Mancanze

Pubblicato da Ivana Figuccio il

Questo 2020 è volato. E’ un’impressione condivisa da molti. E’ stato lento e vuoto, ma è volato. Ora, a me i volatili un po’ mettono ansia. Sono imprevedibili e, in passato, hanno spesso defecato sul mio giubbotto. Una lievemente forzata conclusione sillogistica ci porta a dire a questo punto che il 2020 è stato un anno di merda. Ma nulla di nuovo fin qui. E’ volato, ma è stato comunque pieno di mancanze, di cose che mi sono mancate anche se me ne accorgo davvero solo ora.

Ve le dico queste mancanze. Robe del mio piccolo mondo di Polly Pocket, eh. Se volete analisi lucide e spietate, macroscopiche e gravi, lo sapete, qui non le trovate mai. Qui solo fesserie della mia vita dalla piccola metratura.

Mi manca andare a cena fuori, mi manca molto. Lo facevo spesso durante la settimana. E non deve apparire come un sintomo di vita viziosa, era piuttosto il mio concetto di mondanità. Io esco per mangiare, se esco dopo cena è solo per buttare la spazzatura. Sento la mancanza degli appuntamenti da restaurant scouter con D. Lui cerca, propone, io accetto o rilancio con uno che reputo migliore e che sistematicamente si rivela un fallimento. Mi manca l’indecisione davanti al menù, anche quella da copione. Lui sa e forse un giorno si porterà dietro il cubo di Rubik che risolverà sempre prima che io abbia deciso cosa ordinare.

Quest’anno sono diventate mancanze anche i sensi di colpa. In primis per la palestra. Questo 2020 mi ha sollevato perfino dal senso di colpa di un mancato allenamento. Mi ha costretto a smettere di lottare con la mia pigrizia, mi ha invitato a intensificare la mia relazione malata con il divano, mi ha legittimato a crogiolarmi nella nullafacenza.

Mi ha tolto i sensi di colpa, carburante della mia operosità. E questo dalla palestra si estende a qualsiasi attività che mi veda muovermi e agire fuori dalle mura domestiche. In questi mesi ho dovuto rinunciare a impegni che tutto sommato spesso mi pesavano. Il 2020 ha deciso per me, io non ho più manco responsabilità. Sento la mancanza delle scuse inventate per declinare un invito, per svincolarmi da un appuntamento.

Mancanze sono gli odori. Sono stanca di sentire sempre e solo il mio alito. Voglio sapere se il mio interlocutore è affetto da alitosi, se ha appena bevuto il caffè o ha mangiato le cipolle con la focaccia dell’Esselunga (e se pensate che abbia scritto male vuol dire che non l’avete mai mangiata). Da mesi viviamo questa nemesi per non esserci lavati i denti abbastanza nella nostra vita precedente.

Non voglio più rimandare la ceretta ai baffi perché tanto non mi vede nessuno. Mi manca perfino mangiarmi le pellicine attorno alle unghie. Ora, se voglio farlo, devo prima lavarmi le mani, disinfettarle, togliere la mascherina. Capite che passa la voglia. Ci manca solo che apparecchi la tavola per due cuticole.

Mi mancano il cinema, i concerti, le presentazioni di libri. Il teatro, che non ci andavo praticamente mai e perciò mi manca ancora di più, perché dovevo andarci più spesso quando si poteva. Mi mancano le degustazioni di vino e le sputacchiere. Le sputacchiere, ragazzi. Torneremo mai a sputare il vino? Io di certo no, perché non l’ho mai fatto e infatti sono una pessima degustatrice ma un’ottima compagna di bevute.

Di mancanze ne ho sentite sempre molte negli anni. Più che altro avevano le sembianze di indubbie teste di c***o. Ma l’anno appena passato ha ridefinito il senso di questa parola. Mese dopo mese assumeva una forma sempre diversa.

Ad esempio in questi giorni ha la forma della mia borsa senza igienizzante per le mani e guanti usa e getta dentro.

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