Le stelle che restano
Per anni, Chiara aveva immaginato quel momento. Lo aveva sognato nelle notti passate sui libri, tra esami universitari, concorsi, attese e delusioni. Lo aveva immaginato quando, dopo l’ennesimo colloquio, tornava a casa con quella sensazione amara di chi sa di avere tanto da dare, ma non trova ancora il posto giusto dove farlo. “Prima o poi arriverà anche il mio turno”, si ripeteva e il suo turno infatti arrivò.
Le stelle nascoste nei silenzi
A settembre, per la prima volta entrò in quella piccola scuola elementare con un mazzo di chiavi in mano e ventitré nomi scritti su un registro nuovo. Ventitré bambini che non conosceva e che, senza saperlo, stavano per cambiare la sua vita. All’inizio aveva paura. Paura di non essere all’altezza, di sbagliare, di non riuscire a lasciare qualcosa di bello nei loro cuori. Ma i bambini, con quella straordinaria capacità di entrare nelle persone , avevano abbattuto ogni distanza. C’erano i più vivaci, quelli che dimenticavano sempre l’astuccio, quelli che facevano mille domande e quelli che, invece, sembravano portare sulle spalle pesi troppo grandi per la loro età.

E poi c’era Martina. Martina aveva otto anni, i capelli sempre raccolti in una coda spettinata e due grandi occhi color miele che sembravano custodire qualcosa che non riusciva a dire. Era una bambina dolce, educata, ma terribilmente silenziosa. Quando gli altri ridevano, lei sorrideva appena e quando gli altri correvano, lei restava seduta a osservare. Ogni volta che doveva scrivere un tema sulla famiglia, si fermava, abbassava gli occhi e diceva: “Maestra, posso fare un disegno?” Chiara non aveva mai insistito. Aveva imparato che certe domande hanno bisogno di tempo e che i bambini, quando si sentono al sicuro, trovano da soli il coraggio di aprire il cuore.
Sotto lo stesso cielo di stelle
Così passarono i mesi. Tra verifiche, recite di Natale, lavoretti per la festa della mamma, ginocchia sbucciate da medicare e abbracci dati in silenzio e quasi senza accorgersene arrivò giugno, l’ultimo giorno. L’aula era un’esplosione di colori. I bambini correvano da una parte all’altra, felici dell’estate che stava per cominciare. Sui banchi c’erano biscotti, succhi di frutta e fotografie scattate durante l’anno. Chiara li guardava e pensava che, in fondo, erano cresciuti insieme e mentre consegnava gli ultimi attestati, sentiva dentro una malinconia strana, perché un anno può sembrare poco ma quando hai affidato il tuo cuore a ventitré bambini, un anno è una vita intera.
Le stelle che aspettano
Poco prima che suonasse la campanella, i genitori iniziarono ad arrivare mentre uno alla volta, i bambini uscivano dall’aula salutandola con abbracci e promesse di rivedersi. Quando ormai la classe era quasi vuota, Chiara si accorse che Martina era ancora seduta al suo banco. Teneva lo zaino sulle ginocchia e stringeva tra le mani una busta. “Tesoro, non è venuto nessuno a prenderti” chiese la maestra. “Arriva la nonna “rispose lei. Poi si alzò e le porse la busta: “Però prima ti devo dare questa.” Chiara sorrise.

Dentro trovò un foglio piegato con cura. Era un disegno che raffigurava due persone sedute su una panchina e sopra di loro un cielo pieno di stelle e sotto, con una calligrafia ancora incerta, c’era scritto: “Cara maestra, io all’inizio avevo paura di te. Pensavo che se ti dicevo che mi mancava tanto la mamma avresti pensato che ero una bambina cattiva. Invece tu mi hai insegnato che si può piangere e che non bisogna vergognarsi delle cose che fanno male. Quando diventavo triste e tu mi chiedevi se volevo parlare, io non parlavo, ma ero felice perché sapevo che mi aspettavi. Grazie perché non mi hai mai lasciata da sola.”
Ciò che resta oltre l’ultima campanella
Chiara sentì un nodo stringerle la gola, non sapeva che fare, le sembrò che il tempo si fermasse. Si inginocchiò davanti a lei e la strinse forte “Grazie a te, tesoro” Martina rimase in silenzio per qualche secondo poi, con quella spontaneità che solo i bambini hanno, le chiese: “Maestra, tu sei felice?” Chiara sorrise “Sì.” “Anche quando piangi?” “Anche quando piango.” Martina abbassò gli occhi: “Sai… io pensavo che i grandi, quando diventano grandi, hanno imparato tutto.” “No, tesoro non è così”. “Neanche le maestre?” Chiara scoppiò a ridere tra le lacrime: “Neanche le maestre.” ” E allora continui a fare gli esami?”

La donna le accarezzò una guancia: “Tutti i giorni.” Martina rimase a pensare, poi le prese una mano e disse: “Allora la vita è una scuola grandissima.” Chiara sorrise, ma fu la frase successiva a fermarle il cuore. ” E secondo me Gesù, o chi sta in cielo, ci guarda e ogni tanto ci mette vicino le persone giuste per aiutarci a fare i compiti più difficili.” In quel momento arrivò la nonna. Martina la salutò con un abbraccio veloce, poi si voltò un’ultima volta verso la sua maestra: “Non ti preoccupare se qualche volta sbagli. Tanto puoi sempre imparare ancora.” E corse via.

Chiara rimase sola nell’aula. Il sole del pomeriggio entrava dalle finestre illuminate di giugno. I disegni appesi alle pareti si muovevano piano con l’aria. Si sedette alla cattedra e guardò quel foglio pieno di stelle, per anni aveva creduto che l’esame più difficile fosse laurearsi poi aveva pensato che fosse trovare lavoro e invece aveva capito che la vita non consegna mai un diploma definitivo perché si continua a imparare ad amare, a perdere, a ricominciare, a chiedere scusa, a perdonare, a diventare la persona che si desidera essere. E forse aveva ragione quella bambina, la vita è una scuola grandissima e gli esami più importanti non hanno voti, hanno nomi, volti, abbracci e restano nel cuore molto tempo dopo che è suonata l’ultima campanella.
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