Stranger Things: una serie tv tra nostalgia e malinconia
Anni ’80, D&D (Dungeons&Dragons) e fantascienza: tre parole chiave che descrivono, tra nostalgia e malinconia, la serie tv considerata la migliore di Netflix in assoluto: Stranger Things.
Con la prima stagione, uscita nell’estate del 2016, Stranger Things ha riscosso immediatamente un enorme successo, conquistando milioni di spettatori in tutto il mondo.
L’ambientazione negli anni ’80 è stato poi uno dei motivi principali per il quale molte persone si sono subito interessate alla serie.
Provare un po’ di nostalgia e malinconia verso quegli anni è stato infatti un vero e proprio magnete per quasi tutto il mondo.

I fratelli Duffer – i registi della serie
Nostalgia e malinconia sono infatti due parole che emergono sempre quando ci si imbatte in un contenuto a tema Stranger Things. Due sentimenti che i registi, i fratelli Duffer, in un certo senso volevano risvegliare.
La loro infanzia è segnata infatti da walkie talkie, biciclette e interi pomeriggi passati a giocare a D&D. E Stranger Things non fa altro che riprendere questi parametri.
Ma, a proposito di sentimenti come la malinconia, quest’ultima non era l’unica cosa che i Duffer, volevano trasmettere.
Gli anni ’80 e D&D non bastano infatti per delineare l’intera serie o, almeno, la prima stagione.

I riferimenti a Stephen King
I due registi, infatti, grandi appassionati di Stephen King, hanno voluto sviluppare un’atmosfera cupa e piena di elementi paranormali: una dimensione parallela chiamata “sottosopra”, creature mostruose ispirate a D&D ed infiniti riferimenti ai libri di Stephen King.
Da piccoli easter eggs, come uno dei protagonisti che legge “Talisman”, a ragazzini che si imbattono in mostri, come accade nel romanzo “IT”, si passa ad esempi molto più profondi ed affascinanti.
Uno di questi, ad esempio, è il titolo della serie.
Il font della scritta “Stranger Things” infatti è realizzato con uno stile molto simile a quello in cui compare il nome di Stephen King nei suoi libri.
Ma non è la cosa più straordinaria. Anche lo stesso nome della serie fa riferimento al celebre autore, o meglio, ad uno dei suoi libri.

I Duffer infatti volevano creare un parallelo fonetico con il libro “Needful Thinghs”, formato da due sillabe + due sillabe.
La prima idea era stata infatti “Strange Things”, che era però formato da una sillaba + due sillabe.
Per questo è stata aggiunta la lettera R: per creare una similitudine fonetica ed anche come riferimento all’idioma “Stranger Things have happened”, che sta per “cose più strane sono accadute”. In questo caso intese come provocate da eventi paranormali, titolo che si sposa benissimo con la trama del film.
Ma nemmeno “Strange Things” era il primo titolo che era venuto in mente ai fratelli Duffer.
Esperimenti e paranormale
La serie, infatti, doveva chiamarsi “Montauk”, in riferimento ai progetti MK Ultra e, appunto, Montauk.
L’unica differenza che si pone tra i due progetti è l’effettiva esistenza.
Il progetto MK Ultra è stato realmente sperimentato, dal 1953 al 1973, mentre il Montauk era più una leggenda le cui origini, però, non erano state messe poi così in dubbio ispirando quindi scrittori o film di fantascienza.
A questo punto vi starete chiedendo che cosa riguardavano questi due esperimenti.
Essi non erano altro che studi sulle menti di alcuni individui dotati di presunte capacità telecinetiche o di controllo della mente che erano sempre state affiancate a teorie sul complotto.
Questi individui venivano rinchiusi in delle strutture o dei laboratori e gli venivano dati dei farmaci al fine di controllare la mente o per altri scopi ancora sconosciuti.
Per questo motivo i fratelli Duffer creano il personaggio Undici (nome che deriva dalla numerazione degli individui), che sarà di vitale importanza per salvare il mondo con i suoi poteri.
Ancora una volta, però, Stephen King non basta per entrare nel vero spirito della serie.

Spielberg e le sue influenze
Ritornando sui concetti di nostalgia e malinconia, i due fratelli, come hanno esplicitamente dichiarato, volevano altresì riprodurre una storia “spielberghiana”: avventure di ragazzi che si imbattono in fenomeni paranormali, atmosfere paurose, ma allo stesso tempo così affascinanti, che avevano segnato, ancora una volta, la loro infanzia.
Giocando un po’ su alcuni film di Steven Spielberg e mettendo insieme i punti che più li appassionavano, hanno alimentato ancora di più quel senso di nostalgia che li ha fatti sentire di nuovo bambini.
I Goonies
Gli appassionati di Steven Spielberg, infatti, noteranno subito le similitudini tra Stranger Things e alcuni dei suoi film quali “E.T.” o “I Goonies” (di cui è produttore).
La stessa creazione dei protagonisti è molto legata agli stili più diffusi negli anni ’80 e a film come “I Goonies”.
Dustin, Mike, Will e Lucas infatti, i protagonisti della serie, dovevano ricordare quei ragazzini degli anni ’80 un po’ sfigati, che vivevano in una piccola cittadina americana, inseparabili dalle loro bici come lo erano appunto i Goonies.

E.T.
Oltre a questo possiamo notare altre similitudini come ad esempio nel film “E.T.”.
Entrambe le pellicole, infatti, hanno lo stesso identico inizio: 4 ragazzini che giocano a Dungeons&Dragons.

O come il giorno in cui Elliot fa finta di stare male per saltare la scuola e passare del tempo in casa con E.T., che non conosceva nulla di quel mondo e a cui sembrava tutto nuovo.
Lo stesso fa Mike nell’episodio 2 della prima stagione: “La stramba di Maple street”, nella quale si finge malato per saltare la scuola facendo fare un giro per la casa ad Undici.
Tra l’altro, anche lei non conosceva quel mondo, e trovava tutto ciò che la circondava così sorprendente dopo aver passato tutta la sua vita in un laboratorio, senza sapere cosa fosse una bambola o un giocattolo.
Uno dei momenti più curiosi poi è quando Mike, come fa Elliot con E.T., mostra ad Undici alcuni dei suoi giocattoli, tra cui il maestro Yoda.
“Questo è Yoda, sa muovere le cose con la mente…”, rivela Mike senza sapere che, dopo qualche ora, avrebbe scoperto che Undici sapeva fare la stessa identica cosa. Proprio come E.T.

Dieci anni di Stranger Things
Adesso, dopo quasi dieci anni, la serie tv volge al termine e i fan, con estrema malinconia, pensano a quando, nel 2016, hanno visto la prima stagione all’età di 10 anni, mentre ora ne hanno venti, si sono diplomati e probabilmente svolgono un lavoro o frequentano l’università.
La stessa cosa è successa agli attori, che hanno condiviso insieme 10 anni di vita ed ora, si trovano a lasciare i loro amici, il set e il loro personaggio che, come ha dichiarato Sadie Sink (Max nella serie TV), non lasceranno mai e rimarrà per sempre dentro di loro.
A questo punto, come avrete capito, Stranger Things non è una semplice serie tv.
Non suscita nostalgia e malinconia solo per gli spettatori che si ricordano loro da bambini durante gli anni ’80, ma lo fa anche con gli stessi attori e registi che, certamente, si sono divertiti molto a creare questo complesso intreccio di storie.
Il suo significato
Stranger Things è infatti un intreccio di emozioni e di profondi significati.
Tra le descrizioni fatte dagli stessi attori ci sono: “E’ una classica storia sul bene e il male, dove i buoni sono molto buoni e i cattivi molto cattivi…”.
Oppure “Che siano un tipo popolare, o una nerd della banda, un genitore, un insegnante, uno scienziato russo…tutti si sentono in qualche modo emarginati. Questa serie racconta come queste persone si uniscono”.
E in effetti, Stranger Things racconta, oltre che la lotta tra il bene e il male, anche il modo in cui i protagonisti superano i loro problemi.
Ogni personaggio, infatti, si sente emarginato, diverso e tutti fanno dell’amicizia il loro punto di forza contro i loro problemi e contro il male che li perseguita. Ma i mostri della serie altro non sono che le paure e le paranoie dei bambini e degli adulti.
E per combatterle occorre trovare la forza nell’amicizia, nell’amore e nel coraggio, anche quando il mondo ci sembra Sottosopra.
I personaggi e le loro paure
Mike viene escluso per i suoi interessi o il suo aspetto.
Undici fa fatica ad integrarsi nella società.
Robin combatte per il suo orientamento sessuale.
Lucas viene preso in giro per il colore della sua pelle.
Jonathan, il cui migliore amico è suo fratello Will, che è considerato diverso per la sua personalità introversa causata da problemi con la figura paterna e le dimensioni alternative.
Max, vista in modo diverso per i suoi atteggiamenti maschili ed affronta la sua depressione causata dai rimpianti.
Ed infine Dustin, che rappresenta il coraggio di essere sé stessi anche quando si è “diversi”. Che viene visto come un mostro per la sua disabilità, ma che ha un cuore così dolce da farsi bullizzare pur di onorare il suo amico Eddie indossando la maglietta dell’Hellfire club di D&D di cui facevano parte.
Grazie ad ogni personaggio, Stranger Things quindi coinvolge chiunque si senti escluso o emarginato, triste o arrabbiato.

Ognuno può quindi trovare sé stesso nella serie e non sentirsi più solo.
Fabrizio Gabriele
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complimenti per il tempo che dedica lo scrittore prima a vedere le serie, e poi a trasmettere ogni dettagliata descrizione.