Quando sono diventata madre sono caduta, ma mi sono rialzata.
La maternità: non mi vergogno a dire che è la cosa più difficile che abbia mai affrontato nella mia vita.
Non ho avuto il cosiddetto orologio biologico. Ho deciso razionalmente quando avere un figlio, e sono stata fortunata di esserci riuscita, alla soglia dei 42 anni. Tante volte la gioia dell’arrivo di questa bambina è stata velata dal pensiero di essere una mamma troppo vecchia.
Una paura che, anche quando cercavo di metterla da parte, tornava a farmi visita. Mi chiedevo: “Avrò abbastanza energie? Sarò all’altezza di tutte le sfide che mi aspettano? Potrò accompagnarla nella crescita come desidero?”.
Era strano: avevo voluto questa bambina, l’avevo scelto consapevolmente, eppure, proprio mentre vivevo una delle esperienze più importanti della mia vita, una parte di me aveva paura. Ma per andare avanti ho deciso di non pensarci. O almeno, di provarci.
Non so l’esatto momento in cui mi sono trasformata in una mamma. Continuavo a dire: “Mi sembra un film, non è possibile che sia io…”. Era come se stessi guardando la vita di qualcun’altra, come se la mia mente avesse bisogno di tempo per comprendere ciò che stava accadendo. Sapevo di essere diventata madre, ma sentirmi davvero mamma era un’altra cosa.
È stato forse quando ho sentito il suo cuore battere per la prima volta?
O forse quando ho visto il cordone ombelicale che ci teneva unite, quel legame così concreto e misterioso che fino a poco prima era stato tutto ciò che ci univa?
O ancora quando ti ho sentita cercarmi con le tue manine, così piccole, affidandoti a me senza sapere chi fossi davvero, ma come se sapessi già che potevi fidarti di me? Oppure quando a fatica ti ho allattato?
Sono diventata mamma ogni volta.

Forse non esiste un istante preciso in cui accade. Forse si diventa madri un po’ alla volta, attraverso gesti, paure, tentativi, notti difficili e piccoli momenti che, senza fare rumore, ti cambiano per sempre. Senza libretto di istruzioni. Solo istinto e amore. Eppure, a volte, nemmeno l’amore sembrava bastare a farmi sentire sicura.
Perché nessuno ti prepara davvero a ciò che succede dopo la nascita: al cambiamento profondo che attraversi, alle emozioni che si accavallano, alla sensazione di dover essere pronta a tutto proprio quando ti senti più fragile.
E nel frattempo non sapevo che tutta questa altalena di emozioni, questa sofferenza che non riuscivo a spiegarmi, aveva un nome: depressione perinatale e post partum.
Non sapevo dare un nome a quello che provavo. Forse pensavo che fosse normale, che dovessi semplicemente abituarmi alla nuova vita, che tutte le mamme attraversassero momenti simili e che, prima o poi, sarebbe passato. Perché quando diventi madre sembra che tutti si aspettino da te una felicità immediata, piena, naturale. Come se l’amore dovesse cancellare ogni paura, ogni insicurezza, ogni momento buio. Ma non sempre è così.
Sì, nel silenzio, nella solitudine sono caduta. Nella mancanza della mia famiglia, sono caduta. Perché ci sono momenti in cui avresti bisogno di qualcuno vicino, qualcuno che non debba necessariamente trovare una soluzione, ma che sappia semplicemente ascoltarti. Qualcuno che ti guardi e ti dica che puoi essere stanca, che puoi avere paura, che non devi dimostrare di essere forte ogni minuto della giornata. Nell’ansia da accudimento, sono caduta. Perché prendermi cura di mia figlia era diventata una responsabilità immensa, e ogni gesto sembrava portare con sé il timore di sbagliare. Volevo fare tutto nel modo giusto, essere presente, capire ogni suo bisogno, proteggerla da ogni difficoltà.
Ma, nel tentativo di essere la mamma migliore possibile, rischiavo di dimenticare che anch’io avevo bisogno di essere aiutata.
E poi c’era quella sensazione difficile da raccontare: sapere di avere una bambina tanto desiderata tra le braccia e, allo stesso tempo, non riuscire sempre a vivere la gioia che immaginavo. Una contraddizione che può fare male, perché ti porta a chiederti che cosa ci sia di sbagliato in te. Eppure non c’era niente da dimostrare. Non dovevo meritarmi il diritto di essere madre attraverso la perfezione, né sentirmi in colpa per la mia fragilità. Non ero una mamma sbagliata. Ero una mamma che stava soffrendo.
Ma grazie alla mia forza d’animo, all’aiuto di uno specialista, alla presenza di mio marito e al coro di altre mamme, ho cominciato a rialzarmi.

Mio marito Walter mi è stato accanto in un momento in cui, a volte, facevo fatica persino a riconoscermi. Quando il peso delle emozioni diventava troppo grande, la sua presenza è stata un punto fermo, una mano a cui aggrapparmi mentre cercavo di ritrovare il mio equilibrio.
Non sempre è facile capire cosa stia accadendo a una persona che soffre, soprattutto quando nemmeno lei riesce a spiegare fino in fondo ciò che sente. Ma avere accanto qualcuno che ti sostiene, che condivide con te la fatica di quei giorni e che non ti lascia sola mentre cerchi di ritrovare te stessa può fare la differenza. Il suo sostegno non ha cancellato magicamente le mie paure, né ha fatto scomparire la sofferenza da un giorno all’altro. Ma mi ha aiutata ad attraversarle, un passo alla volta, ricordandomi che non dovevo affrontare tutto da sola.
Accanto a lui, l’aiuto dello specialista mi ha permesso di dare un nome alla mia sofferenza e di trovare gli strumenti per affrontarla. Il confronto con altre mamme, invece, mi ha fatto sentire meno sola, meno diversa, meno inadeguata. Ognuno, a modo suo, ha contribuito a rimettere insieme quei pezzi di me che, in quel periodo, sembravano essersi persi.
Rialzarsi non significa svegliarsi una mattina e scoprire che ogni paura è scomparsa. A volte significa fare un piccolo passo, accettare una mano tesa, trovare il coraggio di chiedere aiuto e concedersi il tempo necessario per stare meglio.
È stato un percorso, non un interruttore acceso all’improvviso. E l’ho attraversato anche grazie a chi mi è rimasto accanto, quando io stessa facevo fatica a ritrovare la strada. Perché a volte, per tornare a vedere la luce, abbiamo bisogno di qualcuno che ci ricordi che non siamo sole, finché non riusciamo a riconoscerla di nuovo con i nostri occhi. Perché a volte basta ascoltare un’altra donna raccontare la propria esperienza per capire che non sei l’unica a sentirti così. Che non sei sola nel buio. Che chiedere aiuto non è un fallimento, ma un atto di coraggio.
Oggi so che la maternità non è una linea retta, né un sentimento sempre uguale. È un percorso fatto di amore e fatica, di scoperte e paure, di giorni in cui ti senti capace di tutto e altri in cui hai bisogno che qualcuno ti ricordi che stai facendo del tuo meglio. E so anche che si può amare profondamente una figlia e, nello stesso tempo, attraversare un periodo buio.
Le due cose possono convivere. Una non cancella l’altra.
Non sono diventata mamma soltanto quando ho sentito battere il suo cuore, quando ho stretto la mia bambina per la prima volta o quando ho imparato a prendermi cura di lei. Sono diventata mamma anche quando ho riconosciuto la mia fragilità. Quando ho accettato di non poter fare tutto da sola. Quando ho chiesto aiuto per tornare a stare bene, per me e anche per lei.
Perché essere madre non significa smettere di essere una donna, con le proprie paure, i propri limiti e i propri bisogni. E se c’è una cosa che vorrei dire a un’altra mamma che sta vivendo il buio, è questa: non devi vergognarti di quello che provi. Non sei meno madre perché fai fatica. Non sei meno forte perché hai bisogno di qualcuno accanto.
A volte, per tornare a vedere la luce, abbiamo bisogno di una mano che ci aiuti a rialzarci. Io quella mano l’ho trovata. E, un passo alla volta, ho ricominciato a trovare me stessa, mentre imparavo a essere mamma.
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