La storia di un papá che difende l’amore per i suoi figli

La storia di un papá che difende l’amore per i suoi figli

Questa é la storia di un papà che difende l’amore per I suoi figli. Sono rimasta colpita dalla storia di Marcello, un pomeriggio scopro la sua storia e la sua lotta quotidiana che sostiene con amore e dignità. Perché si pensa sempre che siano solo le mamme a soffrire quando una coppia si separa?! ma non é cosi. Non sempre.

La storia di un papá che difende l’amore per i suoi figli

“Questa è la mia storia. Una storia d’amore, di resilienza e di ingiustizia.
È una storia che vivono tanti genitori separati che resistono, che decidono di non mollare per
i propri figli, e che stringono i denti nonostante sembrino invisibili agli occhi di un sistema
legislativo. Leggi che devono essere aggiornate per la nuova era, soprattutto quando si parla
della figura paterna. Perché bisogna cominciare a distinguere: i papà non sono tutti uguali, esattamente con non lo sono le mamme.

Mi reputo una persona consapevole, empatica e che crede nell’etica e nella bellezza delle
persone. Sono un papá che ha deciso di crescere i propri figli con i valori della diversitá,
dell’inclusione e della connessione con le proprie emozioni. Alcuni per questo motivo mi
descrivono come “una persona con un’anima”, altri semplicemente come “un individuo con
una spiccata intelligenza emozionale”, o come un pedagogo mi ha detto una volta: un
“natural born dad” (“un papà nato per far il papà”).
Io mi sento semplicemente un padre che si diverte a fare il papà tifando il metodo
Montessori come se fosse una fede calcistica.

Quando l’amore scandisce la vita di un papá

La mia storia si scrive sulle note di tante canzoni che sono la colonna sonora dei miei viaggi
verso la città, dove la madre della mia seconda figlia si è trasferita segretamente.


È purtroppo una storia di battaglie legali, culturali e di mentalità che mai avrei voluto, ma mi
trovo costretto ad affrontare per riuscire a stare vicino alla mia bimba. Che sua madre non mi
ha mai permesso di conoscere e vedere, senza che ci sia un maledetto motivo valido.


E mentre cerco di diluire la frustrazione di questa ingiustizia, accudisco e amo il mio primo
figlio, avuto da una precedente relazione, cercando insieme di uscire da questa melma di
tristezza in cui siamo stati gettati.
Amare una figlia/sorella senza sapere che volto abbia, è una tortura che un padre e un
fratello che hanno sempre desiderato essere presenti, non dovrebbero mai subire.
Quello che ci sta accadendo, ha aperto la mia personalità in due, ha svuotato la mia testa e
la mia anima sia come persona che come padre, insegnandomi qualcosa di fondamentale
nella vita: bisogna saper chiedere aiuto, credere nella comunità e smettere di essere
pieni di se stessi.


E così, ispirato da un’amica influencer, é nata la mia richiesta di aiuto e supporto digitale.
Avevo raggiunto il limite di sopportazione del dolore, avevo bisogno di un abbraccio e di
sentire di non essere solo. E poi ovviamente la mia richiesta riguarda anche i soldi perché
questa cloaca di dolore e guerra legale risucchia sia la vita, che il conto in banca.


https://www.gofundme.com/f/help-me-to-be-part-of-my-daughters-life

E poi è diventato il modo per parlare con mia figlia lontana, per dirle tutto quello che le avrei
detto sin dal primo giorno, per farle sapere che Papi c’è sempre stato, e ci sarà sempre,
nonostante le cattiverie e le bugie.

Una storia d’amore di un papá per i suoi figli

Ma andiamo per gradi: come detto, questa è una storia d’amore, un elemento che è una
costante nella mia vita. Un amore praticamente impermeabile alle vicissitudini che vivo.


Mi chiamo Marcello e vivo a Berlino in Germania, dopo essermi innamorato, 10 anni fa, di
una ragazza berlinese, che poi sarebbe diventata la mamma (“Mutti” in tedesco) del mio
primo figlio. Un amore dirompente, passionale, che si è mangiato i confini geografici già nei
primi mesi di una relazione a distanza che non è mai stata veramente tale. Una storia
d’amore esplosa velocemente, che mi ha portato a trasferirmi per amore di una donna e per
il fascino di vivere in una città con una mentalità più in linea con quelli che sono i miei valori.

Senza dimenticare comunque le mie molto amate (“ariecco l’amore”) origini romane.
Presto, nella relazione con – quella che chiameremo – mamma numero #1, innamorati e
felici, raggiungiamo la consapevolezza che non esiste un momento giusto per avere figli e
vista la volontà reciproca di diventare Mutti&Papi, decidiamo di rimanere incinti* (*no, questo
non è un errore – la mamma ha il pancione, ma si rimane incinti insieme).


Da questo amore speciale, travolgente e multiculturale nasce un meraviglioso bambino che
oggi ha 8 anni.


L’amore per I suoi figli


Da questo amore speciale nasce anche una coppia che vedendo negli anni il proprio amore
mutare ed evolversi, capisce che la cosa più importante è continuare comunque a
funzionare come genitori. Quindi da che erano una coppia, Mutti&Papi si separano, ma si
trasformano in un team. E arruolano perfino rinforzi, un secondo papà, il nuovo
compagno/marito di Mutti.

Dal nostro amore speciale, dirompente e multiculturale nasce quindi una famiglia
patchwork.
Ok fermiamoci un attimo…
Ho detto che questa è anche una storia si resilienza.
Beh certo… non è stato mica tutto rose e fiori. Non prendiamoci in giro, non è mai facile, essere genitori separati. MAI. E aggiungiamoci pure le diversità linguistiche e culturali in questo caso… Ma si impara, bisogna continuare e resistere. Ci si evolve e si cresce.
Essere genitori significa soprattutto mettere da parte il proprio orgoglio e le proprie convinzioni/presunzioni per restare focalizzati SEMPRE, SEMPRE, SEMPRE su una cosa sola: il benessere dei figli.

É come essere dei ninja: si sviluppa una concentrazione shaolin, una forza di spirito zen e, se operi bene, non si accorgono nemmeno che hai raggiunto l’obiettivo, che è crescere bambini equilibrati e felici.

E per questo il nostro team patchwork funziona bene. Abbiamo unito le forze, ognuno sa cosa può dare a nostro figlio, siamo complementari. Proprio come le tartarughe ninja, appunto. E stiamo crescendo un bambino sensibile, vivace e pieno di entusiasmo.


Quindi tutto bene quello che finisce bene, no?


E invece no, perché grazie al primo figlio, ho capito che l’amore si amplifica – non si divide –
e dopo qualche anno ho trovato di nuovo l’amore, quello passionale.
Un amore maturo. Fatto di dolcezza e saggezza, meno impetuoso, ma più intenso. Pieno di
dialogo e progetti con quella che sarebbe diventata poi, mamma numero #2.

E Boom!
Succede tutto insieme, cominciamo ad uscire e le cose vanno perfino meglio di quanto mi
aspettassi. E mamma numero #2 (che allora era ancora “fidanzata numero #2”) è generosa,
affettuosa e dimostra chiari segni di innamoramento anche per mio figlio, oltre all’affetto
come partner per me. E quindi i sentimenti si rafforzano e le cose si fanno piuttosto serie
quando decido di celebrare il nostro amore mettendole un “brillocco” al dito all’inizio del 2020.

Aaaah l’amour…
E poi la sorpresa piú bella e sconvolgente… una bimba dell’universo decide che è il
momento di diventare nostra figlia e puff: incinti!
Siamo terrorizzati e felici, non sappiamo cosa ci riserva il futuro. Ed eccoci qui di nuovo,
amore e resilienza: la gravidanza, vivere insieme, il trasloco, ma poi intanto anche il Covid e
il lockdown che mettono in una triste pausa di riflessione il mondo intero… sembra già un
cocktail di felicità e sfide abbastanza saporito, ma no: non era abbastanza.


Ancora manca l’ingiustizia in questa storia infatti…
Poco prima del lockdown, io e mio figlio lasciamo a malincuore il mio appartamento per
investire nella nostra famiglia allargata. Si era deciso di abitare insieme, vivere come una
famiglia patchwork a casa di mamma numero #2. Lasciamo quindi l’appartamento che ci ha
ospitato e protetto, dopo la separazione da mamma numero #1: eravamo felici, anche se
lasciare quella casa è stato doloroso.
Ma non era abbastanza.
Succede l’impensabile. L’inesplicabile.
Dopo pochi giorni di convivenza – 6 per essere precisi – dopo il trasloco, dopo i cambiamenti
pratici ed esistenziali veniamo letteralmente scaraventati fuori di casa da mamma numero #2.

la storia di un papá che difende l’amore per I suoi figli

No aspetta… cosa?!
Sí.
Io e mio figlio. Durante il lockdown.
Dopo aver cambiato la nostra vita completamente.
Veniamo.
Buttati.
Fuori.
Casa.
Dalla ragazza incinta di mia figlia/sua sorella.
E non chiedetemi il motivo, io non lo so.


È un anno e mezzo che mi chiedo cosa sia successo.
E questa domanda mi perseguita. E il senso di colpa ha perseguitato per un anno anche mio
figlio dopo che mamma numero #1 è dovuta venire a prenderlo di corsa, per evitargli traumi
peggiori. E poi un anno di cure e affetto per curarlo da una malattia psicosomatica maledetta
che lo faceva sentire sporco e colpevole. Ma l’amore, nonostante l’ingiustizia, l’ha curato.
L’amore di mamma, di papà e papà, e nonna e nonno venuti apposta da Roma. Mentre ora
gli rimane soltanto la confusione e la tristezza.


Per non parlare di me, che ho visto i miei sogni andare in frantumi, i miei sentimenti di
partner traditi e la paura di non poter esserci per mia figlia. E per sopravvivere in queste
condizioni, mentre ero solo, ostaggio del lockdown. Ho dovuto chiedere aiuto per la prima
volta, per non crollare come persona, appoggiandomi a un centro che si occupa di
supportare donne e madri vittime di violenze e soprusi. E grazie, grazie, mille volte grazie
per aver fatto un’eccezione. Grazie per aver aiutato anche me, un papà.


Ma non era abbastanza.
Mamma numero #2 è sparita, non ha risposto più al telefono, ai messaggi, alle email.
Mi ha lasciato all’oscuro di qualsiasi dettaglio della gravidanza. E non sono servite a niente
le preghiere, le richieste, le domande, i messaggi di affetto per il pancione. Niente, sparita.
E ripeto, non chiedetemi il motivo, io non lo so.


Ma non era abbastanza.
Dopo tutto quello che è successo è andata alla polizia ad infangare, a denunciare una
presunta violazione di domicilio da parte mia. Io, violare il domicilio della ragazza incinta di
mia figlia, portandomi un bambino di 6 anni? La polizia quando ho portato le nostre foto di
coppia, con il pancione, le cene, le gite, i viaggi a prova della mia buona fede, ha riso imbarazzata.

Ma non era abbastanza.


Mamma numero #2 mi ha anche tenuto all’oscuro della nascita di nostra figlia, avvertendomi
giorni dopo con un messaggio su Whatsapp, mandandomi una vigliacca foto della manina
(anche se era la manina più bella che io abbia mai visto!).
Non è servito scrivere a lei, alla sorella e alla nonna tedesche nei giorni precedenti per
chiedergli di avvertirmi, di farmi un cenno. Mi hanno ignorato tutte.


Avrei atteso in sala d’aspetto, l’avrei abbracciata dopo, mia figlia, non le avrei tagliato il
cordone, non l’avrei sentita urlare la sua presenza al mondo appena nata, ma mi sarebbe
bastato essere nello suo stesso ospedale.
Ma non era abbastanza.
Dopo aver implorato, per giorni, di vedere nostra figlia, alla fine mamma numero #2 me l’ha
mostrata sì, ma dal balcone. E non potevo credere che stesse accadendo davvero.
E invece sì. Mia figlia di pochi giorni, mi è stata mostrata dal balcone, senza lasciarmi
avvicinare.


Ma non era abbastanza.


Quando ho provato a trovare un dialogo con l’aiuto degli assistenti sociali, ho ricevuto una
lettera che riportava il trasferimento segreto in un’altra città lontana da Berlino, dopo avermi
promesso che non l’avrebbe mai fatto.
Ma non era abbastanza.


Non bastava il trasferimento. Non bastava il dolore arrecato a me come partner e il dolore
arrecato a mio figlio. Non bastava aver privato nostra figlia della presenza e dell’amore del
padre alla nascita.
No, non era abbastanza.
Da un anno mi impedisce di vederla.

365 giorni dove una figlia definisce le relazioni fondamentali della sua vita, e non ha avuto accanto il padre.
365 giorni di un fratello che chiede quando potrà vedere “la sorellina baby” e si domanda
perché mamma numero #2 non lo vuole più.
365 giorni in cui un padre patisce un dolore latente e costante, che logora l’anima e il cuore.
Ma non è solo questo, perché l’aspetto pratico è anche più frustrante.


E due udienze non sono servite a niente perché mamma racconta fatti mai accaduti per
infangare, per instillare il sospetto e mettere ostacoli prendendo tempo, impedendo di
costruire un rapporto con mia figlia.
E se non fosse ancora abbastanza, a Settembre 2021 mamma numero #2 si trasferirà di nuovo, in un altra città.

I PAPÀ NON SONO TUTTI UGUALI

E io sono sgomento. E penso e ripenso alla frase che mi ha detto un caro amico: “Il fatto che
quello che fa la madre sia legale, non vuol dire che sia anche benefico per la bambina”. E mi
ci aggrappo per non precipitare nel vuoto della disperazione.


E c’è un fatto incredibile: io posso provare che tutto ciò che racconta non è MAI accaduto.
Ma da un anno a questa parte nessuna si preoccupa di verificare, perché nostra figlia ha
bisogno della madre, perché io sono il padre e perché sicuramente c’è della discriminazione
nei miei confronti.


E non mi consola sapere che io e mia figlia avremo comunque tutta una vita davanti, perché
nessuno mi darà indietro quest’anno, il primo respiro, contarle le dita appena nata e
ascoltare il primo pianto. Nessuno mi lenirà la ferita.
Dopo un anno, sono ancora qui, aspettando che la legge mi ascolti e che permetta a mia
figlia finalmente di avere accanto sia mamma che papà.
Dopo un anno di ingiustizie sono ancora qui a combattere perché ci venga concesso il diritto
di essere una famiglia dove l’amore e la resilienza sovrastano le ingiustizie.


Ho fiducia che prima o poi avverrà, e sono grato a tutto questo perché ora sono una persona
e un padre diverso: so amare come prima e ho imparato anche a saper resistere chiedendo
aiuto, ma questa pena non me la sono, comunque, mai meritata.

Cercate Marcello Papi su volete rimanere aggiornati sulla sua storia di Papà guerriero che non molla mai!

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Anna Piccolomini

Come si chiama mamma? Piccolomini Anna. È grassa o magra? Grassa. È Bassa o alta? Alta. Cosa le piace mangiare? Pasta e anche un po' di gnocchi. Come le piace vestirsi? Bene. Quanti anni ha? 3 come me. Quale regalo vorresti fare alla mamma? Una macchina telecomandata. Chi ama la mamma? Io e non papà. Cosa fa la mamma? Sta con me e Leonardo. Di cosa ti parla sempre la mamma? Di non dire brutte parole. Dove vuoi viaggiare con la mamma? Alla scuola e all'asilo. Cosa vuoi fare da grande? Accompagnare un bimbo all'asilo. Di cosa ha paura la mamma? Di perdere il bus. Cosa piace alla mamma? Mangiare. Cosa fa arrabbiare mamma? Quando lancio le macchinine e dico brutte parole. Ecco come mi vede mio figlio. Mi descrive di sicuro come una donna sposata con due figli, che lotta ogni giorno per lavorare nel sociale. Vivo a Lussemburgo ma sono anche originaria di questo Paese e per metà pugliese. Amo il rosa da sempre e mamma dice che ho una classe innata. Amo osservare e mi lascio andare solo con le persone che amo. La mia prima impressione è sempre quella giusta.

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