stufa Tom”, rispose Mary con lo stesso tono di voce. Tom e Mary erano fidanzati da quasi due anni e la loro relazione funzionava molto bene. Tom era un ragazzo premuroso e con un carattere gentile e modesto. Portava sempre i capelli castani piuttosto corti e teneva molto alla sua barba semi rasata, che lo faceva somigliare a Chris Pratt.

“Stufa di cosa?”, chiese Tom prendendo il pigiama dall’armadio.

“Dell’Università”, rispose lei mangiandosi le parole.

“Di cosa?”

“Dell’università”. Questa volta Mary scandì bene le parole e si mise seduta. Tom le si mise accanto e le accarezzò il viso.

“Sei stanca, lo vedo. Perché non ti vai a fare una doccia rilassante e poi ne parliamo eh?”. In effetti Mary non aveva nessun filtro in faccia: il suo viso sembrava quello di una bambina triste la cui mamma non le aveva comprato il giocattolo.

Ma Mary non aveva voglia parlare per quanto Tom fosse stato gentile. Così dopo la doccia si addormentò subito senza dire una parola.

Il giorno seguente Mary si svegliò e si diresse di nuovo all’università per le lezioni. Tra i soliti frastuoni, urti, clacson e semafori arrivò in orario, ma non fu necessario per sollevarle il morale. Quando tornò a casa il pomeriggio, infatti, mentre il ragazzo era ancora fuori, prese i libri dal proprio scaffale e li buttò nel cestino del soggiorno. Fece più volte avanti e indietro tra la camera da letto e il salone.

Questi ammassi di carta mi stanno rovinando

Gettò con violenza due libri, uno dei quali neanche sfiorò il cestino.

Stupida stupida stupida

Prese con rabbia altri due volumi dalla mensola.

Il sogno: il labirinto alle porte

Non puoi permettere che tutto questo

Camminò arrabbiata attraverso il salone.

Rovini la tua passione

E tirò i libri addosso al muro.

Alle sei Tom rientrò a casa e trovò Mary sdraiata sul letto mentre ascoltava gli Iron Maiden con le cuffiette. La salutò e lei gli rispose con un cenno. Tom aveva fatto la spesa e pianificato una bella cena per sollevare il morale della ragazza e provare a parlarci per bene.

Mentre cucinava le cotolette fritte nell’olio, notò i libri sparsi intorno al cestino, ma decise che sarebbe stato meglio parlarne a cena. Quando fu pronto, Mary arrivò a tavola e posò le cuffie accanto a lei.

“Come è andata oggi?”, chiese Tom porgendo a Mary il piatto con le cotolette. Mary non rispose: lo guardò come per dire: “non far finta di non averlo capito”, ma non rifiutò le cotolette.

“Okay… cosa c’è che non va? L’esame di ieri è andato male?”

“No, è andato benissimo”, rispose Mary già con il boccone in bocca.

“E allora qual è il problema?”. Mary non rispose e continuò a guardare nel suo piatto.

“Mary… cosa è successo ai libri?”, disse Tom lanciando un’occhiata ai libri intorno al cestino.

“Forse l’università non è il percorso adatto per me”.

“Ma è sempre stato ciò che volevi! E poi… non vuoi fare l’insegnante?”

“Sì, ma…”, disse Mary, facendo fare dei cerchi alla forchetta nel piatto.

“Ma…?”, continuò Tom con un sorrisetto, cercando di scorgere lo sguardo di Mary coperto dai capelli biondi.

Mary improvvisamente lasciò la forchetta e disse: “ma è un circolo infinito, passo ore a studiare, dò esami su esami e quando ne ho superato uno non fanno che venire a dirmi che me ne serve un altro e poi un altro ancora e poi un altro ancora dopo. È come se fosse tutto una continua prova, un continuo esame”.

Tom aprì la bocca, ma non fece in tempo a parlare quando Mary lo interruppe: “ok, forse quella dei libri è stata una reazione di impulso, ma io mi sono davvero stancata di questa situazione”. Aveva parlato in maniera spedita e si era addirittura fermata alcune volte per riprendere fiato: si vedeva che le serviva parlare e sfogarsi un po’.

Affrontare il mostro

Dato che Mary si era interrotta, Tom disse: “Mary, secondo me stai soltanto approcciando male la cosa. Prima di tutto, buttare i libri e lasciare l’università è inutile, ti staresti privando degli strumenti che ti servono per realizzare il tuo sogno”. Mary stava per ribattere, ma questa volta fu Tom a fermarla: “Fino ad adesso hai affrontato l’università con fin troppa ansia e serietà, così finisci per impazzire. Non affrontarla come se fosse un dovere imposto, che devi per forza e indiscutibilmente portare a termine con una certa scadenza. Ricordati il perché hai scelto di intraprendere quella strada, ricordati cosa ti ha fatto iniziare, affronta la cosa con la tua passione e il tuo amore per quello che fai”.

“Sì ma… se la mia passione non fosse abbastanza? Se gli altri fossero spinti da qualcosa di più forte?”

“Chi se ne frega degli altri, non devi sfidare la forza della tua passione. Ognuno è arrivato in quell’aula spinto da un motivo diverso e segue il proprio percorso, ma questo è il tuo”. Abbassò la testa per incrociare finalmente lo sguardo della ragazza: “questo è il tuo di percorso e nessuno dei tuoi compagni si dannerà l’anima chiedendosi perché lo hai intrapreso e come lo stai affrontando”.

Mary fece un piccolo sorriso, ma che per Tom era grande come un oceano, e disse: “Grazie”.

Quella sera, Mary andò a dormire con le parole di Tom fra la testa e con la mente molto più serena… anche grazie alle cotolette nello stomaco.

Adesso i suoi sogni erano abitati da vaste praterie, dove era libera di correre all’infinito, con l’aria che le accarezzava la faccia, i capelli mossi dal vento e magari anche in compagnia del suo ragazzo, che era stato così premuroso quella sera…

Alle sette del mattino quel paradiso sfumò con il suono della sveglia. Mary aprì gli occhi e…

Vista sfocata. Contorni neri. Respiro affannato. Era sdraiata a terra e davanti a lei era tutto completamente scuro e buio e  l’ambiente fin troppo freddo. Riusciva a vedere soltanto delle alte sagome marroni, ma la sua vista ancora sfocata le impediva di metterle a fuoco. Si alzò lentamente da terra, facendo fatica a distinguere il pavimento su cui era sdraiata rispetto a tutto il resto. Si trovava immersa in un mondo in cui l’orizzonte non era visibile, la linea che separava il cielo dal terreno era indistinguibile perché cielo e terreno erano dello stesso colore: nero, un nero buio e vuoto.

Una volta in piedi riuscì a capire che quelle sagome erano porte, semplici porte marroni, piantate lì completamente a caso in quello strano e ampio spazio buio. Tre porte poste perfettamente in riga davanti a lei. Mary si affacciò tra gli spazi vuoti che le separavano per capire cosa la aspettasse dopo, ma non riusciva a vedere altro che il solito buio pesto.

A quel punto, non aveva altra scelta se non quella di avvicinarsi ad una delle porte ma, appena fece il primo passo, qualcosa la fermò, le si gelò il sangue e spalancò gli occhi spaventata: aveva appena sentito un urlo raccapricciante, apparentemente molto distante. Quando voltò la testa, però, scoprì che in realtà non era affatto così lontano. A pochi metri da lei un mostro inquietante la stava fissando. La sagoma era estremamente sottile e alta più di due metri. Il suo corpo, insieme a braccia e gambe, era come se fosse formato da sottili rami d’albero e la sua postura era del tutto innaturale: completamente gobba, con la testa quasi rivolta verso il basso. Dalla sua schiena finissima partivano altri “rami”, che andavano quasi a toccare per terra. Tuttavia, il volto della creatura era oscurato dal buio circostante.

Improvvisamente, Mary si sentì attraversata da un’enorme ondata di ansia e serietà, che dal petto si propagò in tutto il corpo e le rendeva difficile respirare. Sentì, a quel punto, il dovere di attraversare una delle tre porte e scelse quella centrale. Non appena cominciò a correre, però, noto che il mostro invece di inseguirla, cominciava a indietreggiare lentamente. La cosa la agitò ancora di più: cosa stava facendo? Prendeva la rincorsa? Voleva coglierla di sorpresa sbucando da chissà dove? Cominciò, allora, a correre ancora più veloce e, una volta varcata la porta, Mary se ne ritrovò davanti altre tre: era come se fosse tornata nella posizione di pochi secondi prima.

Il mostro, intanto, era indietreggiato ancora di più, ma Mary riusciva ancora a sentire forte e chiara la sua presenza. Data la strana apparizione delle altre tre porte, attuò una tattica differente e passò da quella di sinistra, ma le cose non cambiarono ancora. Alle sue spalle, le due file di porte che aveva appena superato, di fronte a lei un altro terzetto apparso soltanto quando aveva varcato la seconda porta.

Il vero significato degli esami

Come ultimo tentativo disperato, provò a varcare quella di destra, ma non rimase sorpresa alla vista di altre tre porte davanti a lei.

Cosa significava tutto questo? Dove si trovava? Cosa rappresentavano quelle porte? E cosa voleva da lei quello strano mostro? Se poche ore prima si era sentita sollevata grazie a Tom, adesso era tornata al punto di partenza. Si sedette per terra, con la schiena appoggiata alla porta e la testa fra le ginocchia. Stufa, si tolse le scarpe e le scaraventò sulla porta di fronte a lei, per poi scoppiare a piangere.

Quasi come conseguenza della sua azione, Mary sentì la musica degli Iron Maiden provenire da qualsiasi parte. Si alzò e provò a recuperare le sue scarpe ma rimase bloccata: non aveva la possibilità di muoversi, era come di ghiaccio.

A quel punto le si accese una lampadina.

Ti stai solo privando degli strumenti necessari per realizzare il tuo sogno.

Essendo arrivata a questa conclusione si sbloccò, la musica si interruppe e riuscì a camminare e rimettersi le scarpe.

Pensò al mostro di prima.

Stai solo affrontando male la cosa, l’hai presa con troppa ansia e serietà.

E improvvisamente lui le apparve di fronte.

Mary gli si scaraventò contro, lo sfidò, lo volle picchiare con tutta la rabbia che aveva. Ma lui non si mosse, la sua pelle sottile e viscida sembrava non sentire alcun dolore e in risposta lui provò a morderla. Mary riuscì ad evitare il perverso tentativo, ma cadde a terra, terrorizzata. Da lì, la figura del mostro sembrava ancora più imponente e questa volta Mary fu attraversata da un orribile senso di rimorso, un terrificante senso di colpa.

Ma anche adesso…

Chi se ne frega degli altri, non devi sfidare la forza della tua passione.

E il mostro si fermò. Mary capì. Si alzò e gli tese la mano. Lui gliela strinse e dal nulla quella terrificante sagoma sottile si trasformò in una sfera azzurra e lucente, la cui luce era quasi accecante e, insieme, attraversarono la porta centrale.

Finalmente, tutto quel buio sfumò. Ogni cosa cominciò a prendere forma. Mary riuscì a distinguere il pavimento dal soffitto e dai muri, che nel frattempo erano diventati di un giallo rassicurante. Diversi banchi cominciarono a materializzarsi davanti a lei e presto ospitarono degli alunni. Lei si trovava in piedi dietro ad una cattedra e non riusciva a smettere di sorridere, si sentiva così fiera di sé e grata per aver realizzato il suo sogno. Spostò lo sguardo sul proprio petto: appesi ad una catenina, una sfera azzurra e un strano mostro sottile.

di Fabrizio Gabriele

DmU magazine

Un pensiero su “Il peso di un esame “come tanti”

  1. This lesson of confronting challenges and finding balance is universal. Whether it’s the pressure of exams or seeking entertainment, the principle of a measured, responsible approach applies. For those looking to unwind and find a moment of fun, it’s important to do so in a secure and enjoyable environment. A reliable and entertaining gaming platform that prioritises a balanced experience can be a fantastic way to relax and recharge. For a top-tier experience, you might explore the excellent options available at https://gamble-zen.it/ which is known for offering a secure and engaging atmosphere, much like Mary’s final destination was her classroom.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *