A tavola con la fantasia

A tavola con la fantasia

Ricordo la prima volta che ho letto di Hogwarts. Non le bacchette, non le scope volanti. Non solo quello, almeno. Chi si ricorda della tavola, del banchetto? Quella descrizione dei piatti che appaiono dal nulla — arrosti fumanti, torte dorate, caraffe di succo di zucca — aveva qualcosa di ipnotico. Non era fame, era desiderio. Il desiderio di sedersi lì, in quella grande sala illuminata da candele sospese nell’aria, e appartenere a quel mondo almeno per il tempo di un pasto. Banchetto riprodotto molto bene, a mio avviso, nel film.

J.K. Rowling lo sapeva benissimo. Come lo sapeva Tolkien, come lo sa chiunque abbia mai scritto un buon romanzo fantasy: il cibo non è mai solo cibo. È il modo più diretto, più fisico, più umano per dire al lettore dove si trova — e chi sono le persone che abitano quel posto.

Il pane degli elfi e la politica del piatto

Pensate alle lembas, il pane degli elfi nel Signore degli Anelli. Sottili, avvolte in foglie di mallorn, sufficienti a sfamare un hobbit per un’intera giornata. Tolkien non si limita a descriverle: le carica di significato. Non si offrono agli stranieri. Non si condividono con chiunque. Riceverle è un atto di fiducia, quasi un sacramento. In un romanzo pieno di battaglie e magie, un piccolo pane racconta più di mille pagine la civiltà degli elfi — la loro precisione, la loro generosità misurata, il loro rapporto sacro con la natura.

Dall’altra parte dello spettro c’è Panem, il mondo distopico di Hunger Games. Lì il cibo non consola: opprime. I distretti muoiono di fame mentre la Capitol City organizza banchetti pantagruelici, con tanto di pozioni che fanno vomitare per poter ricominciare a mangiare. Suzanne Collins non descrive ricette — descrive un sistema. Il menu è un manifesto politico. Quello che si mette nel piatto, e soprattutto quello che non ci si può permettere di mettere, dice tutto su chi detiene il potere.

Quando la tavola fa paura

Il cinema ha capito tutto questo molto presto, e ha usato il cibo nei mondi fantastici con una precisione quasi chirurgica.

Nel Labirinto del Fauno di Guillermo del Toro c’è una scena che non si dimentica. La piccola Ofelia deve attraversare una stanza dove un mostro — il “Pale Man”, pallido, senza occhi, con le palpebre cucite sui palmi delle mani — siede immobile davanti a un banchetto sontuoso. Prosciutti lucidi, crostate di frutta, melograni, vino rosso. Il cibo è bellissimo. Ed è esattamente per questo che fa paura. Toccare anche solo una briciola significa morire. La tavola imbandita, che nella nostra cultura è il simbolo per eccellenza del calore domestico, diventa una trappola. Del Toro rovescia tutto con un solo piatto.

Spielberg ci aveva provato vent’anni prima con Indiana Jones e il Tempio Maledetto. Il banchetto alla corte indiana — serpenti vivi, zuppe di bulbi oculari, cervella di scimmia servite fredde — non è solo una gag di cattivo gusto. È il momento in cui lo spettatore capisce, attraverso lo stomaco, che Indy è entrato in territorio nemico.

E poi c’è Il Pranzo di Babette, film danese del 1987, che di tutto questo è forse il capolavoro assoluto. Una chef francese rifugiata in una comunità puritana danese prepara, con i soldi vinti alla lotteria, un banchetto parigino di lusso inimmaginabile: zuppa di tartaruga, quaglie in crosta, formaggi, vini preziosi. I commensali avevano deciso di non assaporare nulla, per non cedere ai peccati del piacere. Ma il cibo li trasforma, uno a uno, senza che se ne accorgano. Vecchie ruggini si sciolgono, antichi amori riemerge, qualcosa di irreparabile viene perdonato. Non succede nulla di magico, in quel film. Eppure è il più fantastico di tutti.

Cucinare l’impossibile

A un certo punto qualcuno ha avuto un’idea semplice e geniale: se quei mondi ci affascinano così tanto, perché non portarli in cucina?

È nato così un mercato editoriale che oggi vale cifre concrete. The Unofficial Harry Potter Cookbook, pubblicato nel 2010, ha venduto centinaia di migliaia di copie nel mondo anglosassone con le ricette della Birra al Burro, delle Caramelle di Bertie Bott, dei pasticci di carne natalizi di Hogwarts. I ricettari ispirati a Game of Thrones — curati con la benedizione di George R.R. Martin — hanno trasformato i banchetti di Westeros in esperienze riproducibili, corredati di note storiche sulle ricette medievali che lo scrittore aveva davvero studiato. E non sono oggetti di nicchia: in Italia, nel solo periodo gennaio-ottobre 2024, le vendite di libri fantasy sono cresciute del 27,1% raggiungendo 17,666 milioni di euro, in controtendenza rispetto a un mercato editoriale generale in calo. Un pubblico enorme, che evidentemente ha voglia non solo di leggere quei mondi, ma di viverli.

La madeleine che non esiste

C’è qualcosa di profondamente umano in tutto questo. Proust aveva la sua madeleine, quel piccolo dolce inzuppato nel tè che spalancava le porte della memoria. Noi abbiamo la Birra al Burro, la lembas, il banchetto di Babette. Cibo che non abbiamo mai mangiato, di posti dove non siamo mai stati, eppure capaci di evocare qualcosa di reale — un senso di meraviglia, di appartenenza, di nostalgia per un mondo che esiste solo sulla carta o sullo schermo.

Forse è questo il segreto. La fantasia funziona quando riesce a farti desiderare qualcosa che non puoi avere. E non c’è desiderio più immediato, più corporeo, più irresistibile di quello che passa per lo stomaco.

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Paola Proietti

Classe '77, giornalista professionista dal 2008. Ho lavorato in radio, televisione e, vista l'età, anche per la vecchia carta stampata. Orgogliosamente romana, nel 2015 mi trasferisco, per amore, in Svizzera, a Ginevra, dove rivoluziono la mia vita e il mio lavoro. Mamma di due bambine, lotto costantemente con l'accento francese e scopro ogni giorno un pezzo di me, da vera multitasking expat.

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