Ma come stanno gli altri?

Pubblicato da Martina Vassallo il

È da qualche giorno che mi chiedo: “Ma come stanno gli altri?”. All’inizio di questa lunga e brutta pagina della nostra storia, i sentimenti erano più o meno simili per tutti. L’emozione preponderante era la paura, seguita, con uno scarto minimo, dallo sconcerto. Dovevamo metabolizzare la botta, capire davvero cosa stesse succedendo. Poi c’è stato il periodo di responsabilità e orgoglio condiviso e infine l’illusoria parentesi euforica in cui sembrava di intravedere il traguardo.

La sensazione di solitudine di questo periodo

In tutte queste fasi, anche se distanti, mi sembrava di percepire lo stato d’animo della mia famiglia, dei miei amici e del resto del Paese.

Da quando è arrivato l’autunno, però, non riesco più a capire come stanno gli altri. L’immagine di una collettività unita da un sentimento comune si è rarefatta. Non mi basta più sapere come passano le giornate, se stanno a casa o se fanno vita sociale, se vanno a scuola o se fanno la DAD per capire cosa gli passa per la testa.

Sono stremati, sono incazzati, sono sull’orlo del suicidio, sono sereni, sono emozionati per l’arrivo del Natale, non faranno l’albero perchè sopraffatti dalla depressione?

Come stanno gli altri?

Credo che se da giorni questa domanda mi sta tormentando è perchè non c’è risposta. Può essere tutto. La vita delle persone può essere cambiata o essere rimasta sostanzialmente uguale, ma la sensazione che anche nei loro salotti ci sia un elefante, mi fa chiedere come lo stanno affrontando.

E non è una domanda che si può fare. Cioè, non è che posso dire ad un’amica: “Allora, come vivi questa condizione esistenziale di assoluta precarietà? In che modo stai affrontando il perdurare della mancanza di libertà? Ma soprattutto, come ti poni nei confronti del fatto che nessuno ci può dire quando finirà?”

Ecco, no. Non si può parlare di questo. Sarebbe come quando i cronisti vanno dai parenti del morto ammazzato e chiedono “Ci dica, cosa si prova?”.

Condividere il proprio malessere non è mai stato semplice. Neanche quando potevamo stare vicini

Siamo nella fase in cui ognuno si tiene il proprio malessere. Anche perchè non sai mai se chi hai di fronte sta messo peggio di te. Oppure, magari, chi hai di fronte era appena riuscito a superare un momento di sconforto e tu, con le tue domande, lo riaffossi. O ancora, magari quello non ci pensava proprio a tutto questo, magari se la stava vivendo in tranquillità questa pandemia e tu gli vai a mettere la pulce nell’orecchio con le tue domande esistenziali.

Eppure, non sapere come stanno gli altri mi inquieta. E se anche “gli altri” volessero parlare e non parlano? Se anche quei vicini che ti salutano con lo sguardo quando li incroci per le scale volessero fermarti e dire semplicemente: “Non ce la faccio più”. Solo questo. Non è che poi uno deve consolarsi a vicenda per forza. E non è neanche per il gusto di lamentarsi.

Potrebbe essere terapeutico tornare sui balconi per sfogarci

Ci vorrebbe, forse, una mezz’ora al giorno di sfogo collettivo. Anzi, no, potremmo istituire una giornata a settimana di strillata dai balconi. Tutti insieme. Alla stessa ora. Come quando cantavamo l’inno, ma meno istituzionali. Potremmo affacciarci tutti alle 18 del lunedì, giorno già di suo etimologicamente frustrante, e gridare: “Che palleeee!!!!”. E poi rientrare in casa e continuare a fare finta di avere una vita normale. Lo so, non devo scrivere parolacce, mio padre mi aveva già rimproverato pubblicamente in questo video. Ma sono passati sette mesi da quella raccomandazione, diciamo che l’ordine è andato in prescrizione.

E comunque, a quanto pare non sono l’unica che si chiede come gli altri stiano affrontando questo periodo a livello psicologico. Infatti, se digiti su Google “Come superare la pandemia”, esce un prontuario efficientissimo su tutto quello che puoi fare per sgonfiare quell’elefante in salotto.

La panoramica veloce di Google se cerchi “come superare la pandemia”

Ciò che sembra evidente è che tutti, chi più, chi meno, hanno bisogno di esternare quello che provano in questo periodo. Dal più semplice e leggero malessere, al più profondo disagio. A tal proposito sono nati tantissimi punti di ascolto psicologico per contrastare quel fenomeno che io in questo diario sto cercando di sdrammatizzare, ma che ha un nome preciso: pandemic fatigue. Tra le altre cose, questa condizione diffusissima porta a deprimersi e a considerare inutili e vani gli sforzi fatti finora, fino ad arrivare ad abbassare la guardia.

Ora, magari non avete questi problemi e la vita vi scorre abbastanza normalmente. Buon per voi. Ma nel caso in cui vi sentiste demotivati, stanchi di questa situazione, sopraffatti, sappiate che almeno il 60% della popolazione sta nelle stesse condizioni (fonte OMS).

Quindi per sicurezza lascio qui il numero verde del Ministero della Salute 800.833.833. Magari due chiacchiere con un professionista competente possono evitarvi di stressare quel 40% delle vostre amicizie che ancora se la passa bene.

Se poi invece preferite una terapia d’urto meno discreta, ci vediamo in balcone alle 18, pronti a strillare con tutto il fiato che ci resta. Va bene pure un debole e smorto “che palle.” (scusa, papà)


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