Gli esami non finiscono mai

Gli esami non finiscono mai

Che ci sto a fare qui?

Io, che sono un poeta.

Tra fatture e bollette, scadenze che si moltiplicano come se avessero paura di restare sole, persone che ti ghostano e banche che, invece, non accettano mai il silenzio.

La vita adulta è una segreteria telefonica. Per informazioni prema uno. Per i suoi debiti resti in linea. Se ha necessità di parlare con un operatore, ci dispiace, il servizio non è disponibile.

Il mio ultimo giorno di scuola è stato il 10 giugno 2002.

Ricordo l’aria di quell’ultima mattina. La leggerezza. La convinzione che il peggio fosse finito. Che gli esami, finalmente, li avessi lasciati dietro una porta che non avrei più riaperto.

Che ingenuo.

E’ arrivata l’università.

La burocrazia, costruita da persone che sembravano aver dimenticato cosa significhi avere vent’anni. Sportelli, firme, timbri. Gente che non ti guarda negli occhi e riesce comunque a farti sentire piccolo. Professori convinti che l’umiliazione sia un metodo didattico. Persone che confondono l’autorevolezza con l’arroganza. Che ti parlano come se il tempo fosse loro e tu soltanto un errore di stampa.

Pensavo fosse quello il vero esame.

Mi sbagliavo ancora.

Perché è arrivato il lavoro.

E lì ho scoperto che il programma era cambiato, ma i bulli erano rimasti gli stessi. Solo che adesso indossavano una giacca, avevano una scrivania più grande e una firma in fondo alla posta elettronica.

Che parola buffa: lavoro. Come se dentro ci fosse dignità. Io, invece, ci ho trovato persone che godono nel farti sentire sostituibile. Manager che chiamano leadership quello che, ai miei occhi, assomiglia molto di più alla crudeltà. Email. Scadenze. Riunioni. Password da cambiare ogni tre mesi. E io che, nel frattempo, cercavo soltanto un motivo per alzarmi dal letto.

Perché le persone più tossiche sembrano sempre sedersi sulle poltrone più comode? Non lo so.

So soltanto che ci sono giorni in cui finisco per piangere in macchina. È il posto dove nessuno ti vede. Non grandi pianti. Quelli fanno rumore. Sono lacrime educate. Scendono in silenzio. Come se avessero paura di disturbare. Prima di rientrare a casa mi guardo nello specchietto.

Aspetto.

Finché la faccia che vedo non assomiglia di nuovo a quella di un uomo normale. Perché mia moglie non deve preoccuparsi. Perché mia figlia ha diritto a un padre che sappia ancora sorridere.

Così parcheggio.

Ho cinque piani per fissarmi bene al volto la maschera dell’uomo sereno. La lascio sempre sul sedile del passeggero. La indosso prima ancora di aprire la portiera.

Oggi, però, mentre salgo in macchina, incrocio gli occhi della ragazza che pulisce le scale del palazzo. Vent’anni. Forse. Ha in mano uno straccio. Le mani screpolate. Le scarpe consumate. Ci guardiamo appena. Due secondi. Nemmeno. Eppure ho l’impressione che ci diciamo tutto. Lei non mi chiede come sto. Io non le chiedo perché sia lì. Forse perché certe domande hanno già una risposta. Abbassa gli occhi. Riprende a lavare il pavimento. Non so se studia.

Se ha lasciato la scuola, ha un sogno, torna a casa felice o distrutta. Se anche lei, ogni tanto, piange in macchina. O se una macchina nemmeno ce l’ha. Salgo in macchina.

Accendo il motore. Poi la radio. La playlist parte da sola. Cambio canzone. Poi un’altra. E un’altra ancora. Non sto cercando una canzone. Sto cercando una versione di me che non riesco più a trovare. Poi mi viene da sorridere. Perché forse non ho bisogno di una canzone che mi capisca. Forse mi basta sapere che, da qualche parte, c’è qualcun altro che sta sostenendo il suo esame nello stesso momento in cui io sto provando a superare il mio.

E allora capisco una cosa. Gli esami non finiscono mai. Ma nemmeno gli incontri.

A volte basta uno sguardo di pochi secondi per ricordarti che, anche quando ti senti solo, non sei l’unico a cercare la risposta giusta.

Gabriele Ziantoni  #DisperatamenteMalinconico

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Gabriele Ziantoni

Giornalista per hobby, polemico per professione, speaker per necessità. Gabriele Ziantoni nasce a Marino, un piccolo paese in provincia di Roma, il 12 dicembre 1983. Solitario, testardo e vagamente intollerante, vive con una penna in mano e un foglio bianco davanti agli occhi fin da quando ne ha memoria. Dopo varie esperienze nel campo del giornalismo, soprattutto sportivo, dal 2011 affronta in maniera ondivaga il rapporto con il suo secondo amore dopo la scrittura: quello con la radio. Direttore Artistico di New Sound Level 90 FM, ha all’attivo tre libri: “Un secondo dopo l’altro” (L’Erudita, 2017), “Nonostante tutto” (L’Erudita, 2019) e “Rudi Voller. Il Tedesco Volante” (Perrone, 2020).

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